La mente senza pensieri: Churchland e il materialismo eliminativo

di SIMONE PAZZAGLIA  ♦

In un panorama filosofico ancora dominato, nei primi anni Ottanta, dal dibattito tra dualismo cartesiano e materialismo funzionalista, l’intervento teorico di Paul M. Churchland risuona come una vera e propria frattura epistemologica. Con il suo saggio Eliminative Materialism and the Propositional Attitudes, Churchland propone non solo una revisione delle nostre categorie mentali, ma ne auspica l’eliminazione tout court, sostenendo che concetti come “credenza”, “desiderio”, “intenzione”, “volontà” – ciò che nella tradizione analitica viene denominato folk psychology o psicologia del senso comune – non siano altro che strumenti teorici obsoleti, destinati ad essere abbandonati al pari delle entità dell’alchimia o dell’etere luminifero nella fisica pre-relativistica. La sua tesi è semplice solo in apparenza: non bisogna correggere la psicologia popolare, ma eliminarla del tutto, sostituendola con un linguaggio più aderente ai risultati delle neuroscienze contemporanee e future.

La portata di questa proposta è radicale: implica la trasformazione della nostra concezione della mente, non più fondata su introspezioni fenomeniche o modelli computazionali astratti, ma sulla struttura e il funzionamento del cervello inteso come sistema dinamico neurobiologico. Churchland non si limita a offrire un’alternativa filosofica: sollecita una vera e propria rivoluzione concettuale, in cui la filosofia della mente deve abbandonare i suoi strumenti tradizionali per farsi pienamente scientifica. In questa prospettiva, l’idea stessa di un “io” che possiede pensieri, emozioni o volontà appare una costruzione teorica priva di fondamento empirico.

È una tesi che affonda le sue radici nel materialismo scientifico più severo, ma che si differenzia da forme moderate come il funzionalismo, proprio per la sua intransigente richiesta di abbandono delle categorie mentali familiari. Churchland, ispirandosi alla storia delle rivoluzioni scientifiche kuhniane, considera la folk psychology come un paradigma degenerativo, incapace di rendere conto dei fenomeni mentali complessi e destinato a essere rimpiazzato da un paradigma neurofisiologico. Le implicazioni di questa posizione sono profonde e toccano non solo la filosofia della mente, ma anche la linguistica, la psicologia, l’intelligenza artificiale e la nostra stessa concezione di identità personale.

Per comprendere appieno la portata della proposta eliminativista, è necessario partire da una definizione precisa della folk psychology, o psicologia del senso comune. Con questa espressione, Churchland designa l’insieme dei concetti e delle spiegazioni quotidiane che utilizziamo per descrivere, prevedere e interpretare il comportamento umano: credenze, desideri, intenzioni, speranze, paure, emozioni. È la grammatica invisibile con cui articoliamo le nostre spiegazioni sociali, il modo in cui pensiamo che le persone “funzionino” internamente. Quando affermiamo che “Lucia è andata al supermercato perché credeva che ci fosse ancora del pane e desiderava comprarlo”, stiamo implicitamente utilizzando la teoria folk. Ma per Churchland, questo linguaggio quotidiano non è una descrizione oggettiva della realtà mentale: è una teoria – e per giunta una teoria antiquata, primitiva e largamente inefficace.

Il parallelismo che egli propone è illuminante: la folk psychology è come l’antica teoria dell’umore nero per spiegare la malinconia, o come il concetto di etere per spiegare la trasmissione della luce. Si tratta di costrutti teorici che hanno avuto un valore pragmatico in un’epoca pre-scientifica, ma che si sono rivelati inadatti man mano che l’indagine empirica ha prodotto spiegazioni più precise e sistematiche. Per Churchland, la resistenza a riconoscere il carattere teorico e superato della folk psychology è analoga alla tenace persistenza di concetti ormai screditati nella storia della scienza. Ciò che rende questa teoria particolarmente anomala, però, è che a differenza di molte altre, non è mai stata sottoposta a una vera e propria formalizzazione, non ha prodotto predizioni quantitative, non è stata falsificata nel senso popperiano – e tuttavia continua a sopravvivere come fondamento implicito del nostro linguaggio mentale.

La critica è duplice: da un lato, la folk psychology è considerata una teoria scientificamente sterile. È incapace di spiegare una vasta gamma di fenomeni mentali che oggi riteniamo centrali: disturbi psichiatrici come la schizofrenia, l’autismo, le allucinazioni, i sogni, l’apprendimento profondo, la coscienza non riflessiva. Dall’altro lato, essa si presenta come staticamente impermeabile al progresso scientifico. Non è una teoria in via di sviluppo, ma una reliquia concettuale fossilizzata, che si tramanda senza cambiamenti significativi da millenni. Mentre la fisica, la chimica e la biologia hanno trasformato radicalmente il loro lessico concettuale, la nostra teoria della mente è rimasta sorprendentemente simile a quella di Aristotele o Agostino.

Il punto centrale dell’eliminativismo è che questa teoria è sbagliata non solo nei dettagli, ma nelle sue fondamenta. I concetti di “credenza” o “desiderio” non sono solo imprecisi: sono radicalmente fuorvianti. Non esistono entità mentali che corrispondano direttamente a queste categorie. Proprio come abbiamo smesso di parlare di “flegma” e “bile gialla” per descrivere le funzioni fisiologiche, dovremmo smettere di parlare di propositional attitudes per descrivere la cognizione umana.

Un esempio tratto dalla vita quotidiana può essere utile. Immagina una persona che fallisce un compito ripetutamente, e noi diciamo che “non ha abbastanza volontà” o “non crede davvero di potercela fare”. Ma cosa significano esattamente queste affermazioni? Sono etichette vaghe, metaforiche, basate su intuizioni. Non ci dicono nulla sulla struttura cerebrale, sui pattern sinaptici, sulla dinamica delle reti neurali coinvolte. Si limitano a descrivere il comportamento usando una parafrasi concettuale. Per Churchland, questo tipo di linguaggio ha la stessa validità esplicativa che avrebbe oggi, in medicina, dire che un paziente è afflitto da un “cattivo umore bilioso”.

Il rifiuto della folk psychology è quindi più di una semplice polemica terminologica: è una sfida epistemologica profonda al modo in cui concepiamo noi stessi, gli altri, e l’intero impianto delle scienze umane. E se le nostre categorie mentali fossero solo un’abitudine linguistica priva di fondamento empirico? Se stessimo usando una mappa completamente sbagliata per esplorare il territorio della mente?

Nel dibattito filosofico contemporaneo, la posizione eliminativista di Churchland si staglia per la sua radicalità rispetto a quella che potremmo definire la visione dominante del tempo: il materialismo funzionalista. Quest’ultimo, erede del comportamentismo e della filosofia analitica del linguaggio, afferma che gli stati mentali sono definibili non per la loro costituzione fisica, ma per il ruolo causale che svolgono all’interno di un sistema cognitivo. In altri termini, credenze e desideri esistono come relazioni funzionali tra input, output e stati interni: una macchina di Turing, un cervello biologico o un’intelligenza artificiale potrebbero, in linea di principio, condividere gli stessi stati mentali se replicano lo stesso schema funzionale.

Churchland rifiuta questo impianto. Per lui, parlare di “credenze” e “desideri” anche in termini funzionali non risolve il problema: semplicemente lo maschera dietro una nuova terminologia. Secondo l’eliminativismo, anche una definizione puramente causale di “avere paura” o “desiderare il gelato” rimane vincolata a un lessico teorico sbagliato. È come cercare di salvare l’astrologia costruendo modelli computazionali dei segni zodiacali: anche se il modello funziona, resta basato su premesse false.

Il cuore del disaccordo è epistemologico. Il funzionalismo assume che la folk psychology sia, se non corretta in tutti i suoi dettagli, perlomeno una buona approssimazione della realtà mentale. Churchland, al contrario, afferma che è una teoria falsa, e che il progresso delle neuroscienze porterà non a una traduzione dei concetti folk in concetti neuroscientifici, ma alla loro completa sostituzione. In questa prospettiva, il cervello non “crede” o “desidera”, ma piuttosto attiva specifiche reti neurali, elabora segnali elettrochimici, modifica i pesi sinaptici in funzione di input ambientali e apprendimento. Gli stati mentali come li concepiamo ora scompariranno dalla spiegazione scientifica come sono scomparsi gli “spiriti vitali” dalla biologia.

Questa posizione si lega a una più generale teoria della conoscenza scientifica ispirata a Thomas Kuhn: le rivoluzioni scientifiche non procedono per aggiustamenti progressivi, ma attraverso la sostituzione di paradigmi. Churchland interpreta il linguaggio mentale come un paradigma degenerativo: non solo è incapace di evolversi, ma costituisce un ostacolo epistemologico all’elaborazione di nuove teorie. Il confronto con il funzionalismo, allora, non è semplicemente una divergenza di visione: è uno scontro tra due modelli di razionalità scientifica. Il funzionalismo è conservatore: vuole salvare la superficie della teoria; l’eliminativismo è rivoluzionario: vuole riscrivere tutto da capo.

A ulteriore conferma, Churchland evidenzia i limiti predittivi della psicologia popolare. Il funzionalismo può essere elegante nella formalizzazione, ma resta dipendente da categorie intuitive che mancano di precisione empirica. In confronto, modelli connessionisti o reti neurali artificiali – allora agli inizi, oggi sempre più avanzati – promettono di spiegare il comportamento e la cognizione in termini completamente nuovi, senza fare appello ad alcun “soggetto cartesiano”.

Un esempio illuminante riguarda il modo in cui i moderni modelli di deep learning affrontano la classificazione visiva. Nessun sistema neurale artificiale “crede” che ci sia un gatto nell’immagine: elabora pattern, attiva unità, regola pesi. Se questo tipo di spiegazione è sufficiente per replicare il comportamento umano, perché mantenere concetti come credenza o desiderio? Per Churchland, è tempo di lasciarli andare – non perché siano troppo vaghi, ma perché sono semplicemente falsi.

Uno degli aspetti più dirompenti del materialismo eliminativo è la sua proposta di sostituire interamente il linguaggio della psicologia del senso comune con un vocabolario tratto direttamente dalle neuroscienze. Per Churchland, non si tratta di una semplice riduzione – in cui i concetti mentali vengano mappati uno a uno su strutture neurali sottostanti – ma di una sostituzione teorica radicale, analoga a quanto è avvenuto in fisica quando i concetti di “calore come fluido” sono stati abbandonati in favore della teoria molecolare.

Secondo questa visione, il cervello umano non è un interprete di proposizioni, ma un sistema dinamico composto da reti neurali biologiche i cui stati interni non corrispondono ai concetti della folk psychology. Le cosiddette “credenze” o “desideri” sono spiegazioni fenomenologiche, formulate a posteriori, che non trovano alcun riscontro nei pattern computazionali reali osservabili nel sistema nervoso centrale.

Churchland propone che in futuro le spiegazioni psicologiche saranno espresse interamente in termini di attività neurale vettoriale: distribuzioni di attivazione su spazi multidimensionali che descrivono l’elaborazione dell’informazione nel cervello. Non diremo più che “una persona crede che il treno parta alle otto”, ma che “una particolare configurazione di attivazione nella corteccia prefrontale è stata modulata da input sensoriali e memoria episodica, generando un output motorio predittivo relativo a uno schema temporale interno”. Questo tipo di linguaggio, per quanto oggi ancora in fase embrionale, è quello che secondo Churchland sostituirà completamente la grammatica mentale tradizionale.

Un riferimento esplicito è alle teorie connectioniste, già emergenti all’epoca della pubblicazione del saggio, e oggi dominanti in molte aree dell’IA e delle neuroscienze cognitive. Nei modelli connectionisti (come le reti neurali artificiali), le rappresentazioni non sono discrete e simboliche, ma distribuite e sub-simboliche. Non c’è nessun “simbolo” che rappresenta una credenza: c’è solo un pattern di attivazione che emerge dal training, dall’interazione con l’ambiente, dalla plasticità sinaptica. Questo parallelismo rafforza la posizione eliminativista: se i modelli più promettenti dell’attività mentale non impiegano proposizioni, perché dovremmo insistere a usarle noi?

La posizione di Churchland è anche una sfida al cosiddetto realismo semantico delle propositional attitudes, sostenuto da autori come Jerry Fodor e Zenon Pylyshyn. Secondo Fodor, i concetti mentali sono entità reali, manipolate da un sistema simbolico interno simile a un linguaggio mentale (il “language of thought”). Churchland rovescia questa impostazione: non solo non esiste un “linguaggio del pensiero” nel senso proposizionale, ma l’idea stessa di simbolo mentale potrebbe essere un artefatto concettuale, privo di una controparte neurofisiologica.

Il richiamo all’evoluzione biologica è un ulteriore argomento: il cervello umano è un prodotto di adattamenti progressivi, non un sistema progettato secondo un’architettura simbolica modulare. È plausibile – sostiene Churchland – che le strutture cognitive si siano evolute in modo distribuito, plastico, e altamente interconnesso, non secondo un modello sintattico-grammaticale ma secondo vincoli funzionali, metabolici e ambientali. Il nostro linguaggio della mente è nato molto dopo il cervello stesso, e si è sviluppato come un’interfaccia pragmatica per spiegare il comportamento, non come una descrizione fedele della sua struttura interna.

Un esempio emblematico è l’esperienza del dolore. La folk psychology lo descrive come “una sensazione spiacevole localizzata in una parte del corpo”. Ma le neuroscienze rivelano una realtà molto più complessa: il dolore coinvolge circuiti distinti (nocicettivi, affettivi, cognitivi), è modulato da fattori psicologici, contesti sociali, aspettative, e può persistere anche in assenza di danno tissutale (come nel dolore neuropatico o negli arti fantasma). Parlare di “sensazione dolorosa” è, per Churchland, una scorciatoia linguistica che rischia di oscurare la natura multidimensionale del fenomeno.

