CIMITERI D’AGOSTO
di LUCIA SCAGGIANTE ♦
Ci sono quelli delle città infuocate dalla calura, più deserti che mai, e quelli delle capitali famose, cataloghi di tutte le forme di talento passate sulla terra a cui si va a rendere omaggio come pellegrini o che, invece, si passano in rassegna con la smania metodica del collezionista.
Ci sono i tenerissimi cimiterini di montagna dove si legge la storia di una comunità, le parentele, l’abbandono negli anni del benessere, la solitudine dei vecchi che non volevano andar via. Al mare è più difficile trovarli – però a Castiglione della Pescaia una volta ci sono andata apposta per vedere la tomba di Calvino, e non riuscivo a rintracciarla, appartata e protetta com’è da una siepe folta di rosmarino (“il rosmarino per il ricordo”, diceva Ofelia nel suo dolce delirio), e in vista, sotto, ha solo il mare: la tomba perfetta per un ligure schivo, o per il signor Palomar. Adesso le tombe sono due, bianchi lenzuoli di marmo affiancati, perché due sposi si ritrovano sempre.
Fra Emilia-Romagna e Toscana, sui monti dell’Appennino, ci sono tre cimiteri che, in modi molto diversi, offrono esperienze di vita in cui è possibile sentire il soffio dell’utopia.
Nel Cimitero militare germanico della Futa riposano più di 30.000 soldati tedeschi per la maggior parte giovani o giovanissimi, i cui corpi sono stati raccolti e portati per l’ultima sepoltura qui, nel cuore della Linea Gotica, ma anche di una terra le cui popolazioni civili sono state particolarmente straziate dalla ferocia nazista. Per questo la sua costruzione, terminata nel 1969, fu accompagnata da molte polemiche, e a lungo il luogo cadde nell’oblio come per una rimozione volontaria di quel peso troppo difficile da sostenere.
Lo scenario è da togliere il fiato. Su un’altura di quasi mille metri spesso battuta dal vento, per uno spazio immenso, si snoda un muro di pietra grezza che cinge percorsi a spirale ritmati da piccole lapidi bianche, e si stringe al centro formando un piazzale da cui si distorce verso il cielo nella forma di una sperone spezzato, o di una vela, o forse ancora di un’ala. Sotto, la penombra di una cripta; sparsi sul prato, specchi d’acqua per la raccolta della pioggia. Non c’è nessun simbolo trionfalistico o di retorica guerriera, ma un gesto architettonico che lega silenziosamente la natura, i caduti e chi cammina in mezzo a loro. Qualcuno ha scritto che i continui cambi di prospettiva inducono a moltiplicare gli interrogativi, senza mai dare risposte.
È una delle cose che può fare anche il teatro. Per questo, non è un caso se Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, fondatori della compagnia Archivio Zeta, hanno scelto la bellezza disadorna e drammatica di questo luogo come sfondo della loro ricerca teatrale itinerante, uno sfondo mai muto, ma sempre prodigo di ispirazione, ogni volta trasfigurato dalla loro fantasia. Catarticamente, la morte e l’immensità diventano pietra di paragone di tutti i conflitti e le scelte che si agitano sulla scena. Sono più di vent’anni che questo appuntamento si ripete ad agosto, e cominciando dai Persiani di Eschilo, attraverso autori come Sofocle, Shakespeare, Karl Kraus, Cortázar, Pasolini, Thomas Mann, è arrivato quest’anno al Primo dibattimento del Processo di Kafka: una drammaturgia dai risvolti infiniti, di apparente impassibilità, ma sfumata di mille registri, che esplora il tema della responsabilità personale e collettiva con una tensione di conoscenza appassionante.
Più lieve e affettuosa, percorsa da una vena di gentile follia, è l’aria che si respira nel minuscolo cimitero di Salecchio. Intorno agli anni Settanta, uno dopo l’altro, gli abitanti della frazione di Palazzuolo sul Senio se ne andarono in cerca di fortuna, e trovate nuove sistemazioni tornarono a riprendersi i loro morti. Così, il cimitero rimase vuoto, e in breve fu un viluppo di edera e di rovi, di alberi svettanti, di tutte le piantine dai nomi fiabeschi delle quali il sottobosco si compone, mentre il muro di cinta si andava diroccando a poco a poco. Era diventato un luogo invisibile, come se non fosse mai esistito. E anche se è nell’ordine delle cose che tutto si trasformi, Massimo Cirri, autore e voce della trasmissione radiofonica Caterpillar che l’estate da queste parti è di casa, non sapeva farsi una ragione di quell’umile memoria cancellata e, poeticamente, il muro in rovina gli sembrava l’abbraccio dell’assenza. Gli risuonava la parola che usava sua madre, non “cimitero” ma “camposanto”, e almanaccava su cosa si potesse fare. Perciò, quando il comune mise all’asta il sito, senza avere l’ombra di un progetto se l’ aggiudicò: “Ho comprato un cimitero usato” commentò con l’abituale ironia. L’idea è venuta dopo, complottando con l’amico Mirko Artuso, anima creativa del Teatro del Pane di Villorba in provincia di Treviso.
