“AGORÀ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – Storie brutte…storie belle

di STEFANO CERVARELLI

Indubbiamente si verificano  situazioni, avvengono episodi e ci sono atteggiamenti morali che, come minimo, creano contraddizione, se non proprio vera confusione a chi vuole comprendere in maniera “ trasparente” e senza ipocrisie il senso della moralità dello sport e nello sport.

Questo proprio per quei continui richiami che si fanno a proposito dell’attività agonistica, indicandola come guida di comportamento, ma sopratutto come riferimento per la vita quotidiana.

Chi di noi  non ha mai esaltato, celebrato quei valori che sono (o dovrebbero essere) insiti nello sport?

Recentemente, proprio in questa rubrica, è apparso quello che da più parti è considerato un vero e proprio manifesto  dello sportivo che dovrebbe essere, come dicevo, propedeutico per chi nei valori dello sport crede veramente.

Bene, recentemente, nell’interpretazione di quanto detto, alcuni episodi, alcune storie e di conseguenza alcuni personaggi sono entrati in rotta di collisione, oppure sarebbe forse meglio dire hanno offerto dell’idea sportiva immagini decisamente contrastanti che non possono non “ cozzare “ tra loro e quindi creare quella “confusione”, a cui accennavo prima, nell’identificare il vero campione.

Parto dalla brutta storia.

E quindi come non parlare di Djokovic? Una storia che al momento in cui scrivo non si é ancora risolta, anzi va ancor più ingarbugliandosi, viste le mezze ammissioni che il campione serbo comincia a  fare, ma che, comunque si risolverà, rappresenterà una bruttissima pagina nella storia dello sport. Anche se, veramente, quanto si sta scrivendo su questa pagina, con lo sport ha poco a che fare; ma tant’è, protagonista purtroppo è un campione.

Quanto è accaduto, e sta accadendo (sperando che quando uscirà questo scritto la vicenda si sarà conclