DENTRO LA MENTE – Riscoprire la mente: John Searle contro il mito computazionale della coscienza
di SIMONE PAZZAGLIA ♦
Una mente dimenticata
Nel cuore del XX secolo, mentre la psicologia si affermava come scienza empirica e la filosofia della mente si allineava ai modelli computazionali dell’intelligenza artificiale nascente, la coscienza sembrava diventata un problema scomodo, quasi imbarazzante. Troppo sfuggente per la verifica sperimentale, troppo soggettiva per la descrizione terza-personale, e apparentemente irrilevante per l’elaborazione simbolica dei modelli cognitivisti, la coscienza fenomenica fu gradualmente espulsa dal discorso scientifico dominante, rimpiazzata da costrutti come “informazione”, “input-output”, “stati funzionali” e “pattern computazionali”.
È in questo contesto che, nel 1992, John Searle pubblica The Rediscovery of the Mind, un’opera che rappresenta un atto di accusa radicale contro l’intero paradigma cognitivista. Per Searle, l’idea che la mente possa essere spiegata come un software che gira su un hardware biologico è non solo fuorviante, ma concettualmente sbagliata. Il libro si apre con una dichiarazione di rottura: “La coscienza non è un problema tra gli altri nella filosofia della mente. È il problema fondamentale.”
Searle sostiene che le scienze cognitive abbiano costruito i loro modelli ignorando la realtà fondamentale della nostra esperienza: il fatto che la mente è vissuta, soggettiva, qualitativamente determinata, e che queste proprietà non sono epifenomeni, ma il cuore stesso di ciò che rende qualcosa un’esperienza mentale. Il loro tentativo di spiegare la coscienza “dall’esterno”, attraverso analogie computazionali o descrizioni puramente funzionali, è per lui destinato al fallimento, perché parte da una premessa falsa: che l’essenza della mente sia riducibile a operazioni formali, manipolazione di simboli e relazioni input-output.
Lo scopo del libro è dunque duplice: demolire l’assunto che la mente sia un computer e ricollocare la coscienza – nella sua dimensione soggettiva e biologicamente radicata – al centro dell’indagine scientifica. Ma non si tratta di un ritorno al dualismo cartesiano: Searle è un monista convinto, e la sua proposta è che la coscienza sia una proprietà emergente dei processi neurali, un fatto oggettivo del mondo, ma con un’irriducibile ontologia soggettiva.
In questo senso, The Rediscovery of the Mind è sia una critica serrata al paradigma dominante, sia una proposta di fondazione alternativa per una scienza della mente che non ignori la mente stessa. Un libro che, a più di trent’anni dalla pubblicazione, conserva una forza polemica intatta e una lucidità teorica difficile da ignorare.
La critica al funzionalismo e all’IA forte
Uno degli obiettivi centrali di The Rediscovery of the Mind è smontare il cuore teorico del cognitivismo classico: l’idea che la mente possa essere spiegata in termini puramente computazionali, cioè come un sistema che manipola simboli secondo regole sintattiche, indipendentemente dal supporto materiale che li implementa. In questa prospettiva, la mente è al cervello ciò che il software è all’hardware: un insieme di funzioni astratte, di algoritmi, di trasformazioni formali. La coscienza, l’intenzionalità, la comprensione sarebbero quindi “emergenti” non in senso biologico, ma logico-funzionale.
Searle attacca frontalmente questa concezione, sostenendo che nessun sistema puramente sintattico può generare significato, comprensione o coscienza, perché la sintassi – la manipolazione formale di simboli – non è sufficiente per la semantica, cioè per l’attribuzione di contenuto intenzionale e significato esperienziale.
