“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – COME E PERCHÉ NON USARE LA TESTA
di MICHELE CAPITANI ♦
Avere avuto in carcere un alunno come Roberto mi ha dato un gusto impagabile! Non solo perché questo ragazzo è il brasiliano come stereotipo vuole (estroverso, gioviale, pronto al riso) ma anche perché mi poneva tremila domande su ogni argomento e curiosità, storica, politica, geografica, economica, davvero qualsiasi, che gli venisse suscitata da ricordi dei suoi non trascurabili studi precedenti, o da un documentario visto in tivù la sera avanti, o un tigì o un dibattito politico
Oggi lo vado a trovare con la mia collega e amica Donella, qualche mese dopo che ha preso la licenza media, per consegnargli il diploma, e lo troviamo con la sua “rosata” peggiorata, un’irritazione della pelle che, a periodi, gli dà parecchia noia.
Però sempre sorridente, acuto e conversevole. Col suo italiano oramai ricco, impastato dell’inconfondibile e nasale cantilena portoghese, ci parla del suo Paese, e di possibilità di estradizione, o di espulsione… Gli dico che è stato meglio stare qui che in Brasile, in ogni caso!
Lui riflette: «Io mi accontento, professore. Qui dentro in effetti c’è chi dice “Era meglio finire in carcere in Olanda o in Spagna” però io gli rispondo “Ma ci sei stato? No? E allora?!” Insomma, bisogna accontentarsi. Io poi leggo, imparo un’altra lingua, faccio palestra, a maggior ragione accetto la vita come è adesso. A chi vedo sconfortato per la pena che si trova davanti, dico che ci vuole pazienza, il tempo passa, ma soprattutto dico di non pensare! Io ci sto riuscendo, finalmente… La testa è una grande nemica!»
Mi racconta infatti che si è messo a leggere Prezzolini, e cita un passo in cui si afferma che il futuro non esiste, poiché quando arriva non esiste più, e comunque non è come te lo immaginavi.
Il futuro e il passato sono ladri di presente, ne conveniamo. L’avevo detto che Roberto è stato un grande alunno, no?
«Allora non ti chiedo quando speri di tornare in Brasile, dato che riguarda il futuro».
«Ancora non so, spero nell’espulsione alla fine dell’anno solare. Ma ormai aspetto soltanto che mi informino, senza farmi troppe domande. Questa dermatite mi è tornata ma sinceramente non so il motivo, visto che mi sento sempre più rasserenato».
«Dopo qualche anno, forse è normale».
«Mah, non è di per sé il tempo che passa; è che certe cose le ho accettate. Di sicuro non avrò il peso di mia madre, che ha sempre avuto troppe, troppe aspettative su di me».
«Non avrai più il peso, in che senso?»
«Perché adesso mia madre mi conosce per come sono. Capirlo è stato per me un grande passaggio. E poi l’ha dovuto capire lei. Prof, se in una cosa sono cresciuto, è questa».
«Ma mica penserai di fare nuovamente cretinate?»
«No, torno giù e vedo com’è la situazione, qualche cosa farò. Avrò la tentazione di fare cavolate, lo so, ma cercherò di usare la coscienza. Non sarà facile, non mi illudo».
«Lo speriamo anche per tua madre» gli diciamo, «con quello che avrà passato con un figlio casinista come te!»
Gli suggerisco anche di usare, più che la coscienza, l’intelligenza: dove non basta l’una può sopperire l’altra, che lui ha in abbondante sovrappiù. E ci troviamo d’accordo anche su questo.
Mentre infine usciamo, io e Donella conveniamo di averlo trovato effettivamente pacificato: lo conosciamo da più d’un anno, e ricordiamo bene che l’anno scorso era spesso in screzio con qualcuno, a volte era davvero agitato. Sempre pronto allo scherzo e alla facezia, ma anche in polemica con tizio o caio, o con qualche collega. Oppure con sé stesso, quando diceva di ritenere giusta la sua detenzione, ma masticava amaro perché la riteneva sproporzionata.
