“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – LA NECESSITÀ DI ESSERE CRUDELI
di MICHELE CAPITANI ♦
Per noi insegnanti c’è tutta una “poesia del dopo”, cioè degli incontri casuali con alunni che conoscemmo anni addietro. È un evento che ha del poetico non solo perché risveglia la memoria e gli affetti, anche verso il me stesso che fui, ma anche perché mi pone concretamente di fronte al passaggio del tempo e ai cambiamenti (e all’impossibilità di governare il caso): non è vero che non si può vedere il tempo che passa: te lo trovi materializzato lì davanti, un giorno, scantonando in una via, al sentirti chiamare da una persona a cui eri passato accanto, e che magari ti dice subito il suo nome, per toglierti l’imbarazzo di ammettere che non te lo ricordi; o qualcuno che fa la fila dietro di te al supermercato, o la ragazza che ti serve il caffè in un bar in cui non eri entrato mai.
Noi uomini viviamo nel tempo, anzi siamo fatti di tempo anche più di quanto siamo fatti di acqua e di sogni: di tempo si alimentano i nostri mutamenti, e se ne nutre l’autonoma creatura che ci vive dentro, cioè la nostra memoria. Eppure non ci pensiamo molto quando costruiamo qualcosa: esso è il materiale principale della nostra identità, ma anche di quando si fa il vino; di quando si scrive; di quando si riprende gradualmente la forma fisica; di quando si lascia maturare un figlio; di quando si attende che cicatrizzi una ferita, o che una pianta cresca, o che il cemento indurisca o l’intonaco si asciughi.
Insomma, il tempo, grande scultore, grande galantuomo.
E grande materiale educativo: ne sappiamo qualcosa anche noi insegnanti per adulti, già al momento in cui vediamo iscriversi quegli ex adolescenti sciagurati, che disprezzavano la scuola, o la ignoravano, che non riuscirono a terminare nemmeno le medie, ma che poi sono stati educati dal tempo e da tutto ciò che in quegli anni è avvenuto: si sono giovati di cronoterapia ed ergoterapia, insomma, per ritrovare infine, nella scuola serale, un luogo che creda in loro, e riscoprire che loro stessi finalmente, dopo cinque o dieci anni di adolescenza e prima giovinezza, in cui la loro vita si è fatta lunga, faticosa, costosa e inefficace, possono finalmente credere nella scuola e in sé stessi.
Valentino, che un tempo, per metterci paura, si dondolava sul bordo della finestra del terzo piano, o che minacciava i compagni col coltello, alla fine dell’anno ci dirà, anzi scriverà, che “non avrei mai immaginato che si potesse venire a scuola e stare bene in classe e imparare divertendosi”, mentre Massimiliano scriverà nel tema d’esame “Vi ringrazio della pazienza che avete avuto con me, sono stato un testone. Vi porterò sempre nel mio cuore perché mi avete aiutato…”.
Insegnare e imparare restano i due mestieri più belli del mondo.
Era solo per dire di un paio di alunni che verbalizzano le emozioni, perché poi ce ne sono tanti che alle emozioni, invece che parole, danno un corpo, ossia sé stessi, soprattutto negli anni a venire, venendo a trovarci; oppure dando voce non appena possono, cioè chiamandoci se ci riconoscono, in un certo luogo dell’orizzonte in cui i nostri cammini si incroceranno un giorno…
La messe è davvero molta. In qualche caso magari era stata malamente seminata, ma il più delle volte semplicemente bisognava attendere che agisse quel misterioso lievito che è il tempo: gli spaghetti si scolano tutti assieme, ma gli gnocchi no: cuociono e vengono a galla ognuno al tempo suo.
Per tutto ciò, noi insegnanti a volte siamo strani esseri che ringraziano perché il tempo passa…
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Quello che la famiglia non ti insegna con le carezze, la vita te lo insegna con gli schiaffi, e molti nostri alunni del serale ne hanno fatto esperienza, altroché. Mi piace pensare, perciò, che è in ricordo delle antiche carezze che abbiamo provato a dar loro a scuola, che ci salutano con tanto trasporto: la “luce” di quando incontri uno che fu tuo alunno non ha nulla a che vedere con quel che spiegasti, con la tua programmazione, con l’intento pedagogico, o col desiderio di informare (o peggio, di convincere) che forse allora avevi.
Non sto facendomene un vanto, visto che sto parlando di tutti gli insegnanti, soprattutto quelli che ci credono, e dei ragazzi che comunque credono in noi.
Per noi del serale, poi, c’è la prerogativa che certi ex alunni che reincontri hanno un’età tutt’altro che giovanile…
Un giorno, mentre esco da un supermercato, mi ferma per salutarmi Beatrice, una signora della mia età, che prese la licenza media da noi una decina d’anni prima. A dire il vero ogni tanto ci siamo incrociati, ed ero informato della sua situazione vacillante, anzi via via, negli anni, sempre più difficile.
Era riuscita a tornare a scuola e prendere la terza media da noi, approfittando di un periodo di stabilità, ma in seguito, separata e con una figlia ancora piccola, siccome rischiava lo sfratto entrò in una casa occupata. Da lì iniziarono a piombarle addosso una serie di grane intrecciate l’una all’altra: denuncia per occupazione abusiva, poi perdita della residenza e impossibilità di richiederla, figuriamoci la casa popolare, vista quella denuncia; e ancora: insorgere di problemi al seno, per inerpicarsi su una via crucis ogni volta che deve sottoporsi a mammografie in quanto non più residente e perciò senza accesso al servizio sanitario; e rapporti poco amichevoli, per usare un eufemismo, col tizio con cui si era messa nel frattempo.
Ma oggi mi vede e mi chiama per raccontarmi della sua ribellione: si è stufata di subire minacce e brutte cose, allora ha mollato il tizio e poi l’ha denunciato; le erano “rimaste dentro” certe attività che avevamo fatto riguardanti la violenza sulle donne, e in generale i diritti e l’educazione civica. Non le chiedo, stavolta, della situazione abitativa, anche perché vederla con tale piglio è qualcosa di molto nutriente per la mia anima di insegnante! È un’altra Beatrice rispetto a quella rassegnata del tempo che fu. Una pasionaria di provincia.
Una che oggi ha insegnato a me.
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Una sera a scuola, anni fa, andammo vicinissimi alla rissa tra bande di giovinastri, quindi noi docenti venimmo convocati il giorno appresso in Questura poiché, in veste di testimone, mi dovevano “escutere” (il fattaccio potenzialmente cruento non si era verificato, ma tutto sommato ci guadagnai una narrazione, e la conoscenza di un verbo tanto specialistico!). Sulla scrivania dell’ispettore vidi diverse carpette: i nostri alunni e quelli della banda rivale che li attendeva fuori scuola non erano ignoti alla polizia, c’era da aspettarselo. Un vero sbigottimento mi prese, però, allorché notai che il più corposo era quello riguardante Cecilia.
Questo no, non ce lo aspettavamo per niente…
In un gruppo classe di adolescenti che, quando andava bene, erano pura e passiva ostilità, e quando andava male mettevano in scena scambi di sostanze, urla nei corridoi, danni alle cose e altre amenità, Cecilia era un sole, era l’appiglio di noi docenti verso tutti gli altri alunni, di cui era amica. La sedicenne Cecilia era già matura, distingueva le quisquilie dalle faccende serie, sedava gli animi dei mascalzoni che in classe le sedevano attorno, amava studiare, e scriveva come a pochissimi adolescenti ho visto fare.
Come caspita eri finita al serale, Cecilia?…
La reincontro, appunto, anni dopo, mentre facciamo la fila in una pizzeria da asporto.
«Che fai adesso?»
«Sto al panificio di zia, prof»
«Oh, bene!»
Non lo dico come esclamazione di circostanza né per intercalare, perché è troppo pungente il dispiacere che provo quando un ex alunno mi risponde che non sta facendo niente, visto che i nostri sono spesso nel novero di quel quarto di giovani italiani che non studiano né lavorano… Ergo, lavorare va bene sempre e comunque.
E le aggiungo, proprio perché ci credo:
«L’importante è non stare fermi. Brava»
«Tanto, professo’, io… quello potevo fare»
«Ma non è vero, Ceci’, e lo sai! Porca miseria, perché non continui? Lo sai meglio di me che la capoccia per studiare ce l’hai, ce n’hai tanta da darne gli avanzi a destra e a manca»
Lei ha lo sguardo un po’ sconsolato di chi sa che è la verità ma che diversamente non poteva andare: è il fatalismo che soccorre al rimpianto. Il nostro è uno scambio di battute breve, ricco e doloroso.
Non le ho fatto mica il predicozzo; a malapena li faccio in classe, figuriamoci ora che siamo tra pari. D’altronde, gliele ho dette tante volte queste cose, per esempio quando le corressi quel meraviglioso e terribile tema: era un tema in cui lei parlò di una polverina bianca che girava per casa, e dei disagi e del suo essere dovuta crescere in fretta, e molte altre cose e cosacce, eventi a cui era sopravvissuta, difficoltà miracolosamente superate. E meravigliosamente raccontate, come in ogni tema di quell’anno in cui era tornata a scuola tanto convintamente e seriamente (ecco perché ci stupimmo al vedere in Questura quel suo faldone tanto cospicuo).
Uscendo infine dalla pizzeria e congedandomi da lei, mi rendo conto di averle detto qualcosa di forse un po’ crudele, volendola scuotere dal suo accomodarsi in un lavoro dove soffoca certe sue capacità, ma non posso mentire consolatoriamente a una persona intelligente, perché non mi viene spontaneo, e anche, mi piace pensare, perché il giorno che avesse la possibilità di darsi ad altro, di cogliere un’occasione (è ancora giovane), deve ricordarselo che non è scritto nel destino che lei debba vendere pane. Se questo le piace, benissimo così, ma farlo custodendo una rassegnazione che è menzogna per prima a sé stessa, questo no, non voglio essere io fra quelli che si colludono.
Preferisco allora essere crudele, se ciò significa semplicemente ricordarle una cosa di sé che lei stessa, in fondo, sa benissimo.
È lo stesso di cui parlo anche con Ornella, che mi trovo davanti una sera che sto da mio fratello per vedere una partita e abbiamo ordinato delle pizze, e quando vado ad aprire c’è lei, che lavora nelle consegne ma che per fortuna non ha fretta, pertanto ci concediamo qualche minuto di piacevole chiacchiera.
Anche lei un cervello rubato, suo malgrado, allo studio: cosa sarebbe questo Paese se i milioni di persone senza diploma (per tradurla in termini pratici) potessero studiare davvero per quel che possono e vogliono?!
Per tutto ciò, reincontrare certi ex alunni ci tocca il cuore: ce ne sentiamo sempre almeno un poco responsabili: “responsabili” cioè letteralmente “abili a dare risposte”, ancorché senza fare sconti.
E noi certe risposte le sappiamo, e non possiamo mentire.
MICHELE CAPITANI
