Gaza, la tregua imperfetta. Diplomazia, intelligence e ricostruzione nel tempo sospeso della guerra.

di PAOLO POLETTI

Il cessate il fuoco a Gaza, firmato a metà ottobre 2025 dopo diciotto mesi di conflitto ininterrotto, è più di una tregua: è un tentativo di ingegneria diplomatica multilivello. Sulle ceneri delle proposte del 2024 – dal piano Biden alla risoluzione 2735 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – l’intesa attuale riprende la logica a fasi: cessazione immediata delle ostilità, scambi umanitari, stabilizzazione, ricostruzione. La novità è nei garanti: accanto all’asse classico Egitto – Qatar – Stati Uniti compare la Turchia, segnale di un equilibrio diverso tra mondo arabo e Occidente. Sul terreno, tuttavia, la tregua resta fragile: chiusure del valico di Rafah, accuse reciproche di violazione, lentezze nell’accesso degli aiuti mettono alla prova ogni giorno la tenuta dell’accordo.

Dentro questo esperimento convivono diplomazia ufficiale e canali dei servizi di intelligence, interessi economici regionali e globali e la fatica di una società che vive, letteralmente, sotto decine di milioni di tonnellate di macerie. La dimensione europea è marginale ma non irrilevante: Bruxelles, e, con essa, Roma, punta sul sostegno finanziario e sul richiamo alla legalità internazionale per riaprire la prospettiva dei due Stati, mentre la priorità quotidiana resta la sopravvivenza della popolazione civile.

Le tre fasi dell’accordo.  

Che cosa prevedono “fase uno”, “fase due” e “fase tre”.

Fase uno – umanitaria e negoziale:

  • obiettivo: silenzio delle armi e riduzione immediata del danno;
  • misure: cessazione completa delle ostilità; ritiro graduale delle truppe israeliane dalle aree densamente popolate; scambi di ostaggi e prigionieri; riapertura dei valichi per aiuti, carburante e medicinali;
  • garanti e attuatori: Egitto e Qatar al centro della mediazione; Turchia come co-garante politico e tecnico (squadre di specialisti per il recupero dei resti); Stati Uniti come regista e “pressing power”; Comitato Internazionale della Croce Rossa e sistema ONU per corridoi e verifiche;
  • logica: fermare il fuoco, consolidare la fiducia minima, creare spazio di manovra politico.

Fase due – sicurezza e amministrazione:

  • obiettivo: passare dalla pausa militare alla gestione civile;
  • misure: definizione di un dispositivo di ordine pubblico che non ricada su Hamas; avvio di disarmo selettivo e verificato (almeno delle capacità pesanti); tutela delle rotte umanitarie; insediamento di quindici tecnocrati palestinesi per i servizi essenziali, con mandato transitorio;
  • governance economica: istituzione di un “consiglio di amministrazione” della ricostruzione (donatori e mediatori decidono, tecnocrati attuano);
  • condizioni politiche: doppia autorizzazione implicita di Hamas (controllo di fatto sul territorio) e Israele (controllo di fatto su accessi e sicurezza);
  • rischio principale: senza una burocrazia reale e una catena di comando credibile, i tecnocrati restano figure simboliche.

Fase tre – ricostruzione e politica:

  • obiettivo: rendere la tregua economicamente irreversibile e aprire il capitolo politico;
  • misure: fondi multilaterali; incentivi all’investimento (proposta di zone “Hamas free”); infrastrutture energetiche, idriche e sanitarie; riforme amministrative; avvio di un dialogo sullo status finale della Striscia;
  • nodo irrisolto: il disarmo. Il piano non parla di “smantellare” Hamas, ma di consegna controllata delle armi e smilitarizzazione progressiva. È il passaggio più fragile: suppone che un attore armato limiti sé stesso in assenza di un’autorità alternativa in grado di sostituirlo.

Clausole operative dell’accordo.

Per chiarezza, si sintetizzano di seguito le principali clausole operative previste dall’intesa:

  • cessazione delle ostilità.