Per rendere questa tesi evidente, Searle propone uno dei più celebri esperimenti mentali della filosofia contemporanea: l’argomento della Stanza Cinese. Immaginiamo, dice, che io mi trovi chiuso in una stanza, con a disposizione un manuale che mi dice, per ogni simbolo cinese ricevuto (che io non capisco), quale simbolo restituire in risposta, secondo regole puramente formali. Dall’esterno, chi mi invia i messaggi – un parlante cinese – penserà che io comprenda la lingua, perché le mie risposte sono coerenti e appropriate. Ma in realtà io non capisco nulla: sto solo seguendo istruzioni sintattiche. La mia “comprensione” è un’illusione esterna, un’apparenza funzionale.
Ora, afferma Searle, questa è esattamente la condizione di un computer: manipola simboli secondo regole, ma non capisce cosa stanno a significare quei simboli. Nessuna macchina, per quanto complessa, può “capire” il cinese – o qualsiasi altro linguaggio – solo perché risponde in modo coerente: la sintassi non è semantica, e la simulazione del comportamento intelligente non è intelligenza reale.
Da ciò deriva una distinzione cruciale nella critica di Searle all’IA forte: simulare un processo non significa duplicarlo. Un programma che simula la digestione non digerisce; un programma che simula la combustione non brucia; un programma che simula la mente non pensa. La mente non è una proprietà implementabile ovunque, ma una proprietà biologica emergente del cervello, in quanto sistema fisico capace di produrre stati qualitativi coscienti.
L’implicazione è devastante per il paradigma cognitivista: non basta costruire modelli che si comportano come se pensassero; occorre spiegare perché e come pensano davvero. E questo, per Searle, può avvenire solo riconoscendo che la coscienza, l’intenzionalità, la comprensione sono radicate nella struttura materiale del cervello umano, non nelle sue astratte prestazioni funzionali.
La critica al funzionalismo, dunque, non è solo filosofica, ma ontologica: i sistemi formali possono modellare l’intelligenza, ma non generarla, perché non possiedono la dimensione fenomenica, qualitativa, esperienziale che costituisce l’essenza della mente. In altri termini, la mente non è un pattern computazionale, ma una realtà biologica vissuta, e ogni tentativo di ignorarlo è, per Searle, destinato a fallire.
Coscienza, intenzionalità e prima persona
Se il cuore della critica di Searle al cognitivismo sta nel rifiuto dell’identificazione tra mente e computazione, la sua proposta positiva parte da un principio altrettanto chiaro: la coscienza è un fenomeno biologico, naturale, reale e irriducibilmente soggettivo. Essa non è un epifenomeno, né una costruzione linguistica, né una mera funzione astratta, ma una proprietà emergente di sistemi fisici altamente organizzati, in particolare del cervello umano.
Per Searle, la coscienza è un fatto del mondo tanto quanto la fotosintesi o la digestione, con la differenza che, a differenza di questi, essa ha una struttura ontologica soggettiva: esiste per qualcuno, da un punto di vista interno. Questa caratteristica non la rende meno reale, ma ne definisce il tipo di realtà, che non può essere catturata da descrizioni esclusivamente in terza persona.
Al centro di questa prospettiva si colloca il concetto di intenzionalità, intesa non nel senso comune di “intenzione deliberata”, ma nel senso filosofico classico (derivato da Brentano): la capacità della mente di riferirsi a, o di essere “diretta verso” oggetti, stati di cose, eventi, condizioni. Tutti i nostri stati mentali – desideri, credenze, percezioni, emozioni – hanno una struttura intenzionale, ovvero sono sempre “di” qualcosa, “su” qualcosa, rivolti a un contenuto mentale o a una porzione del mondo.
L’intenzionalità, per Searle, è inseparabile dalla coscienza: ogni stato intenzionale autentico è sempre accompagnato da qualcosa che è come viverlo, da un’esperienza soggettiva, fenomenica, non eliminabile. Ciò contrasta con l’approccio funzionalista, secondo cui gli stati mentali sarebbero definibili solo dai loro ruoli causali o comportamentali. Per Searle, invece, non è possibile catturare la mente senza tener conto della sua dimensione esperienziale interna: uno stato mentale senza soggettività non è uno stato mentale.
