LA TEMPESTA
di CLAUDIA SFILLI ♦
Settembre: l’autunno era già nell’aria, ma i colori, il verde, il calore ancora capace di far sbuffare erano quelli dell’estate. Le vacanze erano terminate da poco e avrei voluto godermi la sensazione di appagamento che solitamente respiro in questo periodo dell’anno, ma non ci riuscivo. Erano passati dieci giorni da quando mi era stata detta la notizia e sarebbe stato molto meglio se non fosse successo.
Nel pomeriggio dovevano arrivare Stella e Fedora; una visita che avrei tanto voluto evitare, dato il mio stato d’animo, ma alle mie amiche non potevo dire di no. Profumatissime, ingioiellate, con i sorrisi incastonati nel rosso vivo dei loro rossetti, sarebbero entrate in casa con esuberanza, aspettandosi altrettanto entusiasmo da me, perché così deve essere fra noi. È una specie di patto: in questo mondo sempre pronto a piangere su sé stesso, dobbiamo essere positive, simpatiche e… carine, nonostante l’età. Già… l’età: quella vorrebbe sprofondarci nelle nostre poltrone a guardare la televisione, utili solo per badare ai nipotini, ma noi non siamo così. O perlomeno non lo sono le mie amiche e non lo ero nemmeno io, fino a una decina di giorni prima.
Stella e Fedora sono arrivate in anticipo, ma ormai conoscevo quel loro vizietto e quando ho aperto la porta ero pronta, in ghingheri e sorridente come loro. Nonostante tutto.
“Ciao Giulietta!”
Dall’ingresso al divanetto della terrazza, le mie amiche hanno lasciato una scia di profumo dolcissimo, un misto di fiori e spezie che avrebbe fatto resuscitare i morti, ma che il mio gatto, il piccolo Babel, non aveva gradito ed era fuggito sotto il letto, come ad ogni loro arrivo.
In un attimo eccoci ai nostri posti sotto il grande ombrellone bianco, a bere acqua tonica con un goccino – solo un goccino – di gin, mangiando frutta fresca tagliata a pezzetti, presa dal frigorifero.
“Avete sentito l’ultima di Vittorio? Da non credere!” ha cominciato Stella, tenendo con grazia, fra indice e pollice, un pezzetto di anguria.
“No, non so niente di lui da un bel po’” ha detto Fedora, allontanando, con la stessa grazia, il bicchiere dalle labbra.
“Nemmeno io…” ho detto.
Vittorio era stato il fidanzato di Stella, molti anni prima, e lei ha mantenuto intatto nel tempo il piacere di denigrarlo in tutti i modi possibili parlandoci dei suoi amori sfortunati, dei suoi piccoli o grandi incidenti, delle disavventure finanziare di cui era al corrente grazie a una cugina di lui, una certa Miranda, e a cui certamente aggiungeva qualcosa, per insaporirli un po’.
“Vittorio aveva messo su un sacco di chili. Era proprio brutto da vedere… L’ho incontrato sei mesi fa e non ho potuto fare a meno di dirglielo. E no, ragazze, quando è troppo è troppo!”
“Sei cattiva con quell’uomo, Stella. Non puoi continuare a odiarlo perché un malaugurato giorno si è stancato di te. Succede! E poi sono passati trent’anni, tesoro, dai!”
Fedora è la più grande di noi tre e le piace fingere di essere la più assennata.
“Che noia con voi, ragazze! Volevo dirvi che poi l’ho incontrato di nuovo, un mese fa: era con Antonio, lo avete presente? Quel medico chirurgo che sa sempre tutto… Beh, Vittorio ha allargato le spalle e portato avanti il petto per farmi notare che la pancia non c’era più. Io gli ho detto che la pancia andava bene, sì, ma la faccia no: quella non mostrava niente di buono. Aveva delle occhiaie…”
“Ma dai, non puoi mortificarlo sempre, pover’uomo!” l’ha ripresa Fedora.
“È un’ottima persona!” ho aggiunto io.
Stella voleva finire il discorso, ma noi continuavamo a interromperla.
“Uffa! Ascoltate, prima di commentare! L’altro giorno l’ho incontrato di nuovo ed era proprio messo male. Era appena uscito dall’ospedale. Problemi ai reni”.
“Oh, poverino! Non lo sapevo. Non gli avrai mica rimproverato anche di essersi ammalato, no?” Fedora si era accigliata e la guardava severa.
“Bimbe care, voi mi dite sempre che sono cattiva, ma ascoltatemi: quel danno lì se l’è fatto da sé!”
“Ti pareva! Alla tua salute, Vittorio, allora!”
Fedora ha alzato il suo bicchiere e noi con lei. Poi Stella ha continuato.
“Per mandare via la pancetta, care, lui ha fatto una dieta di quelle che ti promettono miracoli. La dieta militare. Dai e dai, per diventare come un dio greco… è finito a doversi curare i reni”.
Le parole delle mie amiche mi rimbombavano nella testa. Vittorio, la sua pancia, la dieta… ma che senso aveva tutto questo? A cosa serviva darsi tanta pena per dei chili in più? E accanirsi su di lui per quella sua debolezza?
“Lui è un credulone, davvero: smettetela di condannarmi perché lo critico. Non è più un ragazzino, ma crede alle fandonie che scrivono sui giornali: dimagrirai in sette giorni, senza la minima fatica! Foto di fisici straordinari ed è fatta! Eccolo a mangiare solo foglie di lattuga! Così si è fatto male. Non si scherza con il fuoco, dai! Lo hanno detto i medici dell’ospedale: poteva anche danneggiarsi il cervello!”
“Giusto, giusto, Stella!”