«Speriamo usi bene quella testa matta che si ritrova» mi dice lei, mentre a me viene da ripensare, come sempre, a quando si dice che i più a “rischio perdimento” sono i troppo stupidi o i troppo intelligenti: gli uni perché non sanno usare il cervello, gli altri perché ci fanno troppo affidamento.
Siamo sempre lì: la capacità di non pensare è una risorsa, ma anche per non usare la testa… bisogna impegnarsi con la testa!
Ecco perché su Roberto ci riesce facile essere ottimisti.
*****
Altre volte non è solo la testa ma anche il cuore che va chiamato in causa. C’è chi ha bisogno di sapersi perdonato, magari non solo in una dimensione religiosa, e di riuscire a essere indulgente verso sé stesso. Uno come Roberto c’è riuscito, se ormai parla in quei termini anche del rapporto con sua madre. C’è chi comprende appunto che l’unica strada è trovare un grammo di salvabile in sé, e custodirlo e crescerlo, magari capendo che insieme possono salvare e innaffiare qualcosa del rapporto con gli altri.
Altri invece no, o non ancora. O peggio: non sanno ancora cosa hanno bisogno di cercare. Si tormentano, mancandogli da percorrere dei tratti di cammino verso sé stessi, sprovvisti anche del cartello che gli indichi perlomeno l’inizio del cammino. Come il giovane russo Dimitri…
Studiando i verbi fraseologici, un giorno do da scrivere un testo in cui usare so+infinito, stare per, cercare di, e via componendo. Il venticinquenne Dimitri scrive:
«Da bambino sapevo leggere due lingue con alfabeti diversi, cirillico e latino, anche se ero senza il significato di parole. Già sapevo come funziona l’orologio. Da bambino ho provato a fumare le sigarette però non mi è piaciuto. Ho cercato di essere un bravo ragazzo, ma come vedi non ci sono riuscito», ma io gli aggiungo “per adesso” non ci sei riuscito, Dimitri.
Però penso a quanti passi deve fare ancora questo ragazzo, rinchiuso da pochi mesi, per darsi una serenità, lui che ammette di avere come peggior difetto l’irascibilità, e che deve di continuo mozzicarsi la lingua per non rispondere alle normali richieste delle guardie o a irrilevanti contrarietà. Quanto differente risalta accanto a lui il tunisino Mehdi… Non contano molto le differenze d’anagrafe o di rapporto con l’italiano, anzi ai miei occhi entrambi sono simili nel voler approfittare della scuola per dare senso a questo loro tempo asfittico: quest’ultimo con contagiose esultanze da stadio quando gli dico che è stato bravo su un verbo, e Dimitri ponendosi certosinamente e minuziosamente a perlustrare il vocabolario per riuscire a scrivere in italiano come da uno slavo, in effetti, poche volte ho veduto fare.
No: il confine abissale che fra di loro passa, il baratro che si divarica in quel mezzo metro tra i loro due gomiti, è la diversa accettazione dell’essere reclusi: Mehdi ironizza e parla conversevolmente della borgata romana da cui proviene («Porca miseria, abito proprio di fronte a Rebibbia, non me potevano carcera’ lì? Così ci avevo la famiglia più vicina!») mentre Dimitri non riesce a ridere mai, e ogni accenno al passato so che rischia di farlo crollare emotivamente ed estraniare dalla lezione.
Mi torna alla mente un caso che mi raccontò un agente: un detenuto che, durante i colloqui, si era alzato d’improvviso, fiondandosi di testa contro il muro alla notizia che la sua donna si era accompagnata con un altro uomo. Appunto: per distruggersi la testa, letteralmente. Atrocemente.
Roberto il brasiliano, del resto, lo diceva: «La testa è una donna che può essere infedele, e con cui devi imparare a convivere, altrimenti ti tradisce», e io confido che Dimitri impari a usarla, se un po’ lo conosco, così come la usa per imparare questa biforcuta lingua che per lui è l’italiano, alla quale si approccia come raccogliendo una sfida.