Ecco perché la prima persona è per Searle un punto di partenza epistemico e ontologico. Non si tratta di ridurre la scienza a introspezione, ma di riconoscere che qualsiasi teoria della mente che ignori il punto di vista in prima persona è, semplicemente, una teoria che non parla della mente. È come studiare la musica guardando solo le onde sonore senza mai ascoltarla: si ottiene un’immagine parziale, descrittivamente accurata ma fenomenologicamente cieca.
Searle sostiene che la scienza deve fare i conti con la soggettività, non perché questa sfugga alla spiegazione naturale, ma perché ne costituisce una delle forme fondamentali. La coscienza non è un ostacolo alla naturalizzazione della mente, ma il fenomeno primario da spiegare. E proprio perché è naturale – cioè prodotta da processi fisici complessi nel cervello – essa può essere oggetto di indagine scientifica, ma solo se si mantiene fedele alla sua realtà fenomenica.
In sintesi, la teoria di Searle rifiuta tanto il dualismo (che separa mente e corpo) quanto il funzionalismo estremo (che riduce la mente a funzioni astratte): la mente è radicata nel cervello, ma non è riducibile né alla sua anatomia né alla sua descrizione in termini computazionali. È una proprietà emergente di sistemi biologici coscienti, dotata di una struttura intenzionale e soggettiva che deve essere rispettata, non elusa, nella spiegazione scientifica.
L’errore della terza persona
Uno dei punti filosoficamente più forti e innovativi di The Rediscovery of the Mind è la denuncia di quella che Searle chiama “la fallacia della terza persona”. Si tratta della tendenza, dominante nelle scienze cognitive, a voler descrivere e spiegare i fenomeni mentali adottando un punto di vista puramente oggettivo, impersonale, esterno, tipico delle scienze fisiche e naturali. Questa scelta metodologica – comprensibile nella fisica, nella chimica o nella biologia molecolare – diventa, secondo Searle, profondamente distorsiva quando viene applicata alla coscienza.
Perché? Perché la coscienza è, per definizione, accessibile solo in prima persona. È ciò che si prova, ciò che si vive, ciò che accade a qualcuno. Quando io ho dolore, o provo paura, o vedo il rosso, sono coinvolto da dentro in un modo che nessuna descrizione in terza persona potrà mai catturare pienamente. La coscienza non è solo un insieme di correlati neurali: è un’esperienza vissuta, con qualità fenomeniche che costituiscono la sua specificità.
Il problema nasce quando si tenta di sostituire la coscienza vissuta con il suo correlato osservabile: l’attivazione di certe aree cerebrali, l’output comportamentale, la reazione a uno stimolo. Questo equivale, secondo Searle, a confondere i segni esteriori di uno stato mentale con lo stato stesso, e a pensare che la mente possa essere trattata come un sistema meccanico senza perdita informativa. Ma la perdita c’è, ed è radicale: è la perdita della soggettività, dell’esperienza, dell’interiorità.
Searle non nega che il linguaggio della terza persona sia utile e necessario per la scienza. Ma insiste sul fatto che, nel caso della coscienza, la descrizione oggettiva deve sempre tener conto della realtà soggettiva che intende spiegare. Non basta sapere cosa fa il cervello: bisogna capire com’è per un soggetto fare esperienza di qualcosa. Questo “com’è” – il cosiddetto what it is like, reso celebre da Thomas Nagel – è un dato ontologico, non solo epistemico, e come tale non può essere rimosso senza che la teoria perda il suo oggetto di studio.
L’errore della terza persona è quindi duplice: epistemologico, perché pretende di conoscere la mente senza fare i conti con l’unica forma in cui essa si dà (la prima persona); e ontologico, perché considera la soggettività come un’illusione, o un’epifenomeno, quando invece è parte costitutiva del reale. La mente non è un artefatto linguistico né una funzione astratta: è un dominio del mondo naturale, dotato di proprietà proprie, che la scienza deve trattare con i suoi strumenti migliori, ma senza negare la sua struttura distintiva.
