“AGORÀ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – FAIR PLAY (seconda parte)
di STEFANO CERVARELLI ♦
Il frutto più amaro che nasce dalla mancanza di Fair Play è senza dubbio la violenza.
Questa non proviene a mio parere, dalla competizione e dalla concorrenza, bensì dal più radicale fraintendimento che si ha dei due aspetti, elementi principali di una leale ricerca di vittoria -anche in ambito non sportivo- sopra citati: competizione e concorrenza.
Questo fraintendimento avviene là dove, compresa la scuola, subentra un meccanismo a causa del quale l’altro viene visto, viene sentito, non come quello che compete con me ma come quello che mi ostacola nel voler raggiungere il fine. Tenterò di annullarlo e arriverò anche a commentare “violenza” nei suoi confronti.
Data per scontata l’idea e assimilato il concetto che per divertirmi in libertà ho bisogno dell’altro, diventa particolarmente facile allora capire che nello sport autentico io non ricorrerò a nessun mezzo “sleale” per avvantaggiarmi nella competizione, il perché è semplice: non mi divertirei più.
Come potrebbe essere un divertimento sapere che ho vinto una gara falsata?
Un gioco diventa appassionante, divertente e bellissimo, quando il più bravo lo si stabilisce senza trucco e senza confusione.
Credo fortemente che un vero sportivo trova divertimento nella competizione quando sa d’avere concorrenti agguerriti come lui e alla pari con lui. Quando tutto si svolge nel completo rispetto delle regole, mossi da uno spiccato spirito di lealtà.
Questa è la meravigliosa norma non scritta, alla quale accennavo nel precedente articolo, che “da anima e senso allo sport come mezzo formativo per la vita in società”.
Eccoci allora giunti alla domanda cruciale, che sta dietro queste mie note: esiste ancora il rispetto?
Io, pur con i dovuti distinguo, mi sento di rispondere che sì, esiste ancora il rispetto. Perché se non ci fosse, dovremmo arrivare alla conclusione che non c ‘è più lo sport.
Condivido l’idea antica che ogni incontro di sport rappresenta un momento privilegiato di crescita, un modo ulteriore di arricchire la vita di chi lo vive, anche quando dovesse capitare d’incontrare avversari “sleali”.
E non credo nemmeno che il grande mondo dello sport professionistico sia poco incline all’osservanza delle leali regole di competizione, anche se lì, il tutto si muove oramai intorno a grandi interessi economici.
Anche in questo “pianeta” ritengo che il vero campione lo si possa identificare in colui che ritiene necessaria la competizione leale per dare maggiore lustro a una sua eventuale vittoria. Colui che a secondo il tipo di successo e di come questo sia arrivato, è destinato a restare negli annali sportivi, senza l’onta ( termine pesante ma vero) di un declassamento, di una squalifica imputabile a comportamenti illeciti, fraudolenti e lesivi del valore degli avversari.
Può sembrare una contraddizione ma il fatto stesso che intorno ad un avvenimento agonistico girino montagne di euro fa sì che l’attenzione sia massima e che tutto si svolga ella più assoluta regolarità.
Questo non vuol dire che si tratti di un ambiente, quello professionistico, dove tutto è lindo e trasparente voglio solamente dire che proprio per l’importanza della osta in palio, per gli interessi di chi ha prodotto l’evento, per i soldi investiti dagli sponsor, la regolarità del momento agonistico sia oltremodo salvaguardato.
Purtroppo devo anche dire che a volte non è così.
Quello che voglio sottolineare è che il grande senso di controllo e di autocontrollo delle società, organizzatori e in primis degli atleti, fa sì che anche le regole economiche che oggi governano lo sport professionistico possono e devono, conciliarsi con le regole di rispetto e lealtà.
Si tratta di una questione di educazione, di etica, cioè una “fede sociale” nella quale tutti dovremmo riconoscerci.
A questo punto, prima di concludere, è necessario fare una precisazione.
Il discorso che sto facendo non ha nulla a che vedere con le cifre astronomiche che girano nel modo professionistico, che vengono offerte, pagate ad atleti e allenatori. Questo fa parte del libero mercato, del prezzo delle prestazioni, del valore di chi opera, ma è un altro discorso.
E allora alla luce di quanto detto, cosa dovrebbero fare gli educatori ? Quale deve essere il loro compito?
Quello di far vivere lo sport anche come mezzo per trasformare i momenti difficili in successo affinché si impari riconoscere i propri miti, ci si esprima in libertà, s’impari a superare le difficoltà ed a confrontarci con gli altri.
Questo perché se e vero che i grandi interessi economici contengono il rischio di produrre storture di vario tipo è altrettanto vero che se ai giovani atleti verrà insegnato a saper perdere, a saper vincere con lealtà e correttezza, gli educatori, gli istruttori, gli allenatori, da come i giovani sapranno rispondere, avranno chiara la percezione di chi potrà diventare campione nello sport.
STEFANO CERVARELLI ( fine)
