L’ULTIMA DELLE GRANDI NARRAZIONI – Qualche riflessione sulle Olimpiadi di Parigi (I)

di NICOLA R. PORRO  ♦

Le Olimpiadi di Parigi 2024 hanno dato conferma di come lo sport costituisca l’ultima e più potente “grande narrazione” sopravvissuta alla fine delle grandi narrazioni. L’evento, che riproduce nel tempo una solenne liturgia simbolica, è sempre capace di mobilitare emozioni collettive come pochi altri. L’universalismo dei Giochi, peraltro, è stato anche questa volta condizionato, come è accaduto più volte in passato, dagli scenari politici internazionali: Russia e Bielorussia non sono state invitate ai Giochi in quanto responsabili della guerra di Ucraina.[1] Le Olimpiadi moderne, a differenza di quelle classiche, non hanno il potere di sospendere le ostilità in atto e fungono anzi spesso da cassa di risonanza di eventi drammatici e conflitti irrisolti. Ci riferiamo alla questione cruciale della pace e della guerra (Ucraina) ma anche a pratiche di discriminazione come quelle subite dalle donne afghane cui un potere teocratico inibisce la partecipazione ai Giochi e a qualsiasi evento sportivo. Le defezioni hanno in parte alterato la competizione anche se si è assistito, con il consenso del CIO, allo sbrigativo “reclutamento” sotto altre bandiere di un certo numero di atleti di livello di nazionalità russa o bielorussa. Nemmeno sono mancati episodi che hanno suscitato polemiche o sollevato questioni culturalmente sensibili. Si pensi alle polemiche che hanno riguardato la presunta parodia dell’Ultima Cena e a quelle, assai discutibili nel merito (ne ha scritto con competenza sul nostro blog Massimo Cozzi), che hanno fatto seguito al forfait della pugile Angela Carini opposta a una forte avversaria algerina. Altri episodi, non sempre direttamente associabili all’evento agonistico, hanno sollevato come sempre curiosità e qualche polemica. Anche nel tempo della postmodernità, insomma, i Giochi si sono confermati un sismografo di sensibilità e umori che il vecchio Pareto avrebbe chiamato “residui e derivazioni” di una storia lontana. Non paradossalmente, però, proprio le donne atlete sono state protagoniste di straordinari momenti agonistici. Esemplare è proprio il caso italiano: quaranta medaglie conquistate (dodici d’oro, tredici d’argento e quindici di bronzo) e ben ventisette quarti posti.[2]  A dare il segno della partecipazione italiana è stato però soprattutto un inatteso sorpasso di genere: le atlete italiane hanno vinto otto medaglie d’oro contro le tre dei colleghi maschi (una è stata conquistata da una coppia mista).[3] Ancora una volta un grande evento sportivo ha fatto da sensore di trasformazioni socio-culturali più profonde. 

2_fotobis

Per l’Italia, tuttavia, è soddisfacente anche il bilancio strettamente tecnico. Vincere quaranta medaglie con ventisette piazzamenti ai piedi del podio e successi conseguiti in ben ventuno discipline diverse (last not least battendo la Germania nel computo finale delle medaglie vinte …) è un risultato di valore assoluto. Soprattutto, esso riflette quella diversificazione interna all’alto livello in assenza del quale non è facile consolidare nel tempo un rango internazionale di prestigio. Complessivamente, pur non aumentando rispetto a Tokyo 2021 il numero totale delle medaglie vinte, si conferma e si consolida il rango internazionale acquisito nella precedente edizione olimpica. Guadagniamo due medaglie d’oro in più e passiamo dal decimo al nono posto nel medagliere finale, preceduti di un nulla da squadre come quella coreana che ha pescato quasi esclusivamente nelle specialità in cui primeggia, e da quella olandese, che invece riflette un socialmente discutibile modello di “coltivazione dei talenti” esclusivamente orientata al risultato. I risultati azzurri vanno invece collocati in una parabola temporale di medio periodo e in continuità con Tokyo 2021, quando gli azzurri batterono il record dei podi conquistati che resisteva da Roma 1960. Si è anche  assistito a un notevole avvicendamento delle specialità vincenti. A Tokyo le quaranta medaglie erano state conseguite in diciannove diverse discipline, con il nuoto (sette medaglie) e la scherma (cinque medaglie) a fare la parte del leone e l’atletica leggera capace di guadagnare cinque ori in cinque specialità diverse. A Parigi i successi italiani hanno interessato ventuno diverse specialità e si è assistito a una maggiore differenziazione delle prestazioni per discipline. 

Foto 3

A Parigi gli Usa si sono confermati il Paese leader all’ultimo minuto utile, vincendo la finale di basket femminile e scavalcando la poderosa armata cinese che pareva in grado di primeggiare come era successo sedici anni prima a Pechino. A parità di vittorie, gli americani hanno ottenuto più medaglie d’argento dei cinesi e un totale complessivo più alto. Decisivo in questa sfida fra titani è stato anche stavolta il ruolo delle donne: le americane vincono ventisei titoli contro i diciannove delle cinesi mentre i colleghi maschi – penalizzati dall’inatteso flop dei nuotatori – non vanno oltre tredici ori contro i diciassette dei rivali asiatici. Il fattore campo è stato invece sfruttato dai padroni di casa al massimo delle loro potenzialità sebbene il computo dei titoli assoluti segnali come il risultato porti soprattutto la firma di un solo atleta, il formidabile nuotatore Léon Marchand. [4]  Il medagliere finale, d’altronde, non riflette mai adeguatamente i reali valori agonistici delle singole squadre nazionali. Basti pensare che l’oro conquistato da una singola nazionale in un prestigioso gioco di squadra vale in questo genere di graduatoria quanto la vittoria di un outsider in una di quelle specialità “minori” spesso ospitate nel programma olimpico per ragioni diplomatiche più che propriamente sportive. Occorre perciò una riflessione di dettaglio, che non rimuova l’effetto del forzato forfait dello squadrone russo. [5] A Parigi sono saliti sul podio novantuno Paesi (erano stati novantatré a Tokyo) mentre per la prima volta non ha vinto medaglie una storica protagonista dello sport internazionale come la Finlandia. Fra le new entry figurano invece gli ori di Santa Lucia e Dominicana (che ovviamente vincono, assieme a Grenada, la classifica di medaglie in rapporto alla popolazione). Primi podi di sempre anche per Albania e Capo Verde. Una prima medaglia, di grande valore simbolico, è andata al team dei Rifugiati: il bronzo di Cindy Ngamba nella boxe

4_VOLLEY_Fjpg

È legittimo, ma ben poco probante, istituire la consueta quanto  sommaria relazione fra peso demografico dei Paesi partecipanti, Pil e medaglie. Prevedibilmente, i più ricchi eccellono nel nuoto, nella vela, nel ciclismo e negli sport equestri, grazie a migliori dotazioni impiantistiche, a maggiori competenze tecniche e alla disponibilità di attrezzature e di pratiche più efficaci di selezione dei talenti. I Paesi meno ricchi si impongono soprattutto negli sport di combattimento o nelle arti marziali. Vi sono poi situazioni speciali. La Cina, ad esempio, ha un Pil inferiore alla metà di quello Usa, ma nell’ultimo mezzo secolo ha conquistato un terzo delle proprie medaglie nei tuffi (a Parigi per la prima volta ha conquistato tutti gli otto ori a disposizione) e più della metà dei posti sul podio nel tennis da tavolo. Profilo simile per la Corea, protagonista – lo si è ricordato – di un vero e proprio exploit essendo passata da venti a trentadue medaglie (tredici d’oro contro le sei di Tokyo, cinque delle quali nel tiro con l’arco).  Anche i profili demografici non sono particolarmente probanti. Due dei (pochi) Paesi che superano l’Italia nel medagliere presentano una popolazione inferiore alla nostra. L’Australia ha solo ventisei milioni di abitanti ma vanta una tradizione agonistica di eccellenza, soprattutto nel nuoto. Il suo istituto per lo sport, altamente specializzato e massicciamente finanziato dallo Stato, sostiene le federazioni in materia di assistenza medica e di supporto logistico come non accade per nessun Paese europeo. [6] Un’altra squadra nazionale di eccellenza, quella dei Paesi Bassi, è rimasta stabile nel medagliere. Perde anzi due medaglie rispetto a Tokyo, ma ne conquista complessivamente ben trentaquattro incrementando i titoli da dieci a dodici grazie soprattutto al canottaggio, al ciclismo su pista e alle performance individuali di una campionessa come la fondista e maratoneta Sifan Hassan (tre medaglie). Quello olandese rappresenta tuttavia un modello unico. Iperselettivo e fortemente specializzato (c’è chi l’ha definito “darwiniano”), è parzialmente simile solo a quello della Gran Bretagna. A finanziarlo concorre una Lotteria popolare i cui proventi sono devoluti esclusivamente agli sport più competitivi in funzione del medagliere olimpico. 

L’Italia di Parigi sembra avvicinarsi sempre più a un modello polivalente come le maggiori formazioni occidentali. A fronte di un bilancio lusinghiero occorre tuttavia non rimuovere alcune criticità, come nel caso dei giochi di squadra, con l’eccezione ovviamente del volley femminile. La pallavolo maschile, attesa a una grande prestazione, ha subito un’autentica débacle in dirittura d’arrivo con la sconfitta contro i francesi. In crisi la pallanuoto femminile come il calcio, il basket, l’handball, l’hockey su prato e il rugby a sette che non si sono nemmeno qualificati. All’alba della penultima giornata dei Giochi, Carlo Mornati, segretario generale del Coni e Capo Missione, non ha nascosto le criticità. “Qui a Parigi – ha dichiarato – abbiamo chiuso un cerchio aperto a Rio 2016… I numeri rispecchiano le nostre previsioni, proiezioni ed analisi. Ciò che è significativo è l’indice di competitività olimpica: siamo sempre il quarto Paese dopo Stati Uniti, Cina e Germania. … Su 404 atleti arrivati a Parigi, 241 hanno disputato una finale. Una volta si parlava di medaglie inaspettate, oggi si parla di medaglie sfumate. È stata la più competitiva delegazione italiana di sempre”. Al di là di qualche non del tutto disinteressata celebrazione, i dati riportati bastano però  a fissare alcuni punti fermi: (i) l’Italia ha confermato e rafforzato il  rango autorevole acquisito tre anni prima a Tokyo e che dovrà difendere nel prossimo futuro; (ii) i successi olimpici segnalano un mix di continuità della tradizione di specialità e di successi ottenuti in discipline  inedite, mettendo in luce un protagonismo delle donne e dei “nuovi italiani”; (iii) la crescente diversificazione delle discipline di eccellenza impone tuttavia un salto di qualità nelle politiche di reclutamento, selezione tecnica e diversificazione dell’offerta concentrando più  risorse umane, tecniche e finanziarie nella promozione del sistema sportivo meridionale; (iv) non va depresso il ruolo essenziale dello sport per tutti (meglio definibile come sport di cittadinanza) che può rappresentare una preziosa risorsa anche per il sistema agonistico a condizione che non venga inteso come una sua “retrovia” bensì come un laboratorio sociale permanente capace di saldare prestazione e volontariato, competitività e solidarietà, cultura amatoriale e qualità tecnica. L’analisi del panorama sportivo che ci consegna Parigi 2024 però non si esaurisce qui: torneremo sull’argomento. 

NICOLA R. PORRO

[1] Peraltro, per ragioni legate alla sanzione olimpica antidoping la Russia aveva partecipato sotto la bandiera del proprio comitato olimpico (Russian Olympic Committee ROC) ai Giochi di Tokyo 2021 conquistano venti medaglie d’oro, ventotto di argento e ventitré di bronzo (quinto posto nel medagliere per nazioni).
[2] I quarti posti concorrono a comporre l’indice di competitività delle squadre nazionali. Dopo Stati Uniti, Cina e Germania l’Italia presenta il valore più alto.
[3] Delle tredici medaglie d’argento quarantaquattro vanno alle donne e nove ai maschi, delle quindici di bronzo quattro alle donne e undici ai maschi).
[4] Il cosiddetto home advantage  ha permesso alla Francia di conquistare il quinto posto nel medagliere finale, passando dalle trentatré medaglie di Tokyo alle sessantaquattro di Parigi. Va tuttavia ricordato come la Gran Bretagna a Londra 2012 abbia fatto ancora meglio conquistando il terzo posto finale.
[5] La Russia (o meglio l’improvvisata squadra Roc che ne aveva preso il posto in forza di un complicato escamotage legale) si aggiudicò in Giappone dieci medaglie nella sola ginnastica, otto nella scherma, otto nelle specialità di tiro e sette nel nuoto.
[6] A partire dal 2016 il nostro Coni ha applicato molte indicazioni provenienti da quel Paese. 

CLICK PER HOMEPAGE