LO SGUARDO DALL’ALTO
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Ripida salita prima di guadagnare la vetta lontana. Ma è estate, tempo di vacanza. Anche la fatica è divertimento.
Giunti alla meta il mondo si offre allo sguardo dall’alto. Una sensazione completamente diversa da quella che si vive nel quotidiano. L’animo sembra potersi innalzare al di sopra del reale dominando le colline che fanno corona, le valli sottostanti, le pianure intraviste in lontananza, i borghi, le case sparse, tutti semplici puntini sparsi qua e là.
Le emozioni sono contrastanti. Da un lato, lo sguardo dall’alto ci suggerisce il piacere del dominio, della potenza. Ma, nello stesso istante, un sentimento di paura invade l’animo: è la potenza dell’infinito, di ciò che si perde allo sguardo. Contraddizione, questa, che ha nome sublime.
Ma c’è dell’altro.
Il peso della gravità sembra diminuire e questa leggerezza ci permette di vedere le cose del fondovalle in modo diverso. Già, perché lo sguardo dall’alto è lo sguardo del distacco. Ecco allora che il mondo ci appare in tutta la sua assurdità. Si uccide, laggiù nel fondovalle. C’è guerra in mezzo a tanta apparente felicità. Si uccide per fame, si uccide per sete, si uccide dimenticando quel poco di pietà che è rimasta in questo mondo.
Ma l’orrore non è tanto questo. E’ la grande apatia il vero male. Inizialmente l’effetto della morte violenta fa scandalo, orrore, inquietudine, indignazione. Poi le quantità aumentano divenendo martellante notizia giornaliera. E quando la quantità si accresce ecco arrivare la svolta: l’assuefazione. La morte si mescola alle notizie dello sport, dell’intrattenimento, dello spettacolo, del “giallo” intrigante. Il mondo del fondovalle diviene sempre più irreale, indifferente, inverosimile. Il reale si traveste da virtuale.
Viviamo l’epoca della morte di Dio, questa la verità! I vecchi Dei non sono più ed i nuovi più non arrivano. Le grandi narrazioni che ci hanno protetto nel passato sono dileguate lasciando solo il vuoto. Sparita la speranza marxista della redenzione del lavoro, sparita la speranza scientista del progresso benefico, sparita la speranza del Regno di Dio. Narrazioni tutte che partendo dalla diagnosi infelice del passato e dall’impegno nel presente aprivano positivamente ad un avvenire prossimo venturo. Il futuro era la speranza, il sopportare l’oggi per un domani migliore.
Che cosa è l’oggi che i giovani si apprestano a vivere, gli adulti vivono, i vecchi sopportano gravati dalla petulante nostalgia? Veramente ha senso tutto questo? Stiamo sempre più sprofondando dominati dal funzionalismo della tecnica e dalla spietata ricerca del successo e del denaro?
Settanta anni fa moriva l’autore della “Montagna incantata”. In quel sanatorio in cima alla vetta svizzera si delineava la fine della cultura occidentale. E’ questo il futuro che ci attende e che ora è anticipato dalla grande crisi delle democrazie?
Ma non dà a noia anche questo inutile lamento? Troppe volte lo declamammo, troppe volte lo ascoltammo.
Per fortuna è giunta l’ora di ritornare al fondovalle, è tardi e si sta facendo sera.
Eppure, qualcosa potremmo portare con noi da quella cima che ora discendiamo con grande sconforto.
Memento vivere. Certo! Come sarebbe umano trovare il momento giusto (il Kàiros) affinché qualche nostro “attimo” fosse dedicato al distacco dal quotidiano affanno e si potesse vedere il mondo dall’alto, come se si fossi giunti a fatica in cima ad un monte che ci affranchi dal peso gravitazionale. Il distacco, seppur brevissimo attimo del nostro continuo affanno fisico e mentale, potrebbe permetterci una sensazione di meraviglia di quel bene enorme che è la vita, qui ed ora nel presente.
Homo homini lupus, inutile girarci intorno! La spietatezza del realista così risponde. Ciò è verità ma altrettanto vera è anche la domanda: che senso ha tutto questo? Tu , uomo-lupo del fondovalle, quando hai divorato a sazietà pensi forse di aver evitato quella sorte che hai cagionato agli altri con la tua tracotanza? Temi tanto la morte che così facilmente distribuisci agli altri? Se temi la morte ricorda una massima eterna: il timore della morte è il miglior segno di una vita falsa e malvagia.
Se uno chiedesse ad un uomo malvagio “Perché vivi?” Egli risponderebbe per avere successo, dominio, denaro, godimento ad ogni costo e poi? Sarà quello che sarà. Io ho goduto il più possibile.
Se uno chiedesse ad un uomo buono “Perché vivi? ”Egli risponderebbe, non lo so! Ma vivo e ciò mi basta!
CARLO ALBERTO FALZETTI
