Dopo le vette sarà difficile … tornare in pianura, dove le idee per forza di cose si diradano.
di MARCELLO LUBERTI ♦
Mi venne da condividere quest’illuminazione con l’amico di matita che a mezzogiorno mi inviava la foto di una padella ricolma degli ingredienti necessari per una splendida caponata di mezza estate, da consumare in un giorno di incendi dappertutto sul litorale a nord di Roma.
La foto era allettante, piena di colori che mettono di buon umore, prometteva un appagamento di sapori dopo soli venti minuti di cottura e senza artifici da gourmet.
In pochi pixel comunicava: uomo solo in città con davanti lo spartito di una felicità minima, senza tedi e impegni di sorta, con ampia facoltà di svariare, nessuno a cui dare resti, aria condizionata all’occorrenza, mente sgombra, pienezza delle facoltà mentali nonostante l’età avanzata, creatività richiamabile alla bisogna e almeno una buona storia durante la giornata, da leggere o da scrivere, fa lo stesso.
E Wimbledon in diretta, se proprio voleva sentirsi produttivo e connesso col mondo.
Inviando la fotografia, Francesco mi annunciava “per il momento caponatina … poi scrivo”.
Non gli ho creduto.
Perché ho pensato alle vette, la caponatina, come simboli dei grandi traguardi, del raggiungimento di mete da lungo tempo agognate, che poi lasciano svuotati.
La pianura è la vita nel quotidiano, dove ci si deve impegnare per coltivare idee che combattano il soverchiante spirito di sopravvivenza. Anche fisicamente, la pianura mi deprime, confonde il senso dell’orizzonte, impedisce di percepire la finitezza del mondo. Il saliscendi, le colline, le montagne confortano invece l’uomo insicuro come me. Stesso discorso per l’acqua: il mare aperto mi angoscia, il mare visto dalla costa, invece, mi rassicura sul senso della vita.
Mi viene in mente, ragionando su vette e pianure spoglie di idee, la parabola di J.D. Salinger e il suo rifiuto di pubblicare altre opere dopo il 1963, quando aveva solo 44 anni. La consumazione di una variopinta caponata gli avrebbe fatto cambiare idea, avrebbe forse cambiato il corso della sua vita letteraria? Non lo sappiamo. È una delle tante domande, forse nemmeno la più strampalata, che i biografi si sono posti di fronte a una vita zeppa di misteri. Considerando la qualità del cibo negli Stati Uniti, la mia domanda potrebbe perfino risultare plausibile.
Di famosi rifiuti tesi a fuggire dall’attenzione pubblica ce ne sono stati diversi. Penso soprattutto a Mina e Lucio Battisti. Ma in nessuno dei due casi si è verificato il caso, che io credo più verosimile per Salinger, di una fuga dal mondo per la consapevolezza di non riuscire più a tornare sulle vette raggiunte con le prime opere.
Sono sostenuto in questa mia convinzione non tanto dall’esame degli elementi biografici a disposizione su Salinger, quanto dal complemento a cento di questo triste fenomeno: i tantissimi scrittori che hanno continuato a pubblicare, che continuano a pubblicare opere modeste o insignificanti dopo uniche o sparute validissime opere letterarie. Tutte persone che non si rassegnavano alla silenziosa vita di pianura.
C’è una traccia, nell’opera più famosa di JDS, che secondo me aiuta a spiegare la sua fuga dal mondo. Nella parte finale dei ringraziamenti di Holden si trova una stravagante confessione che merita di essere riportata:
D.B. mi ha domandato che cosa ne pensavo io di tutta questa storia che ho appena finito di raccontarvi. Non ho saputo che accidenti dirgli. Se proprio volete saperlo non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato… È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.
Diversi sono i motivi contenuti in queste ammissioni, ma il più sostanzioso mi sembra proprio quello personale dello scrittore: evitare la sofferenza di doversi separare da personaggi e storie a cui ha finito per affezionarsi, un dispiacere giustificato se il miracolo della finzione letteraria si è pienamente realizzato. Quale scrittore, nel suo piccolo o nel suo grande talento, non ha provato un simile sentimento?
En passant, devo confessare che dei nove racconti del 1953 il mio preferito non è quello famosissimo dei pescibanana ma Per Esmè: con amore e squallore.
Salinger fa quindi un’allusione alla scrittura che si rende indispensabile come per una forza estranea allo scrittore, una sorta di possessione. Accenna poi alla difficoltà per l’autore di dare un giudizio, una spiegazione del risultato della sua scrittura. Consiglia addirittura di non raccontare le storie a nessuno, di non pubblicare.
Insomma, dopo le vette (della letteratura), tornati in pianura, i personaggi reali, compresi gli scrittori e le scrittrici, incominciano a bere, e spesso non se ne rendono conto.
MARCELLO LUBERTI

Marcello, mi hai fatto ricordare un articolo ( che all’epoca mi parve strambo) letto durante i miei studi universitari: uno studioso mi pare inglese aveva “calcolato” la durata della genialità creativa di alcuni grandi quali Shakespeare, Molièr, Manzoni etc Bene, i più creativi arrivavano a brevissimi periodi di picco creativo, calcolato su una base di ipotesi di tempo occorrente per elaborare e scrivere.Ancora oggi trovo strambo il calcolo nella sua parte “scientifica “, ma trovo molto vero quanto affermi: dura la salita ma ancor più dura la discesa. E senz’altro la vis creativa non è eterna.
Maria Zeno
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