La tregua impone la piena e completa cessazione del fuoco. Si fermano tutte le operazioni militari, aeree e terrestri; Israele sospende le offensive nelle aree popolate, mentre Hamas e le altre milizie interrompono lanci di razzi e ogni attacco armato. Sono ammesse solo eccezioni di soccorso immediato in caso di pericolo per i civili, da notificare al meccanismo di verifica. In assenza di un’autorità di controllo vincolante, restano probabili accuse reciproche di violazione;

  • ritiro e ridefinizione delle zone di sicurezza.

Il ritiro israeliano dalle aree densamente popolate è previsto in due tempi: entro dieci giorni dal cessate il fuoco le truppe arretrano verso il confine meridionale; entro trenta giorni lasciano le aree urbane di Gaza City e Khan Yunis. La mancanza di una mappa vincolante apre a interpretazioni e crea vuoti di sicurezza dove possono riaffermarsi milizie locali;

  • scambio di ostaggi e prigionieri.

È la componente più sensibile. Il rilascio degli ostaggi israeliani avviene per fasi in cambio della liberazione di prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Nelle prime 72 ore sono previsti donne, anziani e feriti, con liste validate dal Comitato Internazionale della Croce Rossa. Ritardi nella restituzione delle salme hanno già prodotto tensioni e chiusure del valico di Rafah;

  • accessi umanitari e corridoi di soccorso.

L’apertura continuativa dei valichi di Rafah e Kerem Shalom è il banco di prova della tregua. L’accordo impone flussi quotidiani di aiuti, acqua, carburante e medicinali sotto supervisione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, oltre a rotte sicure per i civili e a una rete di deconfliction tra Forze di Difesa Israeliane, Nazioni Unite e organizzazioni non governative. Senza monitoraggio sul terreno, ogni ritardo rischia di essere qualificato come violazione unilaterale;

  • meccanismo di verifica.

Un comitato composto da Egitto, Qatar, Stati Uniti e Nazioni Unite riceve le notifiche di presunte violazioni entro sei ore e le discute entro ventiquattro. Non sono previste sanzioni automatiche: la tenuta dipende da pressioni diplomatiche e dalla credibilità dei garanti. Resta sul tavolo l’ipotesi di una forza multinazionale di stabilizzazione a guida egiziana, con possibili contributi europei;

  • governance e ricostruzione.

La fase conclusiva prevede un fondo multilaterale e la creazione di un’autorità civile provvisoria per Gaza, formata da tecnici e amministratori non affiliati a gruppi armati. L’Egitto ospiterà una conferenza dei donatori entro fine anno. Il nodo politico resta irrisolto: chi governerà il “giorno dopo”? L’Autorità Nazionale Palestinese è debole, Hamas non appare disposto ad autoescludersi e Israele non intende tornare ad amministrare direttamente il territorio.

Hamas: due anime, una sola leva di potere.

“Politica” e “militare” tra sopravvivenza e controllo.

Hamas è una struttura bifronte: una componente politica che cerca riconoscimento e una componente militare – le Brigate al-Qassam – con autonomia decisionale e logistica. Molte ricostruzioni collocano l’iniziativa del 7 ottobre 2023 nella sfera militare, con limitata informazione alla leadership politica; da allora le due anime convivono in un equilibrio teso.

Hamas resta un’organizzazione terroristica. Questa natura non è un dettaglio terminologico: segna la qualità del rapporto con i mediatori e i limiti della sua integrazione in qualunque assetto politico.

Nelle aree da cui Israele si è ritirato, quadri locali del movimento hanno ricominciato a esercitare funzioni di polizia di fatto, gestione degli aiuti e amministrazione minuta.

Senza governance sostitutiva e verifica terza con poteri reali, il disarmo rischia di restare nominale. La prassi sul campo è la “cooptazione minima”: contenere l’ala militare, usarne la capacità di controllo per garantire ordine e corridoi, senza proclami impossibili da far rispettare.

La liberazione di ostaggi israeliani e di prigionieri palestinesi salva vite e regge la tregua, ma non è neutra: tra i rilasciati vi sono anche soggetti pericolosi. Il compromesso consiste nel graduare le liste, imporre condizioni di residenza e monitoraggi post-rilascio, legando ogni “tranche” di scambi al rispetto di impegni verificabili.