I nostri bicchieri si sono incontrati per l’ennesimo cin-cin e abbiamo girato pagina (come dicono nei telegiornali).
“Oh, ragazze, devo dirvi una cosa importantissima”.
Sapevo già di cosa voleva parlarci Fedora: era il suo argomento preferito.
“Ho comprato un set di cosmetici, mie care, che è la fine del mondo. I test clinici promettono risultati importanti: dieci anni di meno! L’ho già ordinato. Costicchia, eh? Ma non si può pretendere, se non si spende. Vero?”
“Ma sei sicura?” ha chiesto Stella, con voce vibrante.
“Questo prodotto nuovissimo sostituisce la chirurgia estetica ed è davvero rivoluzionario. Dovreste leggere i commenti di chi lo ha già provato e i risultati dei test”.
Il suo collo ora era rosso, con le vene in evidenza, gli occhi le scintillavano, ma io non riuscivo a non pensare contemporaneamente anche a Vittorio: lui con l’ossessione della pancia, lei delle rughe. Lui caduto in una rete, lei in un’altra. Che tristezza! Mi veniva da piangere. Le parole che mi erano state dette, dieci giorni prima, avevano spento qualcosa dentro di me: la speranza nel domani, la fiducia nella vita… il piacere di sognare un po’.
Ho inghiottito quel grumo di paura e dolore che sentivo dentro, però, e ho finto interesse.
Il pomeriggio, così, è passato con il cicaleccio delle mie amiche che animava la mia terrazza, il mio palazzo e forse il mondo intero, lasciando intatto, però, lo sgomento dentro di me.
No, sapere non è un bene. È meglio restare al buio.
Fedora e Stella se ne sono andate verso sera. Mi avevano proposto un bel filmetto al cinema, ma no. Al cinema proprio no.
Qualche ora più tardi, laggiù, all’orizzonte, il cielo aveva assunto il colore del piombo e lampi ramificati lo attraversavano per poi dare voce a tuoni lunghi, minacciosi, sempre più vicini.
Non mi aspettavo che il tutto dovesse cominciare con una tempesta.
Mi sono seduta ai piedi del letto, di fronte alla finestra che non mi decidevo a chiudere. Le raffiche di vento scuotevano violentemente le cime degli alberi. Un vento insolito, accompagnato da rumori improvvisi di cose che cadevano, che rotolavano, che sbattevano.
Ecco il mio dolore allo stomaco, quello che mi stava torturando, farsi lama di coltello e conficcarsi dentro di me. Non riuscivo a respirare. Le lacrime mi scendevano sulle guance… e fuori ecco, aveva incominciato a piovere. Vento. Vento e pioggia, e il cielo era tutto plumbeo e i lampi lo squarciavano, facendo esplodere tuoni secchi, là, proprio là, davanti a me. Ecco la fine. La lama era affondata, non c’era più scampo. Non sono riuscita a chiudere in tempo la finestra e il vento e la pioggia e la fine del mondo mi hanno raggiunta.
Nel turbine di quella notte infernale, mentre acqua, foglie, colpi d’aria fortissimi travolgevano la mia stanza, sono corsa in bagno: solo ombre intorno a me, tutto girava e sbandavo di qua e di là, ansimando. Dovevo fare in fretta, ma non riconoscevo più niente. Dov’era l’armadietto?… Eccolo. Ora con calma. Con calma dovevo trovare la scatoletta giusta. Oh, sì, eccola! Lexotan. Ce l’avevo fatta, era nelle mie mani. Ora dovevo schiacciare una a una le pastiglie, per liberarle dal blister. Ma non uscivano, maledette… Dai, piano piano, dovevo farcela! Alcune cadevano, ma le riprendevo, non potevo lasciarle lì. Poi eccole tutte nella mia mano: che poche! Ne avevo usate diverse, ultimamente, per dormire. Ma sarebbero bastate, certo. Dovevano bastare!
Antonio me ne aveva parlato con calma, una decina di giorni prima, cercando di farmi accettare l’inaccettabile. Mi aveva guardato negli occhi, in quel momento, con l’amore di chi condivide con te la tragedia.
Lui, ottimo medico chirurgo, vive sul computer e naviga nella rete come nessun altro, sa sempre quello che succede e che succederà, sa quello che viene tenuto nascosto, i come e i perché di tutto. E quel giorno, mi ha annunciato la tragica notizia. Non avrebbe dovuto farlo!
“Gli esseri umani sono incapaci di affrontare la realtà” mi ha detto. “Ma tu sei una donna speciale. Tu sei forte!”
Era il 23 di settembre del 2017.
Mi sono svegliata in un letto d’ospedale. Mi avevano appena fatto la lavanda gastrica e le mie amiche mi guardavano con espressione incredula.
“Giulietta, non possiamo crederci… Volevi morire? Ma perché non ti confidi con noi? Siamo le tue amiche!”
“Ti abbiamo telefonato appena passata la tromba d’aria, per vedere se era tutto a posto, ma non rispondevi! Arrivate da te, abbiamo trovato la finestra della tua stanza aperta, era tutto un disastro e… Cosa è successo, tesoro?”
Che fatica rispondere. E poi: cosa rispondere?
In quel momento dal televisore della stanza una voce:
L’ennesima bufala sulla fine del mondo: la Nasa smonta punto per punto la teoria di David Meade, secondo cui il Pianeta X, Nibiru, il giorno 23 settembre si sarebbe schiantato sulla Terra e ci sarebbe stata la fine del mondo.
“Niente, care. Non è successo niente. Un piccolo sbaglio con le pastiglie, nella confusione di quel tempaccio. Ora va tutto bene. Va tutto bene…”
CLAUDIA SFILLI
