QUANDO RISUONO’ LA SCARICA (in omaggio a Juan Rulfo)

di ANDREA BARBARANELLI ♦


Quando risuonò la scarica ci buttammo a terra dietro le pietre della frana. Ci sparavano dall’alto e non potevamo sporgerci per rispondere ai colpi. Era una zona scoperta, non c’erano alberi, solo qua e là qualche arbusto. Sotto, in fondo al precipizio,
spuntavano fra le rocce le radici di due o tre arbusti che la frana aveva trascinato giù a fondovalle.
Per un po’ non successe più nulla. Solo di tanto in tanto il vento ci portava su dal fondo il rumore del torrente. Se spostavo un poco la testa, riuscivo a vedere tre dei miei
compagni, ma non avevo la minima idea di quanti fossero caduti nel burrone, colpiti dalla scarica di fucileria.
Ci avevano sorpreso mentre perlustravamo il terreno alla ricerca di un passaggio fino all’acqua che scorreva giù in basso fra lastroni di pietra coperti di muschio. Eravamo disperati per la sete, con quell’acqua irraggiungibile a pochi metri di distanza.
Dovevamo aspettare che si facesse notte.
Così mi accovacciai in una posizione più comoda dietro la pietra, aspettando che passasse il tempo. Dopo la scarica non si erano sentiti altri spari. Volevano prenderci per stanchezza e per sete. Da quando ci avevano sorpresi, il sole era salito allo zenit e aveva ricominciato a scendere; fra poco ci saremmo trovati nell’ombra della montagna. A metà mattina erano comparsi gli avvoltoi: fecero   ampi   giri   nel   cielo   color   cenere   di   quelle montagne; poi non li vidi più, dovevano essere scesi quando io tenevo gli occhi chiusi per proteggerli dalla luce del sole.
Con l’oscurità della notte, in nove riuscimmo a passare fra le sentinelle nemiche, trascinandoci sui gomiti. Qua e là c’erano dei fuochi, ma la notte, sul pendio della montagna, era profonda come una caverna, si aveva l’impressione di avanzare sottoterra.
All’alba   ci   incontrammo   dall’altro   lato   della   montagna. Eravamo troppo pochi per continuare a combattere.
Quando il sole era già alto, arrivò l’eco di una scarica di fucileria.   Risuonò   fra   le   pareti   del   borro   dove   stavamo camminando e si perse lontano, confondendosi con il fragore dell’acqua che s’ingorgava in una strozzatura.
Tre giorni più tardi, quando eravamo ancora persi per quelle montagne di terra e sassi, ci spararono dal bordo di un dirupo, questa volta da lontano; avemmo il tempo di sparpagliarci e​ tornammo a riunirci più in basso, dove ormai cominciava la
pianura.
Appena trovi un villaggio, torna ad avvisarci, mi ordinò il compagno più anziano, che ora ci guidava. Li lasciai sotto uno dei primi alberi della pianura.
Quasi non credevo ai miei occhi quando vidi il campo di mais già pronto per la raccolta, percorso dal vento della sera. C’era odore di terra bagnata. Cercai con gli occhi i tetti del villaggio, ma mentre mi avviavo passò al galoppo una squadra di soldati a cavallo.   Quando   sporsi   di   nuovo   la   testa, dalla   parte   del villaggio si innalzavano colonne di fumo. Tagliai per i campi per tornare dai miei compagni.
Per alcuni mesi restai in un villaggio dell’altopiano, ai piedi di una montagna coperta di neve. Il vento entrava dalla porta della capanna. Non riuscivo a proteggermi dal freddo. Ma lassù non erano mai apparsi i soldati. Uscivo nell’aria spazzata dal vento carico di nevischio e guardavo l’immensità dell’altopiano circondato da picchi innevati. Mi risultava difficile capirmi con la gente di lì. Sia gli uomini che le donne avevano facce rugose
come le piccole patate che estraevano da quella terra dura ed avara. Ma mi tennero in vita, condividendo con me il poco che avevano. Non mi lasciarono morire di fame e di freddo.
C’ero arrivato per caso. Avevo sbagliato strada, quando mi dirigevo verso la città per consegnarmi ai nemici, dopo che avevo trovato i corpi decapitati dei miei compagni sotto l’albero dove li avevo lasciati. Avevo deciso di consegnarmi perché nella piazza principale, accanto alle loro teste, ci fosse anche la mia. Perché tutti la vedessero. Che nessuno pensasse che mi ero sottratto alla morte con la fuga. O, peggio, che avessi tradito,
che mi fossi salvato denunciando i compagni.

Il nostro capo mi aveva ordinato di andare avanti in ricognizione. Appena vedi un
villaggio, torna ad avvisarci, mi aveva detto. E io ero andato avanti, malgrado i piedi gonfi e le ferite, finché non trovai i campi coltivati. Ed ero tornato indietro di corsa, per avvertirli
che i soldati erano già lì, e cercai di arrivare prima dei soldati. Ma a piedi. I soldati, invece, andavano a cavallo.

Ero arrivato troppo tardi, quando già albeggiava, e i soldati se n’erano andati lasciando per terra solo i corpi decapitati. Da lontano, nel primo chiarore dell’alba, sembrava che dormissero tranquilli, sdraiati sotto i rami dell’albero. Perciò avevo deciso di consegnarmi.
Ma mi ero perso ed ero andato a finire in quel villaggio dove non   era   arrivata   l’eco   dell’insurrezione, dove   non   si   erano nemmeno accorti che già da secoli il paese era diventato un altro, sotto il potere di altri padroni.

Il vento che entrava nelle capanne, dopo aver spazzato le erbe secche, nasceva e moriva lì,​ li isolava dal mondo.
Me ne andai appena mi fui rimesso dalle mie ferite. Non volevo essere ancora di peso a quella povera gente. E non pensavo più di consegnarmi. Era passato troppo tempo. Le teste dei miei compagni dovevano essersi da tempo seccate al sole.
Saranno diventate come le teste delle mummie degli antenati che ho visto nelle grotte delle montagne, pensavo. Almeno per pietà, le avranno seppellite. Così me ne andai. Pensavo che i nemici si fossero dimenticati di   me.   Il   paese   ormai   doveva   essere   in   pace.   Non   avrei incontrato pattuglie di soldati lungo le strade. Mi alzai da dove
stavo seduto e cominciai a camminare.

ANDREA BARBARANELLI