“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – STORIE DAGLI ESAMI

di MICHELE CAPITANI ♦

  È una mattina di metà giugno, e una delle segretarie mi chiede: «Miche’, ma quel tizio di ieri, poi com’ è andato?»

«Il signor Marcello! Eh, il compito di matematica alla fine non l’ha fatto, non si è presentato. Gli abbiamo pure telefonato, ma niente.»

«Come sarebbe?!»

«Vabbe’, si ripresenterà il prossimo anno. Che dobbiamo fare?»

  Lei è perplessa perché agli esami di terza media un alunno che diserta senza motivo le prove scritte d’esame è un caso eccezionale. Forse è perplessa anche perché mi vede dirlo quasi come se nulla fosse. In verità, da noi della scuola per adulti i casi eccezionali non esistono perché ogni corsista costituisce casistica a sé, anche per ciò gli esami sono un momento critico: attorno a essi può accadere di tutto, da noi al serale. Si può anche dare come ipotesi che un anno fili liscio, però agli esami ci devi materialmente arrivare, e nella nostra scuola, visti i problemi con cui sono alle prese quotidianamente i nostri alunni, anche approdare a quest’ultima prova non è mai un evento da dare per scontato. Non mi riferisco alla congerie di prescrizioni e pastoie e scartoffie anche insulse che connotano gli esami: parlo proprio del giungere finalmente in classe, per avere un foglio davanti e il traguardo del diploma subito oltre quel foglio.

  Mi metto quindi a raccontare alla segretaria alcune storie “eccezionali” di gente alle prese con gli esami, storie che racimolo dalla memoria degli ultimi anni.

.

*****

.

  Dunque, tornando al signor Marcello, di cui mi chiedeva la segretaria: cos’ha combinato alle prove scritte?

  Il primo giorno, prova scritta di italiano, lui in verità il suo tema l’ha normalmente svolto; è la moglie che ha combinato qualcosa. È successo che costei l’ha accompagnato (come ha fatto ogni giorno di lezione durante l’anno), solo che abbiamo dovuto dirle che secondo normativa lei in classe non poteva entrare, e nemmeno salire e aspettare fuori nel corridoio, bensì restarsene fuori dalla scuola. Per concessione del Preside le abbiamo permesso di restare nell’atrio, insieme a un ragazzo di un centro recupero tossicodipendenti che accompagnava un altro nostro alunno, suo compagno di comunità.

  Il ragazzo è stato tutto il tempo a leggere diligentemente Dylan Dog, mentre la signora si è fatta sempre più vincere dall’ansia…

  A un certo punto, mentre siamo in classe e la prova di italiano è già bella che iniziata, si sente un vociare concitato su per le scale, e poi la signora trafelatissima che si affaccia in classe, per controllare se il marito è ancora lì. Tutta pallida e ansimante!

  E i bidelli che accorrono subito dopo, irritatissimi perché era dall’inizio che avevano dovuto tenerla a bada, lei nei suoi reiterati tentativi di sgattaiolare per salire e controllare che il marito stesse ancora dentro, e vincere l’ansia che poi forse era diventata un vero e proprio panico. Ansia sua, mica del marito, il quale seguitava pacioso a scrivere il suo bravo tema!

  La signora proverà altre volte a inerpicarsi (altri momenti di trambusto si avvertono anche dalla classe) ma i bidelli riusciranno sempre a placcarla, come se non avessero altro a cui pensare.

  Il giorno dopo, cioè oggi, c’è la prova scritta di matematica, ma alle 8.30 i due coniugi ancora non si vedono. Telefoniamo, Marcello ci assicura che stanno per arrivare, noi intanto saliamo con tutti gli altri alunni.

  Abbiamo consegnato da poco le tracce dell’esame, quando giunge un bidello e ci informa che i due erano effettivamente arrivati, ma la signora, al sentire che, a differenza di ieri, non poteva rimanere lì ad aspettare, ha preteso di essere riaccompagnata a casa.

  Richiamiamo il marito, ma stavolta non risponde: assente ingiustificato allo scritto, perciò esame saltato.

  Per carità, ognuno ha diritto alle sue nevrosi, ma non possiamo non dispiacerci per il buon Marcello. Purtroppo, se gli interessa, ormai dovrà aspettare il prossimo anno per sostenere l’esame, come speriamo di cuore tutti quanti. Ammesso che impari a placare, anzi a sedare la consorte!

.

 *****

.

  In classe col signor Marcello c’è anche Alessia, sedicenne di un paese qui vicino, ragazza intelligente e matura ma proveniente da una famiglia molto problematica, peraltro ben seguita dai responsabili di un progetto di cui fa parte. Con lei, nell’italiano scritto, ho dovuto lavorare giusto affinché limasse certi errori di punteggiatura e ortografia; le capacità di trovare idee ed esprimerle argomentandole, invece, quelle ce le ha eccome. È una di quelle alunne per le quali osserviamo un po’ tristemente che al serale non avrebbe dovuto arrivarci affatto.

  A un certo punto, che mancherà almeno un’ora alla fine della prova scritta, vedo che sta per consegnare, allora le chiedo se ha terminato tutte le autocorrezioni, ma lei mi risponde che ha ricontrollato solo fino a un certo punto; perciò le faccio:

  «Che fretta c’è? Approfitta del tempo che rimane, no? È pur sempre un esame. O devi proprio andare?»

  «No, professo’, purtroppo non posso…»

  Certo che non può continuare, in verità lo sappiamo bene: l’autobus non aspetta e quello successivo passa troppo tardi: il fratello deve andare al lavoro, e la madre non può restare da sola a casa, va controllata a vista, cascasse il mondo, perché ormai è alcolizzata cronica, ed è capace anche di gesti di autolesionismo.

.

*****

.

  La ventenne bielorussa Vera ha frequentato fino a marzo, poi si è frapposto sul suo sentiero il mostro della burocrazia.

  Già maggiorenne, è venuta a stare dalla famiglia che, come sempre in passato, la ospita perché ormai di fatto è una figlia: già da piccola era vissuta con loro per anni, in affidamento, e ora vorrebbero espletare definitivamente la pratica dell’adozione.

  Solo che non farà in tempo: ha solo un visto turistico che scade a marzo, e se non torna nel suo Paese commette un reato per la legge bielorussa, rischiando di non poterci tornare mai più; oppure, se torna dopo la scadenza, di non poterne più uscire.

  A marzo allora parte, con l’ottimismo di sbrigare certe beghe e poi ritornare in Italia almeno entro l’inizio del prossimo anno scolastico. A questi esami di giugno in verità l’abbiamo ufficialmente ammessa, ma non potrà certo sostenere scritti e orali da un capo all’altro dell’Europa.

  Ecco un’altra nuova italiana che senza demerito deve procrastinare questo importante passo nel suo percorso.

  Nella sua classe anche il giovane bangladese Munir avrebbe dovuto sostenere gli esami, ma da un mese ha trovato lavoro in un ristorante di Fiumicino, quindi anche per lui tutto rimandato al prossimo anno.

.

*****

.

  Ad altri due alunni avevamo augurato con tutte le nostre forze di essere felici: i coniugi venezuelani Carlos e Ana.

  Erano in Italia quando i disordini nella loro terra raggiunsero l’acme, e si ritrovarono impossibilitati a farvi ritorno. Erano qui per far visita a una delle figlie, in Italia da molti anni (mentre altri cinque figli erano sparsi nel resto del mondo). Proprio qui si era avuta conferma che Ana aveva un cancro, a maggior ragione erano rimasti.

  Venivano a scuola, in fondo, anche per distrarsi, per sentire cose belle e interessanti oltre le diagnosi e i bugiardini, per mettere le energie anche su altro che non fosse girare per ospedali; Carlos aveva già riscoperto le sue antiche competenze in meccanica, e aveva progredito in italiano come a pochi altri avevo veduto fare. Ana invece l’italiano lo sapeva pochissimo, ma frequentando da noi aveva iniziato ad appassionarsi. Purtroppo non riuscivano a venire che alle diciotto, sia per le terapie sia perché avevano da badare ai nipotini, “los nietitos”, e qui gli occhi della donna si illuminavano, solo quella parolina le raschiava via dagli occhi la coltre di tristezza.

  Gliel’avevamo detto che avremmo dovuto biennalizzarli, poiché non riuscivano a raggiungere le ore necessarie per l’ammissione agli esami di questo loro primo anno, inoltre l’italiano di Ana era ancora troppo “itagnolo”, ma a loro non interessava…

  Ormai infatti tutto ciò non conta più: sembrava che ci fosse troppo poco tempo, mentre adesso Ana di tempo ne ha un’eternità. E tutto ciò non conta più anche perché nel luogo dove adesso lei è volata, le lingue in realtà non si sono mai separate fra di loro.

.

*****

.

  Concludo con la vicenda che resterà sempre la più romanzesca, ossia la vicenda di Gina, diciottenne romena. È il giorno dello scritto d’italiano, cioè l’inizio degli esami; manca solo lei, è ora di andare in classe, allora le telefoniamo ma non è raggiungibile. Mariana, la sua migliore amica, cade dalle nuvole; prova anche lei a chiamare, ma niente, quindi iniziamo una serie di telefonate ad altre persone, tentandole proprio tutte: amici comuni e non, conoscenti, il pope ortodosso, gente che potrebbe aver sentito qualcun altro che potrebbe sapere qualcosa… Ci mancano il postino e il sindaco, poi sono stati chiamati tutti.

Alla fine Mariana telefona alla famiglia di Gina, ma solo alla fine, sia perché dava per scontato che li avessimo già sentiti noi (sennonché noi abbiamo solo il telefono della figlia, essendo maggiorenne) ma soprattutto per un altro motivo: non corre buon sangue tra i familiari di Gina e i suoi amici e amiche, per via del fidanzato di lei che alla sua famiglia non piace proprio per niente.

  Pare un pettegolezzo, e invece la chiave è proprio qui: sapevamo già di questi dissapori, ma nessuno avrebbe mai potuto prevedere quello che si scopre adesso dalla telefonata ai famigliari: emerge l’inimmaginabile, incredibile verità… era proprio in quei dissapori che andava cercata la soluzione al caso: Gina e il fidanzato hanno fatto la fuitina in Romania, proprio il giorno prima dell’esame!

  Dato per abolito l’orribilmente sessista “Figli maschi”, non ci rimane che augurarci semplicemente che riescano ad essere felici.

  Ma sì, anche senza licenza media!

MICHELE CAPITANI