Searle non propone di sostituire la scienza oggettiva con una scienza dell’introspezione, ma di integrare nella descrizione scientifica la realtà soggettiva, riconoscendola come legittima e fondamentale. Solo così, secondo lui, è possibile costruire una scienza della mente che non tradisca la mente stessa, e che non cada nella trappola di spiegare tutto tranne ciò che andava spiegato.
Riscoprire la mente: una nuova base per le scienze cognitive
Dopo aver demolito il paradigma computazionale e rifiutato il dualismo cartesiano, Searle si dedica a delineare i contorni di una nuova ontologia della mente. Al centro di questa proposta si trova l’idea che la coscienza sia una proprietà emergente di sistemi biologici, in particolare del cervello umano, e che possa essere studiata scientificamente senza ridurla né a processi puramente fisici né a simulazioni formali.
Searle è molto attento a precisare che “emergente” non significa “misterioso”. L’emergenza è un concetto già ampiamente utilizzato in fisica e chimica: l’umidità, ad esempio, è una proprietà emergente delle molecole d’acqua, che non possiedono individualmente tale caratteristica, ma la manifestano collettivamente. Allo stesso modo, la coscienza è un risultato dell’organizzazione globale dell’attività neurale, non una semplice somma delle proprietà delle singole sinapsi.
Questa posizione – a volte definita “biologismo non riduzionista” – implica che la coscienza è radicata nei meccanismi fisici, ma non è identificabile con essi, e soprattutto non è descrivibile in modo completo senza fare riferimento al suo carattere soggettivo. Non si tratta, quindi, di un ritorno al dualismo (la mente come sostanza separata), ma neanche di una riduzione eliminativista (la mente come illusione linguistica o funzione computazionale): per Searle, la mente è una parte costitutiva del mondo naturale, dotata di una specifica modalità d’esistenza.
Da qui la proposta di una nuova scienza della mente: una scienza che tratti la coscienza come un fatto biologico oggettivo, ma non rimuova la soggettività che la caratterizza. Questo comporta un cambio di paradigma: non più modelli astratti, formalizzati e disincarnati, ma un ritorno alla concretezza dell’organismo, alla struttura del cervello, all’esperienza come fenomeno reale e misurabile. Significa costruire teorie che non si limitino a spiegare il comportamento osservabile, ma si confrontino con la fenomenologia dell’esperienza cosciente, integrando dati neuroscientifici, analisi concettuali e modelli biologici complessi.
In questo senso, The Rediscovery of the Mind è anche un appello a riformare le scienze cognitive, spostandole da una scienza dell’input-output a una scienza del vissuto biologico, capace di coniugare rigore sperimentale e fedeltà ontologica. La mente non è un algoritmo, né un fantasma: è un processo organico che accade nei corpi viventi, e va studiata come tale.
Searle invita, in definitiva, a riconciliare la mente con il mondo fisico senza cancellare ciò che la rende unica. Questo implica accettare che la soggettività non è un errore o una deviazione, ma un livello di realtà, che può essere investigato scientificamente con strumenti nuovi e più adeguati. Riscoprire la mente significa, quindi, rimettere la coscienza al centro della riflessione scientifica, come il punto di partenza – e non l’ostacolo – di ogni teoria sul mentale.
Una coscienza irriducibile
A trent’anni dalla pubblicazione di The Rediscovery of the Mind, la posizione di John Searle continua a occupare un posto unico nel panorama delle scienze cognitive e della filosofia della mente. In un contesto ancora dominato da approcci computazionali, da modelli riduzionisti o, all’estremo opposto, da nuove forme di dualismo implicito, Searle ha costruito una terza via teorica, capace di essere al tempo stesso naturalistica e anti-riduzionista, biologica e anti-funzionalista, rigorosa e rispettosa della fenomenologia vissuta.
