Nihil sub Sole Novum: perché i Classici Parlano Ancora a Noi

di FRANCESCO MARINI

Da quando ho intrapreso il sentiero direi quasi l’ἀτραπός (il sentiero stretto) dello studio della letteratura classica greca e latina, sto sperimentando un paradosso meraviglioso: più mi inoltro nelle profondità del passato, più mi ritrovo sorprendentemente vicino al presente, alla vita concreta, alle sue tensioni e alle sue domande. È come se gli antichi, con la loro parola limpida e tagliente, mi avessero preso per mano per mostrarmi che nulla dell’umano è davvero mutato, e che nihil sub sole novum non è soltanto un motto, ma una rivelazione.

Le loro opere, lungi dall’essere pietre fredde sepolte sotto secoli di polvere, sono specchi lucidissimi, capaci di riflettere con una precisione quasi brutale le inquietudini, le contraddizioni e le speranze della nostra epoca. Nelle pieghe dell’Iliade ritrovo la fragilità dell’eroe che tenta di essere più della propria ombra; nelle tragedie di Sofocle rivedo quel conflitto eterno tra legge e coscienza, νόμος e φύσις; in Cicerone riascolto il monito del cittadino responsabile; in Seneca riconosco l’instancabile ricerca di un sé più autentico.

Gli antichi erano, senza alcuna timidezza nel dirlo, più avanti di tutti: profondi analisti dell’animo umano, lucidi osservatori della politica, visionari nelle loro intuizioni morali. E ciò che più mi stupisce è come, attraverso la loro voce, io riesca a comprendere meglio persino me stesso: le mie aspirazioni, i miei limiti, il modo in cui mi muovo nella società. Lo studio dei classici è divenuto per me un esercizio di introspezione, un invito continuo all’γνῶθι σεαυτόν, “conosci te stesso”.

Studiare i classici non significa soltanto “sapere”: significa crescere. Crescita personale, perché ti insegnano a guardarti dentro con rigore. Crescita intellettuale, perché ti abituano alla complessità, al dubbio, all’analisi. Crescita sociale, perché rivelano come una comunità si regga su iustitia, logos, dialogo, misura (μέτρον). Crescita politica, perché ricordano che la libertà (libertas) non è un diritto ereditato, ma un equilibrio fragile, frutto di responsabilità e prudentia.

Sono testi che non chiudono, ma schiudono la mente; testi che non impongono, ma suggeriscono; testi che non urlano, ma penetrano con la forza silenziosa della verità. Ti costringono a pensare, a dubitare, a porre domande che nessuno oggi ha più il coraggio di formulare. E in un tempo come il nostro, colmo di rumore, iperbole e parole fugaci, riscoprire la profondità degli antichi è senza esagerare un atto quasi rivoluzionario.

In fondo, Seneca aveva ragione quando ammoniva: “Non scholae sed vitae discimus.” Non studiamo per la scuola, ma per la vita. E forse oggi più che mai queste parole risuonano con una potenza inattesa.

Grazie alla letteratura classica, oggi sento di vivere meglio, di pensare più lucidamente, di comprendere la realtà con maggiore ampiezza e profondità.                                                             Sento di essere diventato un cittadino più consapevole, un individuo più attento, un essere umano leggermente migliore.

E proprio grazie a quegli autori che, con semplicità disarmante, hanno scolpito le fondamenta del nostro mondo culturale, oggi posso dire di vedere più lontano.

FRANCESCO MARINI