“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – CORRERE A 114 ANNI

di STEFANO CERVARELLI ♦

CORRERE!

E’ bello correre, ti fa sentir meglio nel fisico, nella mente, ti rilassa, scarica tensioni accumulate, fa bene alla salute, fa dimagrire (a chi ne ha bisogno) su questo punto però avrei delle cose da dire, aiuta la capacità circolatoria, la funzione respiratoria: insomma giova alla salute.

Una bella corsetta nei boschi, in riva al mare, non può che far bene; l’importante è che chi va a correre abbia ben presente che non è chiamato a stabilire record o performance, non deve abbassare nessun limite di tempo, non deve chiedere al proprio organismo, alla propria muscolatura più di quanto possa dare in quel momento, per questo la corsa è anche scuola di pazienza.

La corsa diventa attività produttiva e salutare quando viene praticata nella più completa rilassatezza, con il passo giusto, cioè un passo che non la renda faticosa oltre il limite sopportabile, vale a dire correre e riuscire a parlare con chi corre insieme a te. Forzare significa poi avere crisi di rigetto.

Correre!

Si può correre inoltre per tanti motivi, come dicevo per mantenersi in forma, combattere lo stress, migliorare la funzionalità dell’apparato cardiocircolatorio; e poi si può correre per divertimento, per sentirsi bene con se stessi, acquisire maggiore rilassatezza mentale.

Insomma si corre per sentirsi vivi, attraverso il governo del proprio corpo.

E poi si corre anche per non morire.

La storia che racconterò questa volta è la storia di un uomo che a 114 anni ancora correva.

All’inizio degli anni ’90 Singh rimane vedovo e decide di trasferirsi a Londra per vivere accanto al figlio maggiore Sukhjinder. Il destino, o la vita, fate voi, ha in serbo per l’uomo un’altra grande amarezza. Il figlio minore Kuldeep,  durante il viaggio di ritorno da una visita ai parenti, perde la vita in un incidente stradale.

Vedersi sottrarre dalla morte, in breve tempo, moglie e figlio è troppo, per chiunque, specialmente  se si è vicino ai novant’anni.

Allora come meravigliarsi se quel tremendo dolore piega la resistenza di Singh.

Trascorre intere giornate seduto, tenendosi la testa tra le mani, accanto al luogo dove il figlio era stato cremato; non gli importa più di nulla, non gli importa più niente della vita.

C’è però chi si preoccupa della sua salute: sono gli abitanti del villaggio che gli sono vicino e vedendolo in quelle condizioni, completamente refrattario ad ogni sollecitazione, consigliano ai familiari di riportarlo a Londra.

Qui incontra la corsa ed inizia la sua nuova vita: ha 89 anni.

Un giorno si imbatte in un gruppo di uomini avanti con l’età che però non rinunciano alla corsa quotidiana, non passano molti giorni prima che Singh si unisca a loro.

Nella sua prima vita Singh era contadino e l’esperienza e le conoscenze acquisite in quest’attività gli torneranno molto utili nella sua nuova vita di atleta.

Corre, si allena, si è posto un obiettivo: partecipare alla maratona di Londra, la sua prima maratona alla soglia dei novant’anni!

Ma qui gli organizzatori non gli permettono di correre con il turbante, gli concedono di mettersi solo un patka (copricapo indossato dai Sikh). Ma Singh rifiuta di correre senza turbante, nascono discussioni infinite ma alla fine gli viene accordato il permesso di correre con il suo inseparabile turbante: “La mia più grande conquista” dirà in seguito.

Porta a termine la lunga corsa in sei ore e 54 minuti, ma la porta a termine.

Successivamente, a Toronto, abbassa il tempo di ben un’ora, percorrendo i 42 mitici chilometri in 5 ore e 40 minuti!

Alla “tenera” età di 101 anni partecipa all’ultima gara ufficiale la maratona di Hong Kong. “Ricorderò quel giorno per sempre” dice, aggiungendo poi “Correre mi mancherà ma pur non partecipando alle maratone, non smetterò, se possibile farò distanze più brevi, ma solo per beneficenza” .

Uno così non poteva non essere un’icona mondiale dello sport e dell’atletica in particolare; fu tedoforo alle olimpiadi di Londra  nel 2012 e primo centenario a portare a termine una maratona.

Il perché della sua straordinaria forma fisica, come sempre egli ha raccontato, ricorda  i segreti della longevità che leggiamo diverse volte nelle interviste fatte ai centenari (e quindi non più tanto segreti): “Mangiare poco, correre, rimanere felici” dice  Singh.

Fin qui ho raccontato la storia bella di un uomo che diventa meno bella se ripensiamo alle cause che hanno portato il nostro “vecchietto” a correre, ossia la morte della moglie e di un figlio.

Ma adesso per concludere il breve racconto su Singh devo anche raccontarvi la parte triste, quella che ha posto termine alla sua vita.

Una sera, nel luglio scorso, mentre camminava per andare a casa nel Putnjab indiano, viene investito in pieno da un Suv con alla guida un ragazzo di 26 anni, quasi cent’anni più piccolo di lui.

Il giovane che fermandosi avrebbe potuto salvarlo – come successivamente è stato detto – o perlomeno fare un tentativo, si dà alla fuga, per poi essere in seguito individuato ed arrestato.

Fauja Singh muore in ospedale qualche ora dopo l’incidente. Aveva 114 anni e la sua vita si è conclusa a Beas  Pind, il villaggio dove era cominciata vicino Jalandhar e dove con la morte si era incontrato già due volte.

STEFANO CERVARELLI