DALL’ORO ALLA SPUGNA
di STEFANO CERVARELLI ♦
L’amicizia.
Gran bella cosa l’amicizia, chi è che non tiene ad avere amicizie vere, sincere? Di quelle che quando nei hai bisogno vengono in tuo soccorso, che ti sanno stare vicino come tu ne hai bisogno, senza interloquire quando non è il momento e, al contrario, essere prodighe di consigli, quando capiscono che tu ne hai bisogno, sei disorientato.
L’amicizia. Ma come nasce, come si forma un’amicizia? In tanti modi e percorrendo anche strade inusuali. C’è l’amicizia nata nel periodo dell’infanzia e che dura poi una vita intera; quella nata, quando meno te l’aspettavi, magari dopo una litigata; l’amicizia può nascere anche con la persona che in determinati frangenti è stato un nemico e addirittura scaturire con la persona con la quale, nel momento più alto della vostra ira, avete “scazzottato”.
E dunque se l’amicizia può germogliare anche da un terreno duro come quello dei “cazzotti” scambiati per poco tempo, immaginate voi se l’amicizia non può nascere tra due persone che, seppure in momenti diversi, si sono scambiati pugni dolorosi per più di due ore.
Ed è proprio da pugni dolorosi, dati con tutta la forza chiusa nei loro giovani corpi che è nata una grande amicizia, un’amicizia destinata a restare ferma nella memoria delle vicende sportive: quella tra Nino Benvenuti e Emile Griffith.
“Non puoi non diventare amico di un pugile con cui hai diviso la bellezza di 45 round”, questo disse Nino Benvenuti, aggiungendo: “Emile Griffith era un uomo di straordinaria gentilezza, una benedizione dal cielo, un regalo che solo la boxe può fare”.
Ritengo che queste poche, semplici parole, dicano tutto su chi era Nino Benvenuti, grande campione del pugilato, quel ragazzo istriano che dopo essersi fatto ammirare per la sua boxe fatta di eleganza e potenza conquistando l’oro alle olimpiadi di Roma, nella primavera del 1967 riuscì a farci svegliare nel cuore della notte (causa fuso orario) per seguire, in radio, uno degli eventi più grandi della storia della nostra “noble arte” che si svolgeva a New York sul ring del Madison Square Garden: l’incontro per il titolo mondiale pesi medi tra Benvenuti e Griffith e che vide la vittoria del nostro connazionale .
Quello fu il terzo di tre combattimenti che i cultori della Boxe ricordano come vere e proprie leggende.
Al pari di quella di James Ambrose, un piccolo galeotto irlandese che si era dato il nome di “Yankee” Sullivan; un giorno di gennaio di metà Ottocento, James si scontrò con il campione Tom Hyder per sfuggire ai poliziotti, perchè all’epoca dato che il pugilato era proibito, i due erano andati a battersi, a notte fonda, sopra una chiatta ormeggiata alla foce del Potomac.
In quei tre incontri i due non risparmiarono di certo, specialmente l’ultimo, entusiasmando gli appassionati per le continue, violente, scariche di pugni che si scambiarono; niente faceva certo presagire che da quei pugni, da quella “cattiveria” che avevano l’uno contro l’altro sarebbe nata una grande vera amicizia durata nel tempo e manifestata con atti concreti.
Il tempo bello infatti passò e pian piano Griffith scivolava sempre più verso la miseria e, ancor più grave, verso l’emarginazione del suo stesso mondo che non gli perdonava di aver scoperto che era gay; a rendere più dura la vita arrivò anche l’Alzheimer.
Benvenuti fece tutto quanto poteva per aiutarlo, di Griffith diceva: “Era un uomo dalla grandezza straordinaria. Come pugile aveva un pugno che somigliava a una scarica elettrica. Come amico poi è stato una benedizione del cielo”.
Ma chi era Nino Benvenuti?
Figlio di un pescatore originario di Caorle, nato e cresciuto però a Isola d’Istria a pochi chilometri da Capodistria verso Portorose, un tratto di costa da secoli veneta che vide, rimanendone coinvolta, dopo gli anni del fascismo la vendetta titina.
Benvenuti si avvicinò alla boxe frequentando una piccola palestra locale per andare poi, due volte a settimana all’Accademia pugilistica triestina dove erano cresciuti campioni come Tiberio Mitri e Duilio Loi; per fare questo percorreva trenta chilometri all’andata e ugualmente al ritorno in bicicletta.
In quelle zone, sotto la pressione jugoslava la situazione per gli italiani peggiorava continuamente: “Ci siamo visti piano piano diventare stranieri a casa nostra” ricorda il pugile, aggiungendo: “Ci dicevano non siete graditi, andatevene”. “Mio fratello deportato e dato per morto resuscitò dopo sette mesi. Mia madre morì a 46 anni per il grande dolore”.
L’intera famiglia Benvenuti fu costretta ad andarsene, a vivere l’esilio poi cantato da Sergio End rigo, costretto anche lui a lasciare Pola nel 1947.
