LA FILA

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Sono finalmente di fronte allo sportello!

Ho alle spalle una fila di umanità variegata rassegnata silente decisamente afflitta. Alcuni sembrano, a guardarli in volto, scesi da poco dal Golgota.

Accenno saluto oltre vetrata dello sportello. Non perviene risposta. Infilo con destrezza le scartoffie in una feritoia meno larga di quanto lo sia ciascun foglio. Un grugnito m’investe: “A me nun me serve sta cartaccia,  me deve dà solo er ticchete!”.  La stessa voce declina la cifra in euro e centesimi. La voce prosegue chiedendo solo contante. Il sistema è “in tilt”. Cedo contante. Mancano alcuni centesimi per raggiungere la tariffa richiestami. Debbo scovare i centesimi perché mi sia rimesso il debito.

Nell’affanno un pensiero mi frulla in testa. Il pensiero non ha nulla a che spartire con il mio problema immediato. Ma io devo trovare i centesimi. Via il pensiero! Niente da fare. Il pensiero, carogna, permane. Non trovo centesimi. L’impiegato non guarda. Non mi ha mai guardato. Sono solo un’ombra impersonale. Bofonchia impercettibilmente. Oso tradurre nel mio più profondo foro della coscienza il senso di quel bofonchio che dovrebbe ruotare attorno al concetto della velocità! Ecco, forse ho trovato il primo centesimo. Ma no! E’ solo un gettone, forse un bottone. Continua la ricerca ovunque siano tasche o cose similari. L’impiegato ora alfine mi guarda. Immagino che questo sguardo sia una rara eccezione. Certo non presagisce nulla di buono. L’uomo oltre il vetro è sempre lì a fissarmi. Scrolla la testa. Il popolo dietro le mie spalle osserva con nervosismo andante ma non troppo. Il pensiero frulla ancora. Perché non cessa di disturbarmi?  Debbo riflettere profondamente: scelgo di pensare il pensiero o continuo a cercare i centesimi? Se non trovo i centesimi intuisco come andrà a finire. Il giaccone ora è totalmente aperto, spalancate le fessure del medesimo e dei pantaloni sottostanti. Il gettone-bottone non demorde, si fa trovare tre, quattro volte aprendomi alla speranza e poi alla amara delusione. L’impiegato faccia amara allarga le braccia, scuote la testa. Il volto è sprezzante, mi detesta. Forse mi ha sempre detestato, già prima della nascita. E’ una questione di razza: lui dietro lo sportello io accidentale elemento dell’insieme gente. Io costretto a chiedere, lui costretto al disturbo. Io ignoro tutto, lui padrone del sapere. Io sorrido, lui mai.

E’ la fine!

Mostro la resa definitiva. Le mani aperte e le braccia allargate danno l’aspetto di un uomo in croce. Il mio volto è quello di un tribolato. Il volto dell’impiegato è sempre fermo sul sogghigno. Si sta per raggiungere l’acme. Cosa accadrà?

Il Cielo, ora, sembra benigno con me. Una mano pietosa tocca la mia mano sudata. I centesimi sono ora sul mio palmo. Il tempo di contemplarli e con gaudio e massima destrezza li insinuo uno ad uno nella fessura. Avverto chiaro un bofonchio: “Adera l’ora”!

Sollievo del popolo. Sorriso di ringraziamento verso il benefattore. Inchino di scusa verso il popolo. Accenno di cortesia verso l’impiegato. Ma il ghigno permane. Nessun accenno alla pietà, alla misericordia, alla redenzione dei peccatori. Nulla, nulla di tutto questo…..Nulla.

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Alla memoria di Karl Krauss il cui stile satirico e aggressivo riempì, un tempo, di aforismi la Grande Vienna.

 

CARLO ALBERTO FALZETTI