Come eravamo- La Pastorella del ‘68
di MARIA ZENO ♦
Fra le mie abitudini-mito del Natale c’è la Pastorella; non quella dell’esibizione in Cattedrale o altrove, ma quella che di notte passava e ti svegliava facendoti lasciare le coperte e i sogni.
Mio padre era fra i fedelissimi della “Tradizionale”, formazione guidata da Massimo Borghetti e che, dal dopoguerra, ha percorso le vie cittadine nella notte del 23 dicembre per decenni. Si fermavano sotto le case dei pastorellanti ed eseguivano le nenie.
Non voglio percorrere la storia della “Tradizionale”, altri meglio di me possono farlo, ma l’avvicinarsi del Natale mi porta alla mente, fra tante pastorelle, “quella” del 1968, anno per altri versi “storico”.
Io nel ‘ 68 ero ricoverata, da settembre, allo “Spolverini” di Ariccia per un intervento al piede sinistro ( già, my left foot”). Passavano i giorni, ormai operata ero ingessata e quindi potevo camminare e l’insofferenza montava: perché non mi lasciavano uscire con il gesso in attesa di iniziare la riabilitazione mesi dopo? Mi ero informata: se avessi frequentato la Scuola almeno da gennaio a marzo non avrei perso l’anno, mi sarei presentata da privatista a giugno. E dagli oggi dagli domani, insofferente alle risposte elusive dei medici etc , coinvolgo mio padre. Che, spirito battagliero, sposa la causa e comincia a insistere, muovendo anche la pedina della “spesa pubblica”: perché tenere a spese dello Stato una ragazzina ricoverata quando per circa 4 mesi non le avrebbero potuto fare niente? E io insistevo con la Scuola: veniva sì una ragazza volontaria a farci qualche lezione, ma le poesie erano quelle arcinote delle elementari, oltre al melograno “dai bei vermigli fior” non c’era verso di vedere altre piante e l’inglese poi ! The cat restava sempre inesorabilmente on the table, mai che andasse through o off o from!
Insomma: il 23 dicembre- rotte le consuetudini dell’Ospedale e le scatole a tutti i suoi direttori sanitari etc. -mi dimettono! Ricordo ancora quel primo pomeriggio con la suora di reparto che- al cospetto di mio padre- sprezzantemente mi dice:” Non sei tu che esci, siamo noi che ti mandiamo via” e io di rimando:” Ho comunque ottenuto quello che voglio” e la suora che borbottando mi paragona a “quei capelloni che là fuori fanno macello” (oh, il “mio” ’68: del tutto ignara lo stavo celebrando).
Arrivo a casa, ancora in tempo per la pastorella, mio padre mi molla a mia madre e alle mie attonite sorelle che quasi non mi riconoscevano dopo 4 mesi di ospedale ( 4 mesi per un bambino sono una vita, poi il concetto della durata del tempo me lo spiegò Bergson al liceo) e corre alle ultime prove della pastorella.
Non posso dire di aver dormito, quella notte, troppa adrenalina, troppo lo stupore di essermi guardata allo specchio di casa e di essermi vista brutta come non mai, color giallo-ospedale, tipico di chi viene tenuto all’ombra come il grano per la pastiera durante la quaresima, con uno scamiciato scozzese sui toni del verde che mi “sbatteva” in faccia ( mamma mamma, non lo sai che “col verde ogni bel viso perde?”), occhiaie da panda, una facies da famiglia Addams, insomma.
Ad un tratto, attesa ma che sempre giunge a sorpresa, eccoli! I pifferi, le voci, le chitarre, il triangolo. I “campanelli” ( o “renne”), appannaggio di mio padre. Mi affaccio nella notte, fredda e limpida come le più belle notti d’inverno, Orione che dal cielo si mostra in tutta la sua silente bellezza, e i pastorellanti lì, nel grande cortile condominiale che suonano le nenie tradizionali e i campanelli di mio padre che strepitano più del solito. Natale, la pastorella, alcuni vicini di casa affacciati anche loro che salutano la pastorella e me, finalmente a casa.
Non sbaglio nel dire che quella pastorella del ’68 è stata per me la più magica, ma manca ancora un elemento a completare questo ricordo: il 7 gennaio andai a Scuola, prima media, per me fu il primo giorno di quell’anno scolastico 1968-69; avevano preparato il posto per me, i professori e miei compagni di scuola furono molto affettuosi, io avevo perso la facies ospedaliera quindi mostrai subito la mia verve, anche perché alla prima ora c’era italiano e in quella materia sono sempre andata bene. Nel corso della mattinata scolastica, ci fu anche Inglese, per me misterioso avendo perso i primi fatidici mesi di Scuola, ma…appollaiato sulla cattedra vidi the cat, che sornione mi guardò ronfando e finalmente got off the table! E io con lui scesi dalle mie paure.
MARIA ZENO

Grazie Maria, mi hai davvero fatto commuovere…
Michele Capitani
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di poche parole per un breve saluto, ma sotto il piano detonativo della tua scrittura , riesco a cogliere il connotativo, e questo deve bastarti…non posso essere definita una parlante, come il ministro Giuli…Non posso citarti Schopenhauer..ma tu ed io, pretendendo che il greco e la filosofia siano discipline ” scientifiche”, tuttavia non possiamo riconoscere la nostra” sorellanza” con Vittoria Zagari .
” Continuons le combat, Maria.”
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Cara Maria, tu sai il piano profondo che ci lega, sotto l’apparenza di
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Anonimo, chi sei? Ogni tanto le identità appaiono nascoste 🙂 Maria Zeno
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Una tradizione quella della pastorella che vive solo a Civitavecchia credo; una serata magica per tutti per riconciliarsi con la vita; a Palermo non c’era questa usanza e per me che abito in pieno centro un momento atteso ogni 23 dicembre. Un bel ricordo di un anno particolare che hai voluto condividere con noi
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Grazie di cuore amici e amiche che avete espresso i vostri pensieri:-)
Maria Zeno
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