Gli Stati Uniti non “arbitri”, ma registi.

Contenere l’Iran, proteggere Israele, salvare l’architettura regionale.

La postura statunitense non è quella del mediatore imparziale: è funzionale a un disegno di equilibrio regionale.

Gli obiettivi strategici sono molteplici: contenere la proiezione iraniana; evitare che la crisi devii Israele dalla sua cintura di normalizzazioni con il mondo arabo; blindare l’asse costruito dopo gli Accordi di Abramo; prevenire spazi di penetrazione russa e cinese nella fase di ricostruzione.

Il metodo operativo non è quello delle imposizioni massimaliste, ma delle sequenze condizionali: aiuti legati a fasi di sicurezza; scambi legati a verifiche; ricostruzione legata a smilitarizzazione.

La visione economica è far nascere isole di normalità dove iniziare a ricostruire e investire, trasformando la tregua in convenienza oltre che in dovere umanitario.

Al-Sisi e la “porta egiziana”.

Ri-legittimazione internazionale e ritorno economico dopo Suez.

Per l’Egitto la tregua è una strategia di sopravvivenza nazionale.

Sul piano della sicurezza, un’escalation a Gaza destabilizza il Sinai, minando il controllo del confine e riattivando minacce jihadiste.

Sul piano politico, guidare i negoziati riporta il Cairo al centro del gioco regionale, con ritorni immediati di prestigio e influenza.

Ma la posta più concreta è economica: il calo dei traffici nel Canale di Suez, che ha ridotto drasticamente le entrate in valuta pregiata, spinge il governo a cercare compensazioni attraverso i flussi finanziari dei donatori, le commesse di ricostruzione, la gestione dei valichi e degli hub logistici.

La mossa chiave è stata mettere in campo quindici tecnocrati palestinesi per la transizione e accreditarsi come capofila di un’eventuale forza multinazionale di stabilizzazione a basso profilo.

La Turchia: garante per ambizione e per influenza.

La paladina dei palestinesi.

Diverso il caso di Ankara.

Recep Tayyip Erdoğan ha scelto di farsi co-garante della tregua per riaccreditarsi come interlocutore del mondo arabo dopo anni di isolamento e tensioni.

La sua firma sul documento del 13 ottobre – accanto a Egitto, Qatar e Stati Uniti – ha un valore politico più che operativo: la Turchia non controlla alcun accesso fisico a Gaza, ma offre legittimità simbolica presso l’opinione pubblica musulmana, dove la popolarità del presidente turco resta alta.

Erdoğan ha bisogno di questa visibilità esterna per compensare un quadro economico interno fragile e per rientrare, da protagonista, nel tavolo di ricomposizione dell’ordine regionale.

Nella sua narrativa, Ankara non è un garante neutrale, ma un difensore dei diritti palestinesi. Eppure, il suo coinvolgimento sotto egida americana mostra la flessibilità tattica di una potenza che sa alternare opposizione e cooperazione a seconda del momento.

Il risultato è un equilibrio instabile: Egitto e Turchia non si fidano l’uno dell’altra, ma hanno bisogno di condividere il ruolo per evitare che l’altro monopolizzi la mediazione.

È una rivalità contenuta dentro la necessità comune di evitare che Gaza precipiti nel caos.

Il silenzio calcolato di Russia e Cina.

Una posizione opportunistica.

Mentre le diplomazie arabe e occidentali si esponevano in prima linea, Mosca e Pechino hanno scelto la discrezione.

Nessuna iniziativa autonoma, nessuna dichiarazione incisiva dopo la firma di ottobre: solo richiami formali alla “necessità di una soluzione politica e del rispetto del diritto internazionale”.

Un silenzio che, in diplomazia, vale più di mille parole.

Per la Russia, impegnata in Ucraina e sempre più isolata sul piano occidentale, il conflitto israelo-palestinese non offre vantaggi immediati.

Mosca sa che un suo intervento attivo a favore di Hamas o contro Israele la porrebbe in rotta con i Paesi arabi moderati e, soprattutto, con l’Egitto, partner strategico anche in campo militare.