Il suo messaggio rimane chiaro e provocatorio: la coscienza è un fatto naturale, ma non può essere spiegata se la si riduce a input-output, stati funzionali o strutture formali. È un prodotto del cervello, ma non si lascia catturare completamente dai suoi correlati neurali; è osservabile nei suoi effetti, ma non accessibile da fuori come un qualunque evento fisico. In altre parole, è irriducibilmente soggettiva e strutturalmente intenzionale, e qualsiasi teoria della mente che non tenga conto di questo fatto è condannata a spiegare tutto tranne ciò che davvero conta.
Nel tempo, Searle ha influenzato profondamente il dibattito sulla coscienza, stimolando risposte da parte di filosofi come Chalmers, Block, Dennett, Churchland, ma anche generando un fertile confronto con le neuroscienze e la robotica. Il suo celebre argomento della Stanza Cinese continua ad essere una pietra angolare nel dibattito sull’intelligenza artificiale: può un sistema sintattico comprendere davvero? Può una macchina simulare l’intenzionalità, o solo imitarne i comportamenti esteriori?
Al di là delle risposte, ciò che The Rediscovery of the Mind ha saputo fare è rimettere in gioco le domande giuste, spostando l’attenzione dalla performance alla struttura, dal modello alla realtà esperienziale, dalla metafora informatica alla biologia della coscienza.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sembra avanzare in modo inarrestabile, e in cui modelli linguistici, reti neurali e sistemi predittivi imitano sempre più da vicino il comportamento umano, la lezione di Searle diventa più attuale che mai: imitare non è essere, simulare non è comprendere, e la mente non è un algoritmo che possiamo eseguire su una macchina qualsiasi, ma un processo che accade dentro corpi biologici coscienti.
Riscoprire la mente, per Searle, significa non dimenticare ciò che la filosofia, prima ancora della scienza, ci ha insegnato: che pensare, sentire, vedere, desiderare, volere, provare dolore o gioia sono eventi dotati di struttura fenomenica, che devono essere spiegati per ciò che sono, non per ciò che appaiono da fuori. È da questa fedeltà al reale che può nascere, forse, una scienza della mente all’altezza della mente stessa.
SIMONE PAZZAGLIA

Vorrei , in estrema sintesi, provare a delineare il contributo di Searle al di là della “vulgata” ormai arcinota della “stanza cinese”che certo(fin troppo) interessa gli esperti di I.A..
Tento di inserire l’Autore in quel contesto epistemologico certamente affine alla fenomenologia di Husserl. Non c’è dubbio che , al pari di Davidson, di Edelmann Searle si pone come autore che vuole superare il dualismo mente-corpo. Ma dove è il punto di superamento?
Il punto è l’intenzionalità!!!
Concetto che nasce da Brentano ma che Husserl inserirà potentemente nella fenomenologia. L’intenzione si dirige verso l’oggetto fornendogli sempre un senso così che la coscienza non risulta mai staccata dal reale ma è sempre “coscienza di qualcosa”. Ne deriva che gli stati mentali dell’uomo sono elencabili come ” Erlebnisse” ovvero esperienza vissuta.
E da questo punto di vista essenziale che deve essere giudicato Searle e non da altro!
Ciò che di originale egli fornisce, al di là di Brentano-Husserl , è il fatto della irriducibilità degli stati mentali intenzionali. Ecco il vero punto: come può la macchina riprodurre l’intenzionalità?
Tralascio gli aspetti di diversificazione con la tradizione fenomenologica.
Sono, naturalmente, a disposizione per eventuali chiarimenti o critiche in materia.
Ringrazio, comunque, per lo stimolo concessomi.
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D’accordo con l’ intenzionalità e il punto fondamentale con la “fenomenologia” di Husserl
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Per essere più scolastici, fenomeno e noumeno in Kant
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e la conoscenza che parte dal ” corpo” ( non si sono inventate niente nel XXI secolo)
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in Schopenhauer
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