La letteratura è necessaria alla politica. Lo sono le parole e il loro uso.
di VALENTINA DI GENNARO ♦
Serenella Iovino, in l'”Ecologia letteraria”. Una strategia di sopravvivenza”, di Italo Calvino dice così: «La letteratura è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce, quando dà un nome a ciò che non ha ancora un nome, e specialmente a ciò che il linguaggio politico esclude o cerca d’escludere. […] La letteratura è come un orecchio che può ascoltare al di là di quel linguaggio che la politica intende, è come un occhio che può vedere al di là della scala cromatica che la politica percepisce. Allo scrittore […] può accadere d’esplorare zone che nessuno ha esplorato prima, dentro di sé o fuori; di fare scoperte che prima o poi risulteranno campi essenziali per la consapevolezza collettiva». […] La chiave del discorso di Calvino è che la letteratura, come congegno educativo, è politicamente sovversiva, perché essa, continua lo scrittore, «è uno degli strumenti di autoconsapevolezza d’una società», ed è un’autoconsapevolezza che avanza «sfidando l’autorità». Il punto di partenza (e forse anche di arrivo) di questa sfida all’autorità e di questo esercizio di autoconsapevolezza è la ricostruzione in termini relazionali del concetto di identità, un’operazione a cui Calvino si dedicherà pressoché sistematicamente. In un breve scritto del 1977, intitolato proprio Identità, per esempio, egli sostiene che «l’identità più affermata e sicura di sé non è altro che una specie di sacco o tubo in cui vorticano materiali eterogenei», «un fascio di linee divergenti che trovano nell’individuo il punto d’intersezione». Ogni identità (individuale o di gruppo) si lascia afferrare solo a partire dal rapporto che intrattiene con tutto «il resto», con il «mondo esterno». «È il fuori che definisce il dentro».
Come inizia il rapporto che ogni identità intrattiene con tutto il resto. Con la parola e come essa viene chiamata. Perché esiste solo chi è chiamato, chi è nominata. Siamo sicuri che a intimorire sia il possibile imbarbarimento della lingua italiana oppure ci fa paura la possibilità di accogliere, nel nostro eloquio quotidiano, un linguaggio più inclusivo?
Mi riferisco ovviamente alla proposta di legge della Lega di proibire la declinazione al femminile delle cariche istituzionali. Non ha a che ora con la cacofonia, non con la tutela della lingua italiana ma con il potere.
Il ricorso alla denuncia retorica del politicamente corretto, che è un’arma delle estreme destre, serve solo a eludere il portato conflittuale, e politico, di queste rivendicazioni. A forza di essere contro il “politicamente corretto” si incorre, infatti, nella possibilità di essere politicamente banali.
La questione è squisitamente politica.
Non sarà quindi che ergersi a difensori della lingua italiana (ma evidentemente non della sua grammatica) ha a che fare con il potere?
Siamo sicuri e sicure che sia solo un problema grammaticale? solo di alcuni poi perché le desinenze al femminile esistono.
Giorgia Meloni si insedia alla presidenza del consiglio e la prima cosa che fa emana una circolare per farsi chiamare al maschile. La Lega ora presenta questa proposta di legge?
Obiettivo del ddl presentato da Manfredi Potenti, senatore della Lega, è preservare la lingua italiana.
Senza curarsi poi, approvando l’Autonomia Differenziata di quali siano le in cui docenti insegnano a scuola, non potenziando le traduzioni di libri italiani in altre lingue – a Ottobre l’Italia sarà il paese ospite alla Fiera di Francoforte, uno dei principali luoghi di vendita e acquisto diritti – non insorgendo quando i ministri di questo governo vogliono dire “umiltà” e dicono “umiliazione” e nemmeno preoccupandosi di quale sia l’italiano con il quale vengono addestrate le intelligenze artificiali, no. Potenti propone di multare chi negli atti pubblici utilizza le parole “sindaca”, “questora”, “rettrice”, “avvocata”.
Perché siamo abituati a “infermiera”, “operaia”, “bidella”.
E’ ancora anche una questione di classe e quindi di femminismo intersezionale.
Preservare una lingua non vuol dire impedire che la lingua si pieghi secondo necessità e volontà di chi la parla, ma diffonderla, inclinare i piani economici per insegnare l’italiano a chi arriva nel nostro paese.
Menomale che ci sta Sergio Mattarella!
VALENTINA DI GENNARO

Anna Luisa
brava brava brava
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grazie
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Nomina nuda tenemus, è proprio vero.
E l’atto biblico in questo caso insegna: la conoscenza del mondo inizia quando il primo essere umano comincia a dare nome alle cose.
“Le parole sono importanti”, cito Nanni Moretti e, per dirla con la Linguistica, il segno è arbitrario ma solo fin quando non gli si è attribuito un significato.
Maria Zeno
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Eppure in una preghiera cattolica ci si rivolge a Maria appellandola avvocata nostra..e non è certo per il politicamente corretto.
Ettore
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Sicuro! Da Advoco, “chiamare presso, chiamare in aiuto”, un bel participio passato femminile, che in italiano va reso con ” avvocata”, come vuole la liturgia.
E credo che questo rimarchi la distanza linguistica con “avvicatessa “, che sinceramente trovo orrendo .
Maria Zeno
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I suffissi in -essa stanno scomparendo. Durante il ventennio si usava atletessa. Orribile. Ora si preferiscono i suffissi zero.
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Giusto, Valentina. Il suffisso zero elimina quel tanto di peggiorativo che suona come dileggio.
Una delle poche eccezioni è “professoressa” e anche “dottoressa”, dall’uso rese più orecchiabili di dottora e professora ,che sanno di spagnolo.
Eppure la mia prof di lettere del Liceo voleva essere chiamata “signora”, odiava la cacofonica successione delle “s” di “professoressa “
Maria Zeno
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