IL LADRO
di CLAUDIA SFILLI ♦
“Mariangela, santo cielo, come stai? Fatti vedere…”
Fausto era arrivato alla centrale di polizia senza fiato. Mariangela, così piccola e indifesa, aggredita da un mascalzone! Inaccettabile! Ci vorrebbe la pena di morte per quei delinquenti!
“Come stai tu? Guarda, sei tutto rosso, non farti venire l’infarto. Io… io sto bene, dai. Sì, mi ha aggredita un tale, un uomo, non so chi, ma per fortuna qualcuno ha visto ed è intervenuto”.
“Ma… ti ha fatto del male? Ti ha… ti ha violentata?”
Mariangela spalancò gli occhi, come sbalordita. Scosse la testa.
“No, mio Dio, no…”
“Non ce la farei ad accettarlo, sai? Diventerei una belva. Il giustiziere della notte. Li ammazzerei tutti!”
“Ma dai, calmati… Chi ammazzeresti, tu? Adesso qui hanno concluso e possiamo andare a casa”.
“Così? E… non chiedono niente a me?”
“Cosa c’entri tu, Fausto?”
“Non so. Forse per le indagini può servire la mia testimonianza”.
“Ma cosa vuoi testimoniare, se non c’eri? Mi ha solo portato via il portafogli. Cosa vuoi che sia?”
Fausto aprì la porta di casa e lasciò passare Mariangela.
“Oh, quale insolita gentilezza!” disse lei, con un pizzico di ironia.
“Vai a riposare, cara. Faccio tutto io, qui”.
Mariangela si fermò e lo guardò. Ma era proprio lui?
“Cos’è questo tutto che dovresti fare?”
“Beh, preparo la cena. Dimmi: c’è qualcosa che vorresti mangiare? Eventualmente, se serve, vado a fare la spesa”.
Fausto era davvero strano: lo sguardo allarmato, troppo allarmato, e la voce strozzata, ma con un tono dolce da non credere. Certo, quello che era successo era grave, ma ora era tutto finito e senza grosse conseguenze.
Mariangela continuava a guardarlo incredula. Mandarlo sul suo adorato divano dicendogli lascia stare faccio io sarebbe stato il suo primo impulso, ma poi… no: perché non accettare le sue premure?
“Grazie. Fai pure quello che va bene a te, Fausto. Io vado un po’ in salotto a rilassarmi”.
Lui sorrise. Andò a prenderle un golfino e glielo pose sulle spalle.
“Bene. Allora, vado,”.
Fra un po’ scoppierà a ridere, pensò Mariangela, e mi dirà che stava scherzando. Nemmeno quando era nata Deboruccia si era comportato così! E sì che c’erano state delle complicazioni durante il parto e lei aveva perso tantissimo sangue.
Però, finché durava quella straordinaria metamorfosi, perché non approfittarne?
“Dormirò un po’. Mi sento… mi sento così strana. Sai, non è facile…”
“Certo. Capisco… Quando starai meglio, se vorrai, potremmo parlarne. Ti aiuterà a superare il trauma”.
Mariangela avrebbe voluto telefonare alla sua amica Sabrina e raccontare a lei quello che le era successo, ma non era proprio il caso. Fausto era sconvolto davvero. Cercava in ogni modo di aiutarla. Ma aiutarla per cosa?
“Sì, Fausto. Ora riposo e poi starò sicuramente meglio. Grazie”.
“No, non dire grazie.”
Fausto si allontanò con passo veloce, ma attento a non fare il minimo rumore. Un secondo dopo si presentò con un bicchiere in mano.
“Per facilitare il riposo: che ne dici? Cosa posso metterci dentro?”
“Beh…”
“Acqua?”
“Vino sarebbe meglio. Bianco, grazie. Fresco”.
Lei sul divano, lui ai suoi piedi, bevvero un bicchiere di vino, guardandosi e sorridendosi un po’ impacciati.
“Come va?”
“Meglio, grazie”.
Lei si distese.
“Sto un po’ qua, allora”.
“E io vado a prepararti la cena”.
Mariangela chiuse gli occhi. Nella mente le si ripresentarono le immagini di ciò che aveva vissuto e sospirò profondamente. Aveva quarantotto anni e se li portava bene, anche grazie alla cura che metteva nel vestire e nel truccarsi: sembra una trentenne, dicevano tutti. La vita matrimoniale però, così noiosa, in cui non era rimasta traccia dell’amore e dell’entusiasmo dei primi tempi, l’aveva resa scontenta e apatica. Fausto, quando tornava a casa dal lavoro, era sempre stanco e arrabbiato; si distendeva sul divano, accendeva il televisore e non parlava. Lei aveva cercato di parlargli del proprio malessere, ma ogni volta lui l’aveva bloccata. Esisteva solo lui. La sua stanchezza, le sue difficoltà, la sua sofferenza erano il centro attorno al quale girava tutto il mondo, e lei finiva col sentirsi in colpa per aver anche solo pensato di mostrarglisi insoddisfatta e scontenta.
Fausto, da parte sua, non aveva una vita facile, il lavoro gli chiedeva troppe energie e il rapporto difficile con il capo lo stava veramente logorando: punzecchiature, mortificazioni, non ce la faceva più! Mariangela avrebbe dovuto capirlo, santo cielo! Se non scherzava più come prima, se l’unica voglia che gli era rimasta era distendersi sul divano e addormentarsi guardando la televisione un motivo doveva pur esserci! Ma lei lo stuzzicava sempre, gli diceva che era diventato una mummia, e ormai da tempo aveva smesso di parlargli. Anche lui aveva smesso di parlarle e onestamente non sapeva chi dei due avesse dato inizio al loro silenzio. Lei avrebbe voluto il fidanzatino che lui era stato, Fausto lo sapeva, quello che la faceva ridere e le raccontava tutto di sé, ma soprattutto – cosa ancor più difficile – quello sempre disposto ad ascoltarla. Ma non era possibile: la vita aveva cambiato entrambi.
Mangiarono in sala, dove Fausto aveva preparato la tavola scegliendo la tovaglia bella, i piatti della festa e le candele da mettere sul candelabro comprato tanti anni prima, ma mai usato.
Avevano mangiato bene, finendo la bottiglia del buon vino bianco sorseggiato prima sul divano. Avevano anche chiacchierato piacevolmente, e alla fine, dopo la frutta, Mariangela disse:
“Dimmi, Fausto, come mai ci hai messo tanto per venirmi a prendere? La centrale di polizia non è lontana da qui e a quell’ora dovevi essere già tornato a casa”.
Fausto abbassò gli occhi e poi li rialzò per guardare Mariangela con lo sguardo più tenero e innamorato che mai.
“Mariangela, non so cosa risponderti: sentire te che mi dici quello che era successo… Dio mio, mi è crollato il mondo addosso. Ti rendi conto? Mi hai detto che eri stata aggredita… Io… io ho immaginato una di quelle scene che vediamo nei film, Mariangela… Non riuscivo a calmarmi, non trovavo le chiavi di casa, poi quelle della macchina… e stavo per strisciare la portiera contro lo spigolo del garage. Ero nel panico assoluto”.
Fausto aveva le lacrime agli occhi.
“Ero proprio nel panico, per questo ci ho messo tanto tempo!”
E Mariangela gli accarezzò il viso. Lui, sentendo quella mano calda e affettuosa, si sentì ancora più commosso e confuso.
Il pensiero volò al suo posto di lavoro, grigio e angosciante. Un posto bruttissimo fino a qualche mese prima, quando una luce era entrata a cambiare le cose. La luce si chiamava Isabella. Trent’anni veri, non solo dimostrati, e un sacco di vivacità da trasmettere a chiunque avesse a che fare con lei. Isabella si era dimostrata subito molto competente e aveva saputo entrare nell’ingranaggio del lavoro con discrezione.
Quando lui le spiegava qualcosa o le svelava i segreti di quell’ambiente lavorativo, lo ascoltava con una sorta di ammirazione e gratitudine. Una mattina avevano bevuto un caffè insieme, poi un giorno, a fine lavoro, lui le aveva proposto un aperitivo e poi… Poi era diventata un’abitudine bere un prosecchino o un americano insieme, prima di rincasare. Questo, fino a quel giorno. Quel giorno, verso le sette, avrebbe avvisato Mariangela che c’era stato un imprevisto sul lavoro e che sarebbe tornato a casa tardi. Quel giorno, le cose sarebbero cambiate davvero.
Era appena entrato in casa di Isabella quando il cellulare aveva vibrato. La voce di un carabiniere, poi quella di Mariangela: c’era stato un incidente. Mariangela era stata aggredita. Mentre lui stava per tradirla.
“Ma caro, non devi prenderla così. Ora che siamo qui e stiamo parlando, vedi che non mi è successo niente di grave. Rilassati, ti prego. Sono passata per quel vicolo tante altre volte per andare in farmacia, lo sai. Dovevo prendere le pastiglie per lo stomaco. Insomma, ho visto un uomo venire verso di me. Aveva un cappuccio che gli nascondeva il viso. Io camminavo tranquilla, ma mi sono accorta che invece di spostarsi un po’ per darmi spazio, continuava a procedere dritto su di me. Un attimo e me lo sono trovato addosso. È stato come sbattere contro un macigno. Sì, insomma, lui era forte, mi ha bloccato le braccia, mi ha sfilato il portafogli dalla borsa e poi… poi forse avrebbe anche preso la collana o gli anelli, o forse mi avrebbe fatto del male, ma sono accorse delle persone e mi hanno salvata. Tutto qui”.
Nella mente di Mariangela di nuovo le immagini di quella esperienza sconvolgente. Eccola nel vicolo, verso la farmacia. Quell’ombra: il passo lento, il cappello sugli occhi… Non si spostava per farla passare, in quel vicolo stretto. E c’era stato l’impatto. Lui aveva allargato le braccia, come per abbracciarla, e lei c’era caduta dentro, come in una rete. Un urlo di terrore stava per uscirle dal petto, ma l’uomo le aveva sfiorato le labbra con la punta delle dita.
“Shh…” aveva sussurrato, e poi le aveva sorriso.
Mariangela, intrappolata in quelle braccia, aveva sentito il suo buon odore: odore di pulito. L’uomo era elegante: camicia, cravatta e giacca nere. Aveva sollevato un po’ il cappello con un lieve movimento dell’indice e l’aveva stretta un po’. Mariangela, paralizzata dalla paura, si era zittita. Sentiva il corpo di quell’uomo premere sul suo e il respiro farsi più profondo. Quel sorriso e quello sguardo penetrante, le impedivano di muoversi, e lui poteva fare ciò che voleva. La sua bocca si era avvicinata, tanto da sfiorarle le labbra e quel respiro profondo si era fuso con il suo. Il cuore le batteva forte, in attesa, e il bacio era arrivato, un bacio appassionato. Un attimo e di nuovo l’uomo l’aveva guardata per trovare nei suoi occhi il desiderio, e continuare. La sua mano delicata sul collo e poi decisa fra i capelli, era scivolata sui fianchi e poi più giù, sempre più forte e indiscreta. Perché no? Abbandonarsi al desiderio, gridare sì, per non perdere quel momento di vita… Perché no? Ma aveva aperto gli occhi: un istante e la realtà aveva spento il fuoco. No, non in quel vicolo. Non era possibile! Doveva fermarlo! Non ora… non lì. Basta! Aiuto!
Il cappello dell’uomo era caduto a terra. Ancora un sorriso malizioso, accattivante e poi via…
“Fermo, bastardo! Lasciala!”.
Tre persone o forse più erano accorse. Avevano sentito il grido di Mariangela. Ma lui era sparito.
Rispondere alle loro domande, raccontare ciò che era successo era stato difficile, ma nessuno pretendeva da lei lucidità e chiarezza. L’avevano gentilmente aiutata a sistemarsi un po’ i capelli e a riassettarsi il vestito, mentre qualcuno aveva telefonato ai carabinieri.
L’unica cosa che Mariangela aveva capito nella confusione del momento era che nella sua borsa il portafogli non c’era più.
“Lo troveranno, Mariangela, vedrai. Quell’uomo non potrà farla franca. Scatenerò tutte le mie amicizie altolocate… e poi c’è il suo cappello. Non hai visto come riescono a scoprire i delinquenti, oggi, grazie a piccoli dettagli?”
“Il cappello? Quale cappello, Fausto? Ti ho detto che lui aveva il cappuccio calato sugli occhi. Era un giovinastro”.
“Ma c’era un cappello proprio lì, dove è avvenuta l’aggressione…”
“Chissà di chi è! Che non diano colpe a persone innocenti, per l’amor del cielo!” Fausto annuì. Se lo diceva lei… L’importante era che quell’incubo fosse ormai alle spalle. La tranquillità di Mariangela era una reazione, lo sapeva, e sapeva che ci sarebbe voluto del tempo per poterla avvicinare di nuovo, per chiederle un po’ d’amore. Ma prima o poi ce l’avrebbero fatta. Ne era certo. E Isabella? Le avrebbe portato un mazzo di fiori… sì, uno bello grande, magari delle rose rosse. Gliele avrebbe portate l’indomani in ufficio. Ma no, non in ufficio, cosa gli saltava in mente? Gliele avrebbe portate a casa, dopo il lavoro. Avrebbe detto a Mariangela che c’era una riunione e tutto sarebbe andato liscio.
“Cara, ho chiesto al medico cosa potresti prendere per calmarti un po’. Per dormire senza incubi, intendo. Lui mi ha consigliato delle gocce. Te le vado a prendere…” Mariangela lo guardò con occhi severi.
“No, Fausto… non voglio ingigantire questa storia; non voglio fare la vittima che non reagisce. Oggi prenderò ciò che abbiamo in casa, e in farmacia ci andrò io, domani”.
“Ma quel posto…”
“I traumi devono essere superati, Fausto. In farmacia ci vado io”.
CLAUDIA SFILLI
