PER ME PIER PAOLO

di MICHELE CAPITANI ♦

  Per me Pier Paolo è uno che conobbi una strana notte di tant’anni fa…

  Rincasai tardissimo, non credo che avessi bevuto poiché non avevo sonno; insomma accesi la tivù e mi comparve davanti agli occhi “Che cosa sono le nuvole?”. Non c’era internet, né YT né emule o gli altri pseudoprodigi dell’oggi, dunque, sapendo che chissà quando mi sarebbe capitato nuovamente, me lo guardai come evento unico e irripetibile quell’episodio, una specie di bizzarro sogno, un’epifania imprevista, una visione stralunata quanto sono surreali figure le marionette: perché c’erano e parlavano attori veri, Totò, Ninetto Davoli, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Laura Betti, Carlo Pisacane… però retti da fili, cioè attori che interpretavano marionette le quali interpretavano i personaggi di un’opera.

  Pupazzi pensanti, in una finta finzione, e che come tali agivano.

  Dovevano mettere in scena, o essere messi in scena, per rappresentare l’ “Otello”.

  Tutti appesi in rastrelliera prima dello spettacolo, vi viene appeso l’ultimo arrivato, Ninetto Davoli/Otello, e l’inserviente gli dà uno schiaffetto, come la levatrice col neonato, difatti lui esclama subito, felice “Perché so’ così contento?!” e Totò, placido: “Perché sei nato”.

  Otello è già scuro, Totò è verde, colore del demonio e dell’invidia. E il puparo fungerà da coro.

  Il manifesto recita: “Che cosa sono le nuvole”, regia di PPP, ma l’immagine è “Las meninas” di Velàzquez, il più vertiginoso e irrisolvibile gioco di specchi della storia dell’arte (e così sarà anche questo “Otello” dei pupazzi umani), difatti a un certo punto, nel pieno della rappresentazione, dietro le quinte Ninetto Davoli/Otello chiederà a Totò/Iago come mai è così cattivo, e “perché dovemo esse’ così diversi da come se credemo?”, e l’altro risponde sconsolato: “Eh, figlio mio, noi siamo in un sogno dentro un sogno” (frase che davvero ci conferma di essere immersi nel più profondo barocco).

E dunque, sarà perché siamo in un sogno a scatole cinesi che tutti gli attori hanno sempre i loro fili, anche quando dialogano dietro le quinte, fuori dal copione, cioè in quella che sarebbe la “realtà”, se questa parola avesse un senso “Che cosa sono le nuvole”… Gli attori conservano sempre i loro fili, eppure tutto è chiaro, esplicato e narrato, fra loro che parlano dei loro stessi personaggi e comportamenti.

  Dopo la decisione di uccidere Desdemona, Otello in lacrime (“Io so’ ‘n assassino, chi se lo credeva…”) chiederà al puparo stesso, lassù in alto:

“Ma perché ascolto i consigli di Iago?”

“Forse perché in realtà sei tu che vuoi ammazzare Desdemona (…) Forse perché a Desdemona piace essere ammazzata”.

  Allora Ninetto/Otello si rivolge a Totò/Iago (come Pilato a Gesù):

“Ma qual è la verità? Quello che penso io de me, o quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là, lì dentro?” (in dicando il puparo in alto).

  Totò/Iago, accomodante: “La verità è quello che senti dentro di te (…) Ma non devi nominarla, altrimenti non c’è più”.

  Davvero: c’è qualcosa di reale, in questo sogno tragico?

 Intanto Pier Paolo ce l’ha, una verità: il pubblico della rappresentazione, reale, partecipe e vociante come realmente era nei teatri dei pupi siciliani, il popolo dall’energia ctonia, capace di stravolgere persino il finale shakespeariano, una folla che irromperà in scena incaricandosi di fare giustizia, salvando Desdemona, uccidendo Otello e portando in trionfo un sorpreso e inconsapevole Cassio/Franco Franchi. Narrare la vita, e la vitalità del popolo, come anche in “Le ceneri di Gramsci” e in molti altri altrove di Pasolini: qui è Pier Paolo, molto altro di lui  forse ne è conseguenza.

  Infine, chiuso il sipario, le marionette della compagnia si ritrovano di nuovo appese alla rastrelliera, tutte nella stessa posizione, per dirla alla Totò: tutte “livellate” (e sappiamo per quale momento della nostra vita Totò usava la  parola “livella”). Infatti le due marionette umane Totò/Iago e Ninetto Davoli/Otello vengono portate via, e gli altri sono tutti addolorati, per entrambi, sia il buono sia il cattivo: sono ridiventati davvero tutti uguali, e osservano “Non li vedremo più”, mentre incalza l’atroce musica che ci scaraventerà nel finale.

  Le smorfie di terrore sui volti dei due dureranno solo qualche attimo, ma poi Totò/Iago e Ninetto/Otello, ex nemici sulla scena, ora senza più nessun filo e nessun puparo (come eri te, Pierpa’) tornano sereni, sorridenti anche al fondo della più lurida discarica in cui sono stati gettati, e ammirano con occhi trasognati le nuvole sopra di loro.

  Ninetto (non è più Otello: è tornato romano) chiede a Totò:

“Iiihhh, e che so’ quelle?!”

“Quelle sono…  sono le nuvole”.

“E che so’ ‘ste nuvole?”

“Mah!”

“Quanto so’ belle, quanto so’ belle, quanto so’ belle!!!” (tre volte, numero perfetto, numero trinitario, numero conclusivo).

  A questo punto nemmeno Totò sa più nulla, e sorridendo incantato anche lui, può solo osservare:

“Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato…”

*****

  Chi te conosceva, Pierpa’, fino a quel momento?… Se non tramite notizie sui manuali di letteratura e qualche estratto, forse non ti avevo mai capito.

  Te, in quest’epoca non meno sinistra di quella in cui vivesti… almeno te l’avrai capito, che cosa sono le nuvole. Almeno adesso l’hai capito, ce ‘o so. Ma io non lo sapevo in quella stranissima e perduta notte alla metà degli anni Novanta, io poco oltre i vent’anni, rincasato tardi in una delle mie notti difficili e insonni di quell’èra. Però qualcosa lo capii eccome, in quei venti minuti dell’episodio pasoliniano…

  Non lo seppi subito, ma in profondo l’avevo già compreso del tutto, restando rapito per sempre da quelle sbalorditive immagini.

  Pensai spesso a quanto lancinante era quella canzone, col testo tuo e musica di Modugno, se si è stati abbandonati, e se è una persona che è stata perduta, come sembra. E quindi cos’è quel tornare a sorridere e ammirare le nuvole pur nel baratro putrescente della decomposizione, o nella depressione dell’abbandono e del fallimento (che può renderci altrettanto decomposti)?

  E come mai l’essere finalmente senza fili ci può alleggerire della domanda, ormai disinnescata, “Perché sono un assassino?”. Sembra che i fili delle marionette siano in verità quelli di un detonatore che ci portiamo appresso tutta la vita.

  Già: sembra.

  Però, avevo già visto e capito che quanto era più importante, in fondo, era lampante: che l’arte sono anche le nuvole, candide e multicolori, imprevedibili e meravigliose, limpide eppure stratificate, perché l’artista vero dà suggestioni, disturba, invita nel suo mondo ma per ri-creare, altrimenti rischierebbe di essere non un artista, bensì un legislatore, un capopopolo, un maitre-a-penser.

  Sì sì, certo Pierpa’, le tue denunce, la tua profeticità, la tua parresìa. La tua anarchia nel senso di darsi regole prima che te le diano gli altri. Ma ‘ste cose a conoscele so’ boni tutti, Pierpa’, come a conosce’ Socrate da ‘e descrizioni o Cristo da ‘e parabbole.

  Troppo semplice. Ce sta artro, ce sta infinitamente artro…

  È quando si scopre che un artista, oltre che dare risposte, rimane eterno nel suggerire visioni e suggestioni e forse significati, tanto da restarci per sempre negli occhi e nella memoria coi suoi capolavori, e ci resta dentro con barlumi che ci lacerano e ci aprono… ecco: forse lì si comincia a capirlo veramente.

MICHELE CAPITANI