In ultima analisi, la posizione eliminativista è un appello a riformulare da zero la teoria della mente, partendo non da ciò che ci sembra intuitivo o familiare, ma da ciò che le scienze empiriche ci mostrano essere vero. Ciò implica sacrificare l’intuizione per la spiegazione, la comprensibilità immediata per la precisione teorica, e accettare che il nostro lessico mentale potrebbe essere un’aberrazione epistemica, tollerata solo dalla nostra ignoranza temporanea.

Accettare il materialismo eliminativo non significa soltanto ridefinire la teoria della mente: significa cambiare radicalmente il nostro modo di concepire l’essere umano, la cultura e persino la nostra responsabilità morale. Churchland non si limita a proporre un modello neurofisiologico della cognizione: porta con sé una trasformazione delle fondamenta stesse del pensiero occidentale. Se concetti come “credere”, “desiderare”, “intendere”, “volere” o “decidere” sono destinati a scomparire dal vocabolario scientifico e, per estensione, da quello comune, allora anche i concetti morali, giuridici, e narrativi che da essi dipendono diventano problematici.

Nel mondo giuridico, ad esempio, si fonda l’intera impalcatura della colpevolezza e della responsabilità sulla presenza di stati mentali intenzionali. Se questi stati non esistono in senso forte, o non corrispondono a realtà neurali discrete, l’intero sistema del diritto moderno entra in crisi. Dobbiamo forse immaginare, in un futuro ispirato da Churchland, un diritto neurale, dove la colpa o l’innocenza sono descritte in termini di tracciati elettrofisiologici? Allo stesso modo, la nostra produzione letteraria, cinematografica, religiosa e mitologica si fonda sull’attribuzione di motivazioni, su conflitti tra desideri e credenze, su dilemmi morali interni: tutti elementi che l’eliminativismo considera illusori.

Le implicazioni si estendono anche alla pedagogia e alla psicoterapia. Cosa significa educare o curare qualcuno, se il suo mondo interiore è privo di proposizioni, se l’“introspezione” non è altro che una lettura ingenua di una complessa attivazione neurale? La critica di Churchland colpisce anche l’introspezionismo tradizionale della fenomenologia e, per certi versi, dissolve ogni pretesa dell’esperienza soggettiva di essere fonte privilegiata di conoscenza. Non è la coscienza a spiegare il cervello, ma il cervello a spiegare (e forse dissolvere) la coscienza.

In questa ottica, lo stesso concetto di “sé” viene messo in discussione. L’idea che vi sia un soggetto unitario che pensa, vuole e decide, appare come un costrutto narrativo funzionale, ma privo di corrispettivo fisico. Il sé è un effetto emergente, un’interfaccia evolutiva utile per la sopravvivenza e la socializzazione, ma non una realtà ontologica. Qui il materialismo eliminativo si intreccia con le neuroscienze contemporanee (si pensi a Damasio, Metzinger, Gazzaniga), e con la dissoluzione del soggetto cartesiano che già figure come Nietzsche e Freud avevano anticipato.

Tuttavia, questa prospettiva estrema ha suscitato forti critiche. Molti filosofi, da Jerry Fodor a John Searle, hanno rigettato l’eliminativismo come auto-confutante: per sostenere che le credenze non esistono, bisogna credere che l’eliminativismo sia vero. Churchland risponde a questa obiezione con eleganza: le nostre pratiche discorsive sono ancora vincolate alla folk psychology per ragioni pragmatiche, ma ciò non implica la verità ontologica delle entità che essa presume. È una differenza analoga a quella tra usare un’analogia e credere che l’analogia corrisponda alla realtà. L’eliminativismo è una teoria scientifica in fieri, non una tesi linguistica.

Altri critici sottolineano la distanza fra neuroscienza attuale e la capacità di produrre un linguaggio sostitutivo davvero efficace. Ma per Churchland, questa è solo una questione di tempo: la storia della scienza è piena di teorie immature che si sono poi affermate col progresso tecnico. Il punto non è se possiamo oggi descrivere ogni stato mentale in termini neurali, ma se in linea di principio questo sia il percorso epistemologicamente più fruttuoso. E, per Churchland, la risposta è sì.

In conclusione, Eliminative Materialism and the Propositional Attitudes è uno di quei testi che scuotono le fondamenta. La sua forza non risiede solo nella coerenza teorica o nella profondità argomentativa, ma nella radicalità con cui ci costringe a riconsiderare ciò che riteniamo ovvio: che siamo creature mentali, che ci conosciamo dall’interno, che possiamo parlare di noi stessi in termini di pensieri e scelte. Churchland ci chiede di immaginare un mondo in cui tutto questo sia archiviato come una credenza primitiva. Che si sia d’accordo o meno, non si può negare l’impatto di una proposta tanto estrema quanto stimolante.

SIMONE PAZZAGLIA