Dopo oltre 2000 anni il Nagorno Karabakh non è più armeno
di LETIZIA LEONARDI ♦
Dopo oltre 2000 anni il Nagorno Karabakh non è più armeno. Scippato con la forza dall’Azerbaijan e con la complicità di tutto l’Occidente che è rimasto a guardare e a permettere l’attuazione della politica espansionista della dittatura islamica di Aliyev, senza muovere un dito. Abbiamo agito subito in favore dell’Ucraina e contro la Russia per la paura che Putin potesse invadere tutta l’Europa ma ci siamo voltati dall’altra parte di fronte alla crudeltà di Azerbaijan e Turchia nel perpetrare crimini contro il pacifico popolo armeno. Ci hanno provato, gli armeni, a resistere. Dopo la sanguinosa guerra dei 44 giorni del 2020 in Nagorno Karabakh, con la disfatta della popolazione armena, che ha perso diverse regioni dell’autoproclamata Repubblica d’Artsakh, gli azeri hanno continuato a compiere azioni di rappresaglia, provocazioni e attacchi. Violazioni del cessate il fuoco, nonostante avessero firmato un accordo di pace il 9 novembre 2020. E l’Azerbaijan si è rafforzata economicamente, grazie al gas che compra l’Occidente. E la dittatura di Baku si è rafforzata militarmente, grazie alle armi che l’Occidente, Italia compresa, vende al Paese islamico. Approfittando dell’impegno della Russia sul fronte ucraino, il 12 dicembre l’Azerbaijan ha deciso che non serviva più di tanto sporcarsi le mani di sangue per avere quel che restava dell’Artsakh. Bastava bloccare il corridoio di Lachin, l’unica via di collegamento tra i territori armeni e la Repubblica d’Armenia e quindi con il resto del mondo. E lo ha chiuso. A 120 mila armeni non sono più arrivati, cibo, generi di prima necessità e farmaci. Centoventi mila armeni sono rimasti senza gas, al freddo nel gelido inverno caucasico e anche senza luce. Malati oncologici e disabili sono rimasti senza cure, donne incinte hanno subito aborti spontanei per malnutrizione. Ci sono stati decessi di persone che non sono riuscite ad arrivare nei nosocomi armeni. E sono rimasti isolati, bloccati, accerchiati, per nove lunghi mesi questi 120 mila armeni. Le loro grida d’aiuto non sono state ascoltate. Nessuno ha voluto aiutare quest’altra minoranza cristiana circondata e stremata dai musulmani. Questa minoranza che ha resistito perché non voleva lasciare la loro terra, la loro casa. Sono rimasti tutti lì, con la speranza che qualche coscienza potesse essere scossa dalla loro sofferenza e dal loro eroismo. Ma si sa che nel mondo ci sono figli e figliastri…Gente che si deve salvare e gente che deve soccombere sotto la legge del più forte, del più prepotente, del più ricco e del più armato. E l’Azerbaijan, dopo aver stremato la popolazione armena del Nagorno Karabakh, ha sferrato un nuovo attacco, il 19 settembre, e il premier armeno Nikol Pashinyan ha deciso per la resa dell’Artsakh perché chiaramente, senza alcun aiuto da parte dell’Occidente, rispondere agli attacchi di Baku avrebbe provocato solo un’altra carneficina. E così la prova di forza l’ha vinta il dittatore azero. Attualmente, in quello che era il territorio dell’Artsakh, sono in atto azioni di pulizia etnica, stupri, violenze e uccisioni contro interi nuclei familiari. Attivisti azeri per i diritti umani, provenienti dalla Francia, hanno riportato notizie agghiaccianti. Gli azeri, proprio in queste ore, stanno ripulendo le zone dal genocidio che hanno commesso, distruggendone le tracce, portando via i cadaveri dei civili uccisi per bruciarli. I corpi dei residenti uccisi in Artsakh verranno identificati come “dispersi”. Durante le recenti azioni militari, comunità di alcune zone nel distretto di Shushi sono state evacuate e sostanzialmente lasciate senza riparo. Secondo l’accordo raggiunto, chi ha parenti in Armenia e intende raggiungerli può farlo con l’accompagnamento delle forze di pace russe. Nel 2023 come nel 1915 gli armeni, che non hanno perso la vita, sono stati costretti a lasciare tutto ciò che avevano. Se le organizzazioni internazionali, che tanto hanno condannato per i crimini compiuti l’Azerbaijan ma che nulla hanno fatto per evitare nove mesi di assedio di 120 mila armeni dell’autoproclamata repubblica d’Artsakh, non intervengono rapidamente buona parte del Nagorno Karabakh si svuoterà in poche settimane. La dittatura di Baku non solo avrà tutto il territorio dell’Artsakh ma lo avrà anche senza armeni. Come è avvenuto nel 1915 nelle regioni armene dell’Impero Ottomano. In passato sono stati i Giovani Turchi, oggi è la dittatura azera. Le vittime sono sempre gli armeni, ignorati dal mondo intero e gli ignavi sono sempre i Paesi occidentali. E se pensiamo che l’Azerbaijan si accontenti di questa facile conquista purtroppo saremo presto delusi. Aliyev continua a chiedere armi, anche all’Italia. Per cosa se ha già ottenuto quello che voleva? Ora l’obiettivo sarà il territorio sovrano della Repubblica d’Armenia. Il presidente azero Aliyev continuerà a sfruttare la debolezza e la complicità della Russia e l’inerzia dell’Occidente per prendersi anche la zona di Syunik e creare così un corridoio che collegherà Baku alla Turchia. Dopo oltre 100 anni di distanza le anime belle dell’Europa e del mondo intero, che ogni anno il 27 gennaio ricordano la Giornata Internazionale della Memoria, hanno di nuovo sulla coscienza il dramma degli armeni. “Mai più genocidi” si ripete ipocritamente…Ma pagheremo per questa indifferenza…pagheremo tutto, pagheremo caro.
LETIZIA LEONARDI

Da sempre il popolo armeno è vittima principalmente dell’indifferenza del resto del mondo;questa ultima vicenda e questa resa senza praticamente combattere da la misura precisa di come tutto sia scivolato per la trascuratezza e l’indifferenza di tanti che hanno fatto finta di non vedere troppo occupati in altre faccende; si, voglio pensare che un giorno la pagheranno per questa indifferenza
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Anonimo no ma Rosamaria
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Fai bene, Letizia, a tener viva l’attenzione su questo popolo senza pace. Grazie per il contributo
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Ettore
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Grazie del contributo. Ho visitato l’Armenia qualche anno fa e ho constatato quanto sia diffusa e profonda la nostalgia di una patria ricomposta. E anche il fondato timore di combattere la battaglia in disperata solitudine.
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