Comunque, meno male che accanto a Dimitri e Mehdi c’è anche il lieve e simpatico Gonzalo. Sarà che viene dalle Ande, ma la sua scalata verso la serenità interiore credo che stia già all’altitudine del condor, visto che ridacchiando mi legge l’incipit del suo tema, in stile filastrocca:
«Quando ero un ragazzino / ero inquieto e birichino!»
Dovrò fargli conoscere Rodari…
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C’è infine chi la testa pare non usarla più, i ricordi e le prospettive sono oltre l’orizzonte, in un’indistinta e fumosa lontananza. Ce ne sono di quelli a cui lo stare confinati per anni e anni provoca uno spaesamento completo: vi sono detenuti appena scarcerati che, come bimbi, ti chiedono di tenerli mentre attraversano la strada, poiché sono incerti anche nel valutare la velocità delle automobili.
In questo sfumare del tempo e dello spazio che a volte è la detenzione, ci si lascia disciogliere l’anima, non si ha più una sensazione di passato o d’avvenire, ma solo una sospensione in cui la domanda “Ci sto da cinque anni o da dieci?” diviene quasi una frase astratta.
Sono quelli che non sorridono più ma nemmeno piangono più. Sono come un pallone da calcio, che è fatto di materia, ma il cui centro corrisponde a un punto vuoto.
Un giorno, parlando col trentacinquenne Michele, provai a dirgli:
«Vabbe’, ma sei comunque giovane. Se cerchi di distaccarti un attimo, di guardare le cose da fuori, vedi che i cinque anni che ti mancano da scontare possono anche essere poco rispetto a quanta vita hai ancora davanti, no? Dopo questi pochi anni residui, chissà quanti ne hai ancora da vivere. Sai, un filosofo diceva che le cose, una volta che ne prendi le misure, sembrano meno terribili».
«Eh prof, dice bene lei, però qui dentro non viene da chiedersi quanto è lunga la vita, ma quanto è lunga la morte…»
*****
Roberto, il nostro intelligente alunno brasiliano, lo rincontrerò in una bella giornata di giugno nell’altro penitenziario, dove è stato trasferito per terminare la pena. Un carcere con pochi detenuti, gran parte dei quali, come lui, lavorano.
È lui che mi viene a cercare, come altre volte, avendo intercettato da Radio Carcere l’informazione che sono arrivato.
Ci incontriamo in uno dei cortili, e lo trovo contentissimo perché ad agosto uscirà e tornerà giù in Brasile, anche se non sa ancora cosa farà.
«Ma sai che qui si sta quasi bene?» mi dice indicando intorno.
«Se lo dici, ci credo!»
«In nessun luogo come questo mi sono sentito tanto libero. Materialmente hai tante restrizioni, è chiaro, ma dentro sono assolutamente me stesso, e completamente schietto, perché ci si guadagna a esserlo. E l’ho imparato qui dentro!
Non hai pressioni della società e del mondo del lavoro, non hai aspettative della famiglia… perché non dovrei essere me stesso, qui?»
Lo guardo, è più luminoso lui della luce estiva che oggi inonda il cortile.
«Qui poi lavoro… Anche se, appena arrivato qui: cosa sai fare? mi chiedono. Capirai, erano tutti elettricisti, muratori… Io: Niente! Però posso imparare, gliel’ho detto subito, ma soprattutto: l’ho detto subito a me stesso.
Dopo la licenza media con voi, in verità avevo iniziato il superiore»
«Era difficile?»
«No, ma non ci avevo proprio più testa»
Me lo guardo, questo giovane uomo, finito dentro per casini finanziari, che era incapace di fare qualsivoglia lavoro manuale, e ora gioviale e tonico a scarriolar negli orti, con scarpe grosse e cervello ultrafino, e intensa abbronzatura da campagna.
«Ora i casini li faccio nel giardinaggio!» e prorompe in una delle sue risate, cordiali, fragorose, contagiose.
Mi affida poi i saluti per Donella, e quando alla fine ci stringiamo le mani, non posso non fare caso alle sue callosità. Tutto sempre sorprendente, in questo super-brasiliano!
Non ci rivedremo più, ma è dolce dirsi addio fra le risate: che altro di meglio per augurarsi buon cammino?
MICHELE CAPITANI
