IL SACRIFICATORE

di ANDREA BARBARANELLI ♦

«Il fatto avvenne pochi anni prima della nuova epoca. Subito dopo arrivarono le navi, ma sul momento, riguardo al loro arrivo, non si seppe nulla di preciso. Si diffusero voci, chiacchiere che passavano di bocca in bocca, arricchendosi, ad ogni passaggio, di nuovi particolari, inventati, in buona fede, da persone la cui immaginazione era esaltata dalla percezione di un pericolo imminente. Si cominciò a parlare di profezie che avevano annunciato il ritorno degli antichi padroni del paese. Ma chi mai erano, chi erano stati gli antichi padroni del nostro paese, del paese in cui abitavamo da innumerevoli generazioni? Alcuni andarono a leggere gli antichi codici in cui era conservata la storia della nostra tribù e scoprirono che i primi di noi, uno sparuto gruppo di cacciatori, con donne e bambini mezzi morti di fame, erano giunti qui, sulla riva del lago, dopo essere partiti da una terra lontana, una qualche zona sperduta nell’estremo nord, e aver attraversato il deserto, armati e decisi a conquistare un territorio che apparteneva ad altri. Tutti, ora, in città, chissà come e perché, pretendevano di sapere che quegli antichi padroni della terra erano stati cacciati con la forza delle armi dai nostri antenati. Quindi noi eravamo degli usurpatori, i figli della colpa commessa dai nostri antenati ai danni di gente pacifica, che pacificamente viveva nella sua terra; non per nulla il nostro dio principale, lo Scorticatore, era avido di vittime umane. Così noi eravamo degli usurpatori! Un’evidente sciocchezza: i nostri antenati riuscirono a sbarcare con mezzi di fortuna, zattere messe insieme alla meglio legando fasci di canne palustri, su degli isolotti deserti, fangosi, abitati solo da serpenti e zanzare, in mezzo a questo lago d’acqua dolce. Tant’è vero che, nel primo isolotto su cui sbarcarono, non c’era altro che un cactus con un’aquila appollaiata sopra, che era il segno che si andava cercando, il segno indicato dal nostro dio quando ancora stavamo camminando in pieno deserto. Questa che abitavamo era la terra promessaci dal nostro dio. Avevamo il diritto di viverci. Ora, invece, come se fossimo tutti impazziti, eravamo spaventati a morte dalle voci che facevano intendere che questa terra non era nostra e che i suoi antichi padroni stavano per tornare. Ma se tutta questa città, e le stesse isole su cui sorgeva, erano opera delle nostre mani! Non era un dono della natura o di chi sa chi: era un dono che noi ci eravamo fatti a noi stessi da soli, trasformando degli isolotti deserti di fango in terra ferma su cui avevamo innalzato i nostri templi e le nostre case. Ma le strane voci paurose continuavano a circolare, malgrado gli energici richiami alla ragione, ai fondamenti del nostro diritto di colonizzatori di una plaga disabitata e inospitale. Si faceva il nome di Quetzalcóatl, un mago o un dio che appariva e spariva nei racconti mitici, nelle leggende dei nostri vicini della terraferma. Benché fosse morto da tempo, in realtà non sarebbe morto, dicevano, era solo andato via, vecchio e barbuto come era, oltre il grande mare che si estende dalla parte dove sorge il sole, che però evidentemente nessuno può navigare né attraversare, ammesso che, al di là di esso, ci siano terre abitabili. Il ritorno di Quetzalcóatl, dicevano, doveva essere prossimo, lo si aspettava da un anno all’altro, ormai quasi da un mese all’altro, da un giorno all’altro. La gente notava segni e prodigi. Non mi chieda l’esatta successione dei fatti. Non riesco a orientarmi in questo vero e proprio guazzabuglio di voci e di avvenimenti. La mia mente è profondamente alterata, confusa. Quando ero giovane, prima che arrivaste voi, il mondo era molto più semplice. Ogni giorno dell’anno era un giorno festivo, era la festa di un dio. Ad ogni spuntare del sole riaffiorava l’immagine piena di significato di quella data segnata da sempre sul calendario. La ruota del tempo, girando, riportava alla luce, ogni giorno, ciò che era sepolto nella memoria, ma non dimenticato.
No. Non faccia caso a come vanno le cose attualmente. La nostra verità è diventata menzogna. I nostri dèi sono morti».
La luce del sole inondava la veranda orientata a mezzogiorno. Il vecchio dalla faccia glabra e rugosa e il frate con la barba fitta e ricciuta che gli copriva il petto, sedevano al tavolo di rovere. Il frate aveva sollevato gli occhi e la penna dal quaderno su cui era andato scrivendo le parole del vecchio.
«Il fatto che i vostri dèi si siano dissolti per la benedizione del vero Redentore, il Signore del cielo che è resuscitato dai morti, prova solamente che non erano veri dèi, che probabilmente erano solo dèmoni, che si erano impadroniti dell’umanità in questa parte del mondo non ancora conquistata dalla vera fede», osservò.
«Anche Toçi era resuscitata dai morti», replicò l’anziano. «E continuò a resuscitare, finché gli antichi costumi rimasero in vigore, anno dopo anno.
Nel luogo dove ora c’è la prima croce, all’entrata della nuova città che avete costruito sulle rovine della nostra, anticamente c’era il tempio delle donne, che ancora oggi chiamano toçititlan che vuol dire ‘vicino al luogo di Toçi’. È proprio lì che il Marchese del  Valle si fermò, la notte che in settecento fuggirono da Messico, sotto la pioggia battente che aveva spento i fuochi delle sentinelle. Lei lo avrà sentito raccontare, ma io l’ho visto con i miei occhi. Allora, in quella stanza che serviva da oratorio, c’era un’immagine di legno che raffigurava una donna, con metà faccia, dalle narici in su, bianca, e l’altra metà, dalle narici in giù, nera. Aveva i capelli raccolti; in una mano teneva uno scudo rotondo e nell’altra una scopa, per quanto questo abbinamento possa sembrare stravagante. In realtà, è meno strano di quanto appaia a prima vista, se si conosce la storia che c’è dietro, in tutti i suoi particolari. Quella statua era, come tutti sapevano, la Madre Terra in persona. Proprio per questo invece dei capelli aveva sulla testa una specie di parrucca fatta di cartocci di pannocchie di mais. Ma era, allo stesso tempo, anche Toçi, la giovane figlia del re di Culhuan, che Huitzilopochtli, il nostro dio fondatore, volle che venisse a Tenochtitlan per diventare la madre del nostro popolo.
Questa è la storia che volevo raccontarle, la storia di una ragazza, una principessa di un altro popolo, la figlia di un re, che fu attirata qui con l’inganno, convinta di andare sposa al re della città da poco fondata sulla laguna. Le cose, però, andarono diversamente, e in un modo tale che ancora oggi non riusciamo a liberarci dal peso di quella maledizione. Per dirlo con un’espressione della vostra religione, è il nostro peccato originale. Mi ascolti».
Il vecchio s’interruppe. Si coprì gli occhi con una mano e rimase in silenzio, immobile, come se stesse aspettando che riaffiorassero alla sua memoria le parole del racconto che si accingeva a ripetere.
Il frate approfittò della pausa per annotare sul margine della pagina alcune espressioni sul cui preciso significato avrebbe interrogato più tardi il suo informatore. Benché vivesse nel paese da quasi due decenni e da almeno uno si dedicasse a raccogliere informazioni sulla vita, i costumi e la religione di una civiltà scomparsa nel giro di una generazione, sapeva di essere ancora ben lontano dall’aver penetrato i segreti di una lingua tanto diversa sia dal castigliano che dal latino. Aveva sempre l’impressione, per quanto il senso letterale di ogni frase gli riuscisse chiaro e traducibile, che gli sfuggisse il significato più profondo, la radice o la verità del pensiero. Ma come avrebbe potuto arrivare a questa radice, a questa verità, se non poteva far altro che raccogliere i frammenti di un organismo ormai decomposto? Se la Spagna fosse distrutta dalle fondamenta da una catastrofe come quella che si era abbattuta sui Mexica, che idea potrebbe farsene uno straniero che disponesse, per ricostruirne il passato, solo dei racconti sconclusionati di qualche vecchio superstite? Alzò gli occhi sulla faccia del vecchio e gli vennero in mente i bassorilievi, le pitture e i rotoli miniati che i suoi confratelli si accanivano a distruggere fin negli angoli più remoti di quello che era stato un impero. Sì, quel naso aquilino, quegli zigomi sporgenti e quegli occhi a mandorla erano gli stessi che aveva osservato negli antichi codici dipinti, sulle pareti dei templi e nelle statue di terracotta e di pietra. Da dove proveniva quell’umanità così diversa? Chiuse gli occhi per lasciarsi portare dall’immaginazione. Era davvero possibile che fossero i discendenti di una delle tribù di Israele arrivata in questo continente deserto dopo aver attraversato immense distese di terra e di mare? Non sarebbe mai riuscito a saperlo.
«Mi stia a sentire», riprese il vecchio. «Mi stia a sentire. Io ho partecipato all’ultima festa della dea. Era l’undicesimo mese dei diciotto in cui allora l’anno era diviso. Il cielo bruciava in una sola fiammata che sollevava un velo di vapore dalle acque della laguna. Le strade lungo i canali erano percorse dall’allegria straordinaria, tumultuosa, di file serpeggianti di uomini, donne, ragazzi. Le donne, armate di scope dai ciuffi variopinti, spazzavano il lastricato, entravano nei cortili, portavano via le immondizie. Ripulivano la città come si ripulisce una casa prima delle nozze, per renderla degna dell’ingresso della sposa. Si rideva, ci si scambiavano le battute a doppio senso, le oscenità, appena alleggerite dalla loro ritualità, che la gente ama pronunciare in tali occasioni.
Fremetti, ricordandomi che in quel momento, mentre avanzavo in mezzo alla folla, la donna in attesa da quaranta giorni nella penombra dell’oratorio veniva spogliata dei suoi abiti e rivestita con quelli sfarzosi della dea. Cercavo d’immaginarmene i lineamenti alterati dal terrore, sentivo nella mia carne il brivido che percorreva in quello stesso istante la sua carne, consapevole della prossima definitiva e assoluta nudità. Entrai.
La fiamma delle torce gettava una sottile coltre sanguinolenta sul gruppo delle vecchie matrone affaccendate intorno alla sposa. Come un’arnia lo è di ronzii, la stanza era piena di sussurri, di esclamazioni tronche, di gridi di ammirazione e di sospiri dolorosi, di risate sfacciate, salaci, perché quella era una festa allo stesso tempo di morte e di allegria, di casta ritrosia e di svergognata procacità. Seguii il gruppo all’aperto, in silenzio, con gli occhi bassi, come li avevo tenuti fin dall’inizio, per evitare di vedere la giovane vestita con i ricchi abiti nuziali, nascosto dietro le spalle delle accompagnatrici, fino all’altare dei sacrifici. Bruscamente, da dietro, cogliendola di sorpresa, l’afferrai e la ripiegai sulla lastra di pietra. Colpii con forza, tagliando lo sterno con la lama affilata del mio coltello di ossidiana, aprendo la fragile gabbia delle costole. Mi inondò il liquido caldo e viscoso pompato dal battito frenetico del cuore che sentivo già tra le mie mani, che strizzavo come una spugna.
È vero che la terra sussulta, come per un terremoto, nel momento del sacrificio. io l’ho sentita sussultare, come per la scossa di un terremoto. In basso, sotto la scalinata, la folla si accalcava e sgomitava per bagnare le dita, le mani, le facce nel sangue che colava di gradino in gradino, formando alla base della scalinata una pozzanghera di fango rossastro.
Nel silenzio di morte che gravava sulla piazza circondata dalle piramidi, si sentiva soltanto l’ansimare del mio aiutante, attento ad asportare la pelle, dalle cosce alle spalle, secondo le scrupolose regole del rito.  Di lì a poco ci sarebbe stata l’esplosione di trionfo, la sfrenata allegria della rinascita, quando il giovane coperto dalla pelle della giovane sacrificata, cioè della dea, di Toçi, con indosso i suoi vestiti e sulla testa la capigliatura di cartocci di mais, avrebbe aperto la processione dei combattenti armati di scudi e di spade.
Mi ritirai prima che la festa iniziasse. Tenevo tra le mani il cuore viscido, ormai quieto, della dea.  Dovevo riporlo nella cassa di pietra all’interno dell’oratorio, accanto ai cuori di tutte le giovani donne in cui Toçi era rinata, anno dopo anno, per ritornare ogni anno tra noi.
Non mi interessava vedere il seguito della festa. Ricordavo, in quel momento, il castigo e la morte dei sacerdoti nell’anno in cui il tempio era stato bruciato, e mi sentivo profondamente afflitto. Solo morte e discordia, da quando la giovane principessa era stata orribilmente ingannata.
Magari lei suppone che mi esprima così per distanziarmi da quelli che voi condannate come i riti sanguinari del nostro passato pagano, quando, come affermate, Messico era sotto il dominio dei dèmoni. Già, sotto il dominio dei demoni. Non può nemmeno immaginarsi come mi suoni strana questa frase, che pure lei ha pronunciato poco fa, che lei non ha nemmeno sentito il bisogno di addolcire, di rendere meno offensiva alle mie orecchie con un qualche eufemismo, di cui sia la sua che la mia lingua sono ugualmente ricche. Ma lei è così convinto di essere nel giusto e nel vero, almeno quanto lo ero io prima che il mio mondo crollasse. No, non ho nessuna intenzione di prendere le distanze da quel mondo in cui mi muovevo con tranquilla sicurezza. Io amavo — non provo vergogna a dirlo — il mio ufficio di sacerdote sacrificatore. Ah, l’ebbrezza che provavo quando affondavo le mani nella ferita aperta nel petto della vittima, strappavo il cuore dalle radici e lo innalzavo verso il cielo! Sentivo in quel momento come il nostro padre supremo, il sole, dominatore ma in continuo pericolo, bisognoso della nostra collaborazione, del nostro tributo, sorbiva il sangue versato, asciugandolo, riprendeva vigore e riusciva a superare le forze oscure e terribili che lo trascinavano verso il basso per ingoiarlo definitivamente. Perché eravamo perfettamente coscienti, già prima che arrivaste voialtri, della precarietà di ogni equilibrio, dell’agguato mortale che si nasconde dietro ogni fioritura, anche la più splendente. Non provavo pietà per i corpi che si raffreddavano ai piedi dell’altare come manichini grotteschi, perché essi contribuivano a salvare il fragile equilibrio dell’universo.
Io amavo Toçi. Ne amavo il ricordo ormai antico, le carni pure di fanciulla destinata al matrimonio, ma morta vergine, prima di essere sfiorata dalle mani dello sposo, e tornavo ad amarla in ciascuna delle sue reincarnazioni.
Voi non conoscete la sua storia. Avete raccolto voci incontrollate che circolano ancora oggi e che erano tanto care soprattutto alle nostre vecchie nonne. Ma non sono che leggende, pie leggende costruite per giustificare l’orribile, abietta realtà del tradimento. Che motivo avrebbe avuto il nostro dio Huitzilopochtli di metter la discordia tra noi e Culhuacan? Perché avrebbe rischiato la nostra e la sua distruzione quando la città non era ancora terminata, quando eravamo arrivati da poco, da troppo poco tempo, qui sulle rive della laguna? Non ho mai accettato questa versione dei fatti. Ma ciò non ha importanza. Non voglio perdermi in argomentazioni che non hanno ormai alcun valore, perché non c’è più nessuno che possa contraddirmi. Forse, di tutti quelli che conoscevano i fatti, ci sono rimasto solo io.
Mandammo ambasciatori a Culhuacan. Parlarono con quello che per voi sarebbe stato il re, ma per noi era il tlatoani, “colui che può parlare”. E i nostri ambasciatori, esperti nell’arte di convincere, parlarono con lui. Lo convinsero che permettesse che la sua figliola, che lui amava più di qualsiasi altra creatura, della cui bellezza e intelligenza andava orgoglioso, diventasse la regina, la madre, dei mexica. La giovane arrivò a Tenochtitlan fremente di gioia, ansiosa di conoscere lo sposo, lo sguardo perso nella contemplazione della città di cui tanto aveva sentito parlare, la città sorta, come per miracolo, in pochi anni, sulle isole del lago.
Quando i suoi accompagnatori l’ebbero lasciata nelle mani delle anziane della corte, per ritornare a Culhuacan, avrà sicuramente notato che qualcosa, intorno a lei, era improvvisamente cambiato. L’aria della stanza si era di colpo rarefatta, le voci erano cadute, i gesti raggelati. Senza capire perché, si sarà sentita trattare con una durezza inusitata dalle donne che ora non la proteggevano più, non la accarezzavano e non si complimentavano con lei, ma le strappavano  di dosso i ricchi abiti nuziali, fino a denudarla completamente, a lasciarla in terra, sul freddo pavimento di pietra, rannicchiata e infreddolita, come un uccellino caduto dal nido. Non avrà capito, all’inizio. Avrà avuto l’impressione di muoversi all’interno di un sogno, di uno di quei sogni da cui si cerca di uscire e dai quali ci si risveglia con un grido di terrore che riecheggia in tutte le stanze della casa, e sveglia tutti i dormienti. Ma lei invece non sarà riuscita a svegliarsi, da quello che pensava fosse un sogno, e sarà penetrata sempre più a fondo nella fredda angoscia del sogno vissuto a occhi aperti, della veglia da cui non si può uscire, non si può evadere, non ci si può svegliare.
«La vecchia che l’aveva afferrata alle spalle la piegò verso il pavimento, provocandole un acuto dolore alla schiena. Spogliata delle sue vesti, nuda come una povera creatura indifesa, si lasciò piegare, inginocchiare e distendere supina sul pavimento di pietra, con le braccia e le cosce aperte. Volle chiudere gli occhi, per nascondere a se stessa l’orrore, ma le palpebre, suo malgrado, rimasero aperte e l’obbligarono a osservare i volti brutali che le si affaccendavano intorno. Il penetrare della lama di ossidiana nel petto fu solo un momento, e nemmeno il più importante, del suo restare impigliata nella ragnatela dell’incubo.
Non ci sono limiti per l’orrore. Un giorno qualsiasi — chi potrebbe dir quale, se ogni giorno è il riflesso di un altro puntualmente segnato in un ciclo precedente di giorni? — il tlatoani arrivò, invitato ad adorare la madre ormai riconosciuta dei mexica. In quello stesso giorno — e doveva essere un giorno come questo, con le montagne sovrastanti l’altopiano ritagliate da questa stessa luce, in quest’aria così trasparente —, entrò nella stanza in cui, a fianco della statua di Huitzlopochtli — così gli era stato detto — lo aspettava la figlia.
Nel buio della sala, mentre si avvicinava alla vaga figura dritta sul fondo, non gli fu possibile orientarsi ed evitare di inciampare; si sentì paralizzato già a metà strada, tanto che, oziosamente, si chiese perché risparmiassero la luce delle torce; ma avanzò comunque, deciso e col passo di chi non si lascia intimidire da messe in scena ridicole; andò verso il fondo e si trovò solo davanti a quella che doveva essere sua figlia, la quale, gli avevano detto, lo stava aspettando, sola anch’ella, nel buio. Benché l’oscurità fosse molto fitta, ne riconobbe i lunghi capelli neri che le scendevano sul petto, divisi in due bande; i capelli erano anzi l’unico tratto riconoscibile di lei, così lunghi e neri, e riflettenti la luce dell’unica torcia che si consumava all’angolo opposto della sala. Il resto del corpo era mangiato dalla tenebra. Percepì, quando le fu quasi sopra, un odore di sangue corrotto, sì, di sangue mestruale, pensò, che lo mise a disagio perché gli dava l’impressione che la ragazza lo stesse aspettando nuda, coperta solo dal buio, comunque impropriamente nuda davanti agli occhi del padre. Si sentì irritato ed offeso, dopo i tanti giorni passati nell’illusione di rivederla in mezzo allo splendore della festa nuziale, nella sala illuminata a giorno dalle fiaccole, vestita di piume di quetzal, al fianco dello sposo regale. Pensò, per un momento, che non avrebbe dovuto accettare, per la sua figliola, la richiesta di nozze di un principe straniero, di un barbaro. Avvicinò la mano al capo di sua figlia, le pettinò con le dita i capelli. Il contatto lo tranquillizzò. Abbassò la mano fino al viso, le sfiorò la pelle con le dita, esplorandone la contestura. Bruscamente allarmato, abbassò ancora la mano, fino al seno della giovane. Il tremito della mano divenne incontenibile mentre sfiorava, palpava e infine stringeva le borse vuote delle mammelle, rifiutandosi di accettare la realtà che i sensi gli disvelavano. Allora retrocesse, nello stesso momento che sentì, più forte, l’odore del sangue corrotto. Fece un passo indietro, spaventato, senza comprendere il perché di quella trasformazione, di quell’invecchiamento improvviso, di quelle mammelle vizze di vecchia appese come due borse vuote al petto della fanciulla. Si tirò indietro, corse verso il lato opposto della sala, s’impadronì di quell’unica torcia, ed ora, lentamente, trattenendo il respiro, andò avvicinandosi a quella che avrebbe dovuto essere sua figlia, quella figura che, mentre lui avanzava, veniva, poco a poco, rivelata dalla fiamma tremante in cima alla sua mano, finché non fu in piena luce, e solo allora riconobbe il re barbaro, lo sposo, sotto la pelle di lei, la pelle di lei staccata intera dal suo corpo, scuoiato come quello di un animale, che rivestiva il corpo dell’uomo, e solo allora vide i suoi occhi duri  nei buchi della maschera fatta con la pelle della faccia di sua figlia, truccata come quella di una prostituta, festivamente dipinta di rosso.
Il resto, il grido di animale ferito del padre, l’accorrere dei guerrieri del suo seguito, gli scontri, le fughe, gli agguati fra le canne della laguna, è una storia priva di interesse, avrebbe potuto anche non accadere».

ANDREA BARBARANELLI