A metà strada – Intervista a Silvio Moretti a cura di Angelo Simone Cannatà.
a cura di ANGELO SIMONE CANNATÀ ♦
Come è nato il libro?
Chi non desidererebbe almeno una volta poter parlare con un proprio caro scomparso? Il libro nasce proprio da questa domanda che in tanti si pongono e che anch’io più volte mi sono fatto e che ha dato l’avvio al romanzo. Un padre, Andrea, morto prematuramente “osserva” la vita del proprio figlio Giuliano e pensa di poterne condizionarne gli eventi, come aveva cercato di fare durante la vita.
È un romanzo autobiografico?
Diciamo che molti romanzi, pur non essendo autobiografici, contengono riferimenti relativi alla vita dell’autore o collegamenti all’autobiografia familiare.
E nel tuo caso?
Nel mio romanzo la scintilla che ha dato il via alla storia si ricollega ad un fatto veramente accaduto. Io ho perso mio padre, cui il libro è dedicato, quando lui era ancora giovane e io avevo appena compiuto trent’anni. Di me, di quello che avrei fatto in seguito, del mio lavoro, della mia famiglia lui non ha potuto vedere nulla. Mi sarebbe piaciuto poter parlare con lui, confrontarmi con lui e vederlo invecchiare.
C’è quindi qualche analogia con Giuliano, il protagonista del romanzo?
Anch’io, come accade all’inizio del romanzo a Giuliano, ho avuto realmente un incidente d’auto dal quale sono uscito quasi miracolosamente illeso. E in quella occasione ho pensato che, forse, mio padre mi avesse aiutato, come Giuliano pensa che sia accaduto a lui nel romanzo. Poi le vicende narrate nel romanzo hanno preso una svolta diversa dalla mia vita.
Però Giuliano e Andrea, finché quest’ultimo era stato in vita non avevano avuto un rapporto facile tra loro?
È vero. Tra loro c’erano state incomprensioni profonde, litigi fino a momenti di separazione. Ho voluto raccontare un rapporto conflittuale tra padre e figlio, come succede in molte famiglie. Il tema del rapporto padri e figli credo che sia quanto mai attuale e ho pensato che molti potessero identificarsi nei personaggi. In effetti Andrea e Giuliano sono, allo stesso tempo protagonisti e antagonisti l’uno nei confronti dell’altro.
Perché questo titolo “A metà strada”?
Perché quando i rapporti si interrompono, soprattutto se in maniera violenta (Andrea muore per un infarto) e il discorso rimane in sospeso, cioè a metà strada, subentrano il rimpianto e il rammarico per non essere riusciti a dirsi tutto. Forse per pudore o molto spesso per l’intransigenza dei diversi caratteri.
C’è un passaggio significativo in questo senso?
Sì. Giuliano in un passaggio del romanzo dice «Ho un rimpianto, quello di non esserci mai detti se ci volevamo bene. Forse per timidezza, per pudore reciproco» e gli era sembrato quasi di aver scorto un sorriso nella foto di suo padre al cimitero. Quasi un consenso da parte di Andrea.
Parliamo di Andrea. È una figura fondamentale?
Andrea è una figura complessa. È al tempo stesso un riferimento per Giuliano, come lo possono essere molti padri per i figli, ma è anche detestato. Andrea è un libertino e questo Giuliano non lo accetta. C’è insomma amore e odio nel loro rapporto e sono frequenti gli scontri tra di loro, anche accesi, fino a quando Andrea è vivo.
Però poi, da morto, sembra voglia ravvedersi?
Solo da defunto Andrea sembra pentirsi e dice in un punto del romanzo che i padri non vorrebbero mai smettere di occuparsi del destino dei propri figli. Lo fanno quando sono in vita e i figli spesso se ne lamentano di un interesse a volte smisurato ma egoistico. Ma riconosce che forse hanno ragione i figli: preferirebbero sbagliare da soli.
E con Giuliano che personaggio hai voluto delineare?
Giuliano è una persona inquieta, fragile, come potrebbe essere ognuno di noi, con le sue contraddizioni, le sue paure e le sue incertezze ma anche con forti valori e profonde convinzioni. Lui è consapevole del fatto che il padre, in vita, con la sua invadenza e il suo autoritarismo, l’abbia molte volte prevaricato.
Però cerca continuamente un rapporto con il padre defunto?
Nonostante i difficili rapporti tra i due, Giuliano non smette mai di stabilire un legame con lui, una volta che suo padre è morto. E spera che lui possa ascoltarlo. Un legame che appare impossibile così concepito tra realtà e aldilà.
Ecco proprio dell’aldilà, così presente nel tuo romanzo. Vorrei che tu ne parlassi.
È un tema che mi ha sempre affascinato. Cosa c’è dopo di noi? È una domanda che, probabilmente almeno una volta, tutti ci siamo fatti. Forse non appena abbiamo l’uso della ragione.
Ci sono precedenti illustri nella storia?
Il desiderio di volgere lo sguardo oltre il limite della vita ha pervaso nei secoli l’arte, basti pensare a Michelangelo nella raffigurazione del Giudizio Universale della Cappella Sistina. O ancor prima nella filosofia, con Platone, con il quale tutti i filosofi successivi saranno chiamati a confrontarsi. Secondo Platone l’uomo è sulla terra di passaggio e la vita terrena è una prova per tornare ad essere puro spirito: la vera vita è nell’aldilà, nell’invisibile. E poi, naturalmente Dante con il suo viaggio nella Divina Commedia.
Nel tuo romanzo però è un aldilà particolare?
È un aldilà, come lo immagino io. Probabilmente non è quello dei credenti. Non volevo dare al lettore immagini terrorizzanti rispetto a quello che accade dopo la morte. Per questo ho cercato di trattare questi temi come l’aldilà e la morte stessa, importanti nella loro tragicità, con serietà ma con leggerezza.
Anche il tema della morte è centrale nel romanzo?
Certo, ma come dicevo trattata non come una cosa di cui aver paura ma con delicatezza. Spero di esserci riuscito. Il poeta Rilke diceva che “la morte è l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta a noi”. E anche Giuliano si trova più volte a contatto con lei ma avrà la forza di non farsi sopraffare.
Giuliano è un personaggio che ha fede?
Giuliano non è un credente ma come molti di noi ha una sua religiosità interiore. Ho detto che è una persona inquieta e questo turbamento dell’animo lo porta, soprattutto nei momenti di smarrimento, a cercare una fede. È una spinta, se non a ricercare Dio, almeno a interrogarsi sul senso della vita.
L’altra figura importante è quella di Eugenia, la moglie di Giuliano. Che significato ha questa presenza nel romanzo?
Eugenia è un personaggio di grande significato nella storia che racconto. È una donna dolce e al tempo stesso decisa, volitiva. Per usare un’espressione non proprio letteraria, “tosta”. Sa quello che vuole.
Cosa rappresenta?
Eugenia rappresenta un “ponte” tra Giuliano e suo padre, un collegamento importante, un’àncora sicura per Giuliano e un approdo protetto, per rimanere nella metafora marinara. È un personaggio “eroico” per certi versi, dotato di grandi slanci ideali e tuttavia non priva della concretezza necessaria per affrontare le vicende umane. Giuliano lo sa e considera una fortuna averla incontrata e fortemente voluta.
Nel romanzo citi Achille Campanile, un autore che entrambi abbiamo conosciuto e amato. Puoi spiegarne i motivi?
Come hai ricordato molto bene, Campanile è un grande autore che amiamo e che forse ci ha anche ispirato. Sicuramente ci ha appassionato alla lettura e anche, indegnamente, alla scrittura. Anche lui ha trattato i temi della morte con levità.
C’è proprio un passaggio fondamentale del romanzo in cui ne parli.
Nel romanzo viene citata, dal libro “Cantilena all’angolo della strada”, una pagina di un racconto dello scrittore, amato sia da Andrea che da Giuliano, in cui si parla delle anime dei morti che vanno a trovare i propri cari dai vetri delle finestre. Oltre che essere attinente al tema trattato nel romanzo mi è sembrato un modo per rivolgere un doveroso ringraziamento a questo grande autore. E forse, almeno lo spero, la sua anima ci sta “osservando”.
Come si potrebbe definire questo romanzo?
Alcuni, che l’hanno già letto, lo hanno definito un romanzo esistenziale-fantastico. E può essere una definizione su cui concordo. E anche un romanzo di formazione perché segue le vicende della vita di Giuliano e per certi versi di formazione anche per Andrea che, da morto, riconsidera la sua vita.
Possiamo parlare di realismo magico?
Mi sembra un accostamento un po’ troppo generoso verso grandi autori che hanno caratterizzato questo tipo di letteratura.
Però raccontando le storie di Andrea, Giuliano ed Eugenia hai cercato di ridurre la distanza tra realtà e finzione?
Spero di esserci riuscito. Mi piaceva punteggiare una narrazione reale, che potrebbe apparire scontata o abitudinaria (vivere, lavorare, amare ecc.), con elementi magici, sovrannaturali che potessero rompere il contatto con la realtà, portando la storia ad avere un aspetto distintivo che la illuminasse, che potesse far commuovere e far dire che, comunque vadano le cose nella vita, valga la pena viverle.
ANGELO SIMONE CANNATÀ

Accolgo con interesse la recensione curata da Angelo Simone del libro “A metà strada”. Conosco il vostro legame con Achille Campanile e noto nel libro il riferimento a Platone e al realismo magico. Il momento del trapasso, visto a metà strada , ci fa riflettere sul nostro modello di vita terrena, che ci rimanda ad un poi, sempre pieno di incognite, a meno che noi non lo prepariamo.
Questo rapporto tra padre e figlio è illuminante per noi, per aprirci ad un modello esistenziale diverso con i nostri figli.
Leggerò il il romanzo. Paola
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Grazie Paola.
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