Nino Benvenuti ritornò a isola d’Istria, ribattezzata in slavo Izola, ormai famoso, soltanto dopo molti anni; lo ricorderà nel libro autobiografico, “L’isola che non c’è, il mio esodo dall’Istria” uscito nel 2014( Edizioni Eraclea) .
A proposito di quel ritorno Benvenuti ebbe a dire: “Fu un ritorno toccante, ebbi un’accoglienza calorosa; rivedere quel piccolo cimitero che avevo lasciato, distrutto dai titini, mi fece più male dei pugni presi nel match con Carlos Monzon o, peggio ancora, della spugna lanciata dal mio allenatore Amaduzzi sul ring di Montecarlo, sempre contro Monzon”.
Ascoltiamolo ancora quando aggiunge: “Ci può e ci deve essere, dignità anche nella sconfitta, ma oggi so che l’unica vera sconfitta subita è stato vedere calpestata la dignità e la memoria di un popolo…Mi consola che finalmente tutto ciò sono riuscito a scriverlo, per raccontarlo ai miei figli, ai miei nipoti e a tutti coloro che non conoscono questa triste pagina della nostra storia”. E poi : “E’ il mio un ricordo senza odio, perchè ai giovani e alle generazioni che verranno ho solo una verità da comunicare: tutte le guerre sono terribili ma l’odio che generano è il male peggiore”. Parole di saggezza, parole di campione.
A questo punto come non parlare del famoso lancio della spugna? Un gesto che di fatto pose fine alla carriera di Benvenuti.
Il lancio della spugna, segno di una resa inevitabile, se non si vogliono avere danni peggiori da un combattimento, qualunque esso sia, le cui sorti sono oramai delineate.
La sera dell’8 maggio 1971 a Montecarlo in un’abbiente insolitamente elegante più adatto a una serata di gala molto diverso quindi dai rumorosi luoghi dove normalmente si svolgevano gli incontri di boxe, Nino Benvenuti già poco dopo l’inizio dell’incontro mostrava, difficoltà a difendersi dai poderosi colpi infertegli da Carlos Monzon.
Era, quello, l’incontro nel quale Nino cercava la rivincita del primo match disputatosi nel novembre del 1970 perso prima del limite; in palio vi era il titolo mondiale pesi medi sia WBA che WBC. L’argentino era nettamente più fresco, più atletico più forte di Benvenuti, questa differenza, visto come era finito il primo incontro, non era sconosciuta ma nessuno pensava che il match potesse avere un epilogo come quello che ha avuto.
Dall’angolo l’allenatore di Nino aveva capito subito che aria tirava ma era incerto sul da farsi; aveva preso già la spugna in mano, voleva sottrarre il suo ragazzo dal quel tormento fatto di pugni continui, che trovavano sempre meno opposizione ma non voleva esporlo a quella clamorosa resa: lui campione olimpionico e mondiale.
Amaduzzi trepidava era titubante; aspettava, sperava forse in un miracolo, se non proprio nel capovolgimento del match, in una ripresa di forze da parte di Nino, che gli permettesse di arrivare onorevolmente al termine dell’incontro. Tenue speranza la sua, Nino sebbene fossero passati pochi minuti era sempre più in balia dell’avversario, e anche l’ultima tremula fiammella della speranza si spense quando arrivo l’ennesimo colpo che fece traballare più degli altri Benvenuti.
Basta, bisognava sottrarlo al quel massacro e la spugna volò sul ring.
Il match era durato appena tre round. Pochi giorni dopo il pugile italiano dichiarò che la scelta di gettare la spugna fu sicuramente presa per tutelare l’integrità fisica e la sua salute.
Dopo quell’esperienza Benvenuti decise di ritirarsi dal pugilato.
Sia Benvenuti che Monzon vennero inseriti nell’International Boxing Hall of Home.
Indubbiamente Nino Benvenuti ha segnato un periodo d’oro della storia italiana: quello della rinascita, del boom dopo le distruzioni della guerra. Ha avuto anche una modesta vita cinematografica e politica tra le file del M.S.I.
Non manco inoltre di far parlare di le se le cronache rosa instaurando una relazione con una famosa fotomodella sebbene fosse sposato, ma di fatto divorziato, in un’epoca in cui ancora il divorzio non era ammesso.
Questo il suo Palmares:
Campione Olimpico pesi welter ,Roma nel 1960.
Campione Europeo pesi superwelter, Praga 1957 e Lucerna 1959.
Titolo Mondiale WBA e WBC superwelter 1965-66.
Titolo Mondiale medi VBA e WBC 1967-70.
Unico pugile italiano ad aver detenuto il titolo mondiale unanimemente riconosciuto di due categorie di peso.
STEFANO CERVARELLI

Già, l’amicizia nata sul ring…eta con Griffith che Benvenuti boxava nel ’67…la volta scorsa intervenendo qui ho confuso con Clay, sono passati tanti anni da quando mi alzai di notte per l’incontro…
Che belle le tue storie. E speriamo che da domani potremo celebrare un’altra impresa. Di calcio, stavolta 😉
Maria Zeno
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