Meglio restare sullo sfondo, raccogliendo consenso verbale tra le opinioni pubbliche antioccidentali, ma senza esporsi.

La Cina, dal canto suo, ha preferito un profilo “di principio”: confermare la posizione pro-Palestina e ribadire l’importanza del “dialogo basato sul diritto internazionale”, ma senza investire capitale politico reale nella mediazione.

Pechino è concentrata sul canale economico – accesso alle ricostruzioni, forniture infrastrutturali e possibili investimenti nel corridoio mediterraneo – più che sul piano strategico.

Il suo silenzio è in realtà una mossa di attesa: lascia che Stati Uniti e mediatori regionali si assumano i costi della tregua, riservandosi di entrare in scena solo se e quando si aprirà la fase di ricostruzione, dove l’influenza economica cinese può trasformarsi in leva geopolitica.

Le monarchie del Golfo e la “via del cotone”.

Corridoio economico alternativo e cooperazione con Israele.

Le monarchie del Golfo si muovono in un equilibrio tra solidarietà pubblica e calcolo strategico: condannano le violenze, ma non interrompono la cooperazione militare e tecnologica con Israele inaugurata con gli Accordi di Abramo del 2020. Il loro interesse principale è economico e logistico: la cosiddetta “via del cotone”, un corridoio che colleghi il Golfo al Mediterraneo passando per Israele e la Giordania, con Israele come nodo tecnologico e digitale, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti come motori finanziari e industriali ed Egitto come porta d’accesso al mare.

Nel disegno più ampio, il progetto mira a offrire alle economie emergenti dell’Asia orientale una rotta alternativa alla dipendenza dalla Cina, coinvolgendo partner come India, Vietnam, Malesia e soprattutto Indonesia, il più grande Paese musulmano che ancora non riconosce Israele ma viene attivamente corteggiato.

Per le monarchie del Golfo, “recuperare” Jakarta significa spostare l’asse politico dell’Islam verso una visione pragmatica e commerciale, dove la cooperazione con Israele non è più un tabù ma una leva di sviluppo.

In questo quadro il cessate il fuoco non è solo un atto di pace: è una condizione di mercato, la premessa logistica per trasformare la tregua in investimenti, infrastrutture e manifatture avanzate lungo l’asse Golfo – Mediterraneo – Asia.

Intelligence e diplomazia delle ombre.

Quando i servizi sostituiscono gli ambasciatori.

Il negoziato è stato intelligence-driven: l’Agenzia Generale d’Intelligence egiziana, il Mossad e i servizi di Qatar e Turchia hanno tenuto aperti i canali quando la diplomazia formale si impantanava. Hanno scambiato mappe, liste, percorsi sicuri, testi tecnici. La diplomazia ufficiale ha ratificato quanto la diplomazia segreta aveva già costruito. È la cifra del nostro tempo: senza servizi, nessuna tregua.

Una tregua multilivello, un equilibrio multipolare.

Un multipolarismo nuovo.

Il risultato è che il cessate il fuoco di Gaza diventa un laboratorio del nuovo multipolarismo regionale:

  • gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non più egemonici;
  • l’Egitto difende la propria sopravvivenza diplomatica;
  • la Turchia gioca di sponda per rafforzare la propria immagine;
  • Russia e Cina osservano, pronte a entrare in scena solo nel momento in cui la guerra smetterà di essere una questione militare e diventerà un affare economico.

È un equilibrio provvisorio, fatto di silenzi e di ambizioni trattenute.

E, come spesso accade in Medio Oriente, il cessate il fuoco dice molto più su chi resta in silenzio che su chi firma la pace.

Le parole della pace.

Cessate il fuoco, tregua, armistizio: differenze che cambiano la realtà.

Cessate il fuoco: sospensione tecnica delle ostilità, anche temporanea o unilaterale. Non chiude lo stato di guerra.

Tregua: pausa negoziata e bilaterale, con impegni e verifiche. È già politica: riconosce l’altro come interlocutore.

Armistizio: cessazione permanente della guerra, con obblighi giuridici e regole di condotta, pur senza trattato di pace.

Gaza vive in un limbo semantico tra tregua e armistizio: la guerra non spara, ma non è giuridicamente finita. Le parole non sono etichette: creano l’orizzonte di ciò che è possibile fare – aiuti, ricostruzione, investimenti.

Conclusione.

La tregua come responsabilità: oltre la convenienza, la misura della civiltà.

Più che da un improvviso desiderio di pace, la tregua di Gaza sembra essere stata imposta da un intreccio di interessi economici e geopolitici. I grandi progetti infrastrutturali della regione – il corridoio indo-mediterraneo “via del cotone” – richiedono stabilità, investimenti e un’immagine di affidabilità. In questo quadro, tanto Hamas quanto la risposta militare israeliana hanno funzionato da fattori di disturbo, rallentando traffici, sicurezza energetica e cooperazione tecnologica tra Israele e le monarchie del Golfo. Hamas, paradossalmente, ha ottenuto un risultato politico: riportare la questione palestinese al centro e spingere Israele nella trappola di una reazione che lo ha marginalizzato. Ma questa centralità simbolica non coincide con una prospettiva politica concreta: i dossier che oggi orientano la diplomazia riguardano soprattutto corridoi commerciali, rotte marittime, energia e flussi tecnologici. A chi appartiene, allora, la questione palestinese? Ai popoli che ne subiscono le conseguenze o agli Stati che la usano come leva negoziale? Il rischio è che sopravviva come moneta di scambio in una partita più grande, dove la pace non è fine ma strumento.

Resta l’interrogativo sulla memoria israeliana: il Paese riuscirà a mettersi alle spalle il 7 ottobre? Al di là della retorica di governo e della componente ultraconservatrice e messianica, la società israeliana è attraversata da un trauma collettivo profondo. Ricostruire significherà non solo ripristinare livelli accettabili di sicurezza, ma anche ritrovare una misura etica che separi la protezione dei cittadini dalla logica della vendetta. La possibilità stessa di una pace reale potrebbe dipendere più da questa capacità di elaborazione che da qualsiasi architettura negoziale.

Comunque, il cessate il fuoco di Gaza se non è ancora pace, ma è almeno una tregua necessaria. È il laboratorio di un nuovo equilibrio in cui nessuno vince e nessuno perde del tutto. Gli Stati Uniti la impiegano per contenere l’instabilità e preservare gli Accordi di Abramo; l’Egitto la trasforma in strumento di riscatto politico ed economico; le monarchie del Golfo per non perdere un progetto di sviluppo; Hamas la utilizza per sopravvivere e ricompattare il proprio potere; Israele la accetta per convenienza tattica. Ognuno, in questa tregua, trova un vantaggio provvisorio e una contraddizione permanente.

La lezione, però, è un’altra: la tregua non è solo un atto politico, è anche una condizione morale. Ricorda che, persino nella distruzione, esiste un dovere di civiltà. Finché le macerie materiali e simboliche di Gaza resteranno coperte dal linguaggio dell’emergenza, e degli interessi economici, la pace resterà una parola senza sostanza. Solo quando le diplomazie torneranno a parlare la lingua della responsabilità – e non della mera convenienza – la tregua potrà diventare ciò che promette: un varco verso la normalità, non un intervallo tra due guerre.

Questa tregua è imperfetta: fragile, reversibile, piena di paradossi – chiedere a Hamas di limitarsi; domandare a Israele di accettarne la sopravvivenza; affidare a tecnocrati senza apparato la rinascita di un territorio distrutto. Eppure, è necessaria, come abbiamo visto.

Oltre la convenienza c’è la responsabilità. La tregua serve agli Stati, ma prima ancora alle persone: restituisce un tempo per curare i feriti, seppellire i morti, riaprire scuole e ospedali. La pace, qui, comincerà quando il linguaggio smetterà di essere un espediente e diventerà impegno coerente: quando “cessate il fuoco”, “tregua” e “armistizio” non saranno strumenti tattici, ma promesse mantenute.

PAOLO POLETTI