È un’idea bellissima, un raduno che in realtà è una festa e ritorna da quattro anni nel giorno di Ferragosto. Si chiama Comuni mortali. Ci sono artisti di strada e attrici e attori monologanti, laboratori di lettura ad alta voce per il pubblico, gruppi musicali, scrittori che raccontano i loro libri o i libri che amano. Anche gente comune che racconta cose fuori dal comune, come l’impresa “Treviso-’Ndar, il più lungo viaggio mai fatto da un carro funebre”, rocambolesco itinerario di 6000 chilometri che passando per i deserti del Marocco e della Mauritania ha portato in dono dall’Italia due autofunebri a una cittadina del Senegal che ne era priva. Certo che sì, anche della morte si parla, sarebbe scortese ignorare una padrona di casa che prima o poi ci inviterà tutti, ma si fa in un giorno di condivisione e di gioco, di celebrazione della vita.
Poi, dieci anni dopo la mia ultima visita, sono tornata a Barbiana. Il racconto della vicenda straordinaria di don Milani questa volta l’ha fatto, col suo mite fuoco, Lauro Seriacopi, allievo di padre Balducci e testimone e amico di Barbiana fin dalla giovinezza. La storia è ben nota; però ci sono due particolari raccolti dalla sua viva voce che mi porto dentro e che vorrei riportare anche qui.
Uno è la prima cosa che fece don Lorenzo, trasferito per un provvedimento di punizione, al suo arrivo in quella sperduta parrocchia del Mugello. Fu un arrivo traumatico. In pieno inverno, sotto la pioggia, in un posto senza luce, senz’acqua, senza benvenuto, al termine di un lungo sentiero impervio che sembrava averlo portato fuori dal mondo, la sua reazione immediata fu cedere a un umanissimo sconforto e perfino a pensieri di annientamento. Ma subito dopo, la prima cosa che fece fu presentare domanda per l’acquisto di una tomba lì, lui che aveva solo trentun anni: aveva scelto.
L’altro particolare è che il famoso astrolabio costruito insieme ai ragazzi per studiare il cielo stellato aveva come treppiede le aste tolte a un baldacchino da processione. Le parole non servono.
Alla fine sono andata al cimitero. E ho visto che accanto a don Lorenzo, all’Eda che con energia e dedizione gli faceva da governante e alla madre di lei Giulia, che l’avevano seguito nell’esilio, adesso c’erano anche Giancarlo e Michele, due dei primi ragazzi contadini che aveva riscattato dal lavoro dei campi per farsi loro maestro. Anche loro si sono ritrovati. Ho pensato che quello non era un cimitero, era un’aula scolastica, un’aula col calore di una casa.
LUCIA SCAGGIANTE

Lucia. Il passaggio dell’aula mi ha strappato le lacrime, l’ultima dimora vista come luogo di apprendimento, ancora e ancora…Proprio vero:la scuola non ci lascia mai, le sue mura sono talmente flessibili da abbracciarci, trasformandosi, per tutta la vita. Anzi, usque ad mortem et ultra.
Maria Zeno
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Lucia, vi sono persone che sono in sintonia con le tue calde riflessioni, sono le organizzatrici dell’associazione “Orme di Persefone”, per la cura e la tutela del Cimitero “monumentale” di Civitavecchia. Si respira con loro una vita che si vuol rendere ai cari morti, illustri e meno illustri del Camposanto. Ricordo solo che Orme di Persefone si è molto impegnata a far conoscere la insensata estumulazione dei defunti di antica data per inesorabili motivi sanitari e appropriazione a pagamento dei loculi. Si è ottenuta , a discapito della comunità, la cancellazione di interi periodi storici della nostra bombardata Città d’incanto! Orme di Persefone con cura ha pulito le vetroceramiche di bambini morti di “Spagnola”, con la stessa pietas di vergiliana e foscoliana memoria che si legge nel tuo scritto! Con le visite organizzate hanno posto lacrime e vasetti di fiori nella piccola sezione del ” cimitero degli Infanti”, i bambini appena nati… Anche qui vi è da visitare il cimitero dei Francesi che risale al 1800..In ultimo, uno spettacolo come tu fai cenno nel tuo scritto, organizzato proprio al Famedio degli uomini illustri, che mette in scena le care morte che parlano tra loro nel Cimitero. Semplicemente così, cara Lucia !
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