MARCO ONOFRIO – LUCE DEL TEMPO

a cura di PAOLA ANGELONI

La scelta di poetica di Onofrio si struttura con una intensità lirica e però anche con una concezione strategica del linguaggio: la sua poesia investiga la dimensione filosofica dell’uomo con l’universo.

Chiaro è il suo riferimento alla poesia orfica di Dino Campana nel suo studio di un “metodo”: non cedere al mito della poeticità spontanea. Troviamo infatti simboli che sono evocazioni mediante un tessuto discorsivo costruito sul ritmo, nel quale prevale un ben misurato impulso dell’endecasillabo.

L’originalità avviene in molti passi di misure più brevi, dove la ritmica endecasillabica è spezzata dalle pause di fine verso:

Il peso del cielo (pag. 121)

“Resta l’insondabile mistero

Che ci tiene in viaggio

Come onde sulla riva

Dell’eterno”.

Negli stessi versi sono presenti le figure dello scambio a livello di significato, qui la metafora e il paragone mantengono il ruolo che hanno nella poesia classica, dando un apporto conoscitivo, di originalità e non di rottura, ma di mediazione (l’insondabile resta, con la dichiarata impossibilità di definire il “mistero”, possiamo solo accomunarlo al nostro “viaggio come onde sulla riva”).

Nella poesia di Onofrio vi è un alto tasso di figuralità, sembra che tutto l’impianto si regga sul “paradosso” di un rapporto globale dell’uomo con l’universo, nella ricerca di un “dio nascosto” che abbia rispondenza nella realtà delle cose come sono nel trascorrere del tempo. Così il paradosso viene chiamato ad una presenza, retto dall’antitesi costitutiva fra luce e buio e dalla presenza semantica dell’”acqua”, uno scambio di elementi, quindi, che diviene uno scambio di fusione: le isotopie e i campi semantici sono riuniti in un modello triadico:

  1. Logos, luce dell’essere
  2. Anthropos, esserci, le costellazioni
  3. Cosmos, eternità, trama dell’esistere.

La luce dell’essere trova una mediazione con lo stare del tempo, nell’esserci. L’esserci è la presenza, la durata.

La luce del tempo prende coscienza (con la poesia) del buio dell’essere.

L’eternità, l’invisibile, lo spazio cosmico trova mediazione nello stare nel tempo.

Luce del tempo  offre un elaborato ventaglio di versi isotopici, collegando tramite le figure retoriche termini disgiunti, attraverso metafore, ossimori, sinestesie di anima e corpo, tra l’uomo e la Natura, mentre il logos, l’Io è l’interprete. Questo per dire che Onofrio non vuole subordinare con il ritmo dei versi i significati, ma relazionare una forte rete di corrispondenze; si può cogliere il divino in paesaggi, “Dolomiti lucane” e si ricompongono antitesi con due parole di senso opposto “Splendere di nero”.

La sua naturalità negli animali, negli affetti (il padre) viene superata come esperienza, con una concettuale astrazione, la sacralità del cosmos che porta alla trascendenza, che è nelle cose stesse, nel godere degli incontri nel ruolo della poesia che apra alla “gioia”, riattivando la prospettiva dialogica tra luce e vita e notte.

Vedi:

  • Tristezza dolce – 93
  • Splendere di nero – 101
  • Sottile – pag. 103

Non tutte le poesie presentano figure della ricorrenza, segnalo poesie che si strutturano con figure di scambio, che rendono la natura contraddittoria del nostro esistere contemporaneo:

  • Voci sepolte – 104 “Solo lei, l’infame giustiziera”: con lo statuto evocativo nell’apostrofe di un “lei”, che richiama D. Campana e diviene un termine valorizzante dell’intera poesia;
  • Non crede più pag. 106-107, dove la personificazione è un soggetto sottinteso, dato che vi è una impossibilità dichiarata di decidere, di risolvere la contraddizione del nostro tempo contemporaneo.

Nei versi di “Luce del tempo” si ritrovano improvvise e ripetute allitterazioni: sono suoni che danno compattezza alle rime e un carattere di invarianza, dato che permane sempre il messaggio finale della capacità di godere e della felicità di vivere. Ma prima, noi cogliamo la prospettiva filosofica ed esistenziale che rimanda alla fenomenologia, a Jaspers e Heidegger.

Nel campo semantico sovrabbonda la sfera delle idee astratte, che si coordina e si incrocia con il contesto etnoculturale di Onofrio, il suo lato emotivo e il potere “evocativo” delle parole. Infatti, ogni lingua poetica contiene una “metafisica nascosta” che incarna il modo di vedere il mondo: la poesia modella le idee e la nostra concezione del tempo, in particolare nella poesia si ritrova l’evocativo e il suggestivo – Verlaine dice la “vaghezza” delle parole.

Seguendo la strategia semantica di Matoré, cerchiamo di individuare:

  • Le Parole chiave, che esprimono gli ideali e i termini fondamentali;
  • Le Parole testimoni, che concretizzano l’esistenza, l’”esser-ci” (Dasein).

LA CIFRA (pag.22-24)

Il termine chiave “La cifra” rimanda alla filosofia di Jaspers, all’amor fati e al naufragio come cifra suprema e eternamento dell’uomo: è l’esser-ci che si distende in uno sviluppo empirico che possiede un illimitato avvenire e garantisce la conservazione di tutto ciò che è stato raggiunto.

Il naufragio è l’Ultimo, ma io non posso “progettare” la lettura della cifra del naufragio, poiché la cifra si rivela solo nell’amor fati (non possiamo arrenderci anticipatamente) Jaspers, Metafisica.

Parole chiave Parole testimoni
condizione necessaria del percorso        come l’ombra di una nuvola in terra
andare, ovunque come l’ombra di una nuvola in terra
rincorrere se stessi  come l’ombra di una nuvola in terra
ber-ci  sorso fragile di vita
vie d’uscita    ·         come piccoli dei·         piccolissimi dei
ed è la cifra che manca ·         pagina I del quaderno·         per il “fatto enorme”

 

Interminatosenza spiegazione

(è la vaghezza)

 

 
eterno Istante, goccia dentro il mare
pensieri astuti ·         il sale quotidiano delle alici·         rotte del Mediterraneo

·         nocchieri

(è il contesto culturale)

sostiene e consuma l’acqua come onda
Il dolore(far finta di essere felici) Il travestimento
a domandar-ci: la cifra: una PAROLA maiuscola, invano noi siamo il presente
trame infinite le selve
parliamo a gesti all’universo come stranieri (Camus)
una la via: continuare  

FUMMO RAGAZZI FELICI (pag.35 – 36)

Parole chiave Parole testimoni
 astrazione “essere” concretezza  “esser-ci”
ragazzi felicimondo piccolo

tempo chiuso

alfabeto, luce, gorgoglii, scrosci, crepitii, fluire, vita
quant’era bello l’orto dei nonni!Leggevamo l’alfabeto della luce freschezza, dolce, celeste, molle
Si giocava per orerincorrer-ci le savane
la stanchezza occhi, strano veleno

È la radura dell’essere che è mondo, è l’esser-ci “gettato” (Heidegger). Rimane in Onofri il senso dell’ignoto, nei silenzi e negli sguardi come nei pensieri. Rimane la struttura originaria nell’estate infinita e incorruttibile che durava oltre la morte, era la morte stessa che aveva in pugno l’esistenza (Dasein):

Era la morte stessa, forse

Che aveva tutta in pugno l’esistenza

La gamma ultravioletta del mistero

Nel barlume d’oro dentro noi.

Fummo ragazzi felici,

leggevamo l’alfabeto della luce.”.

PAOLA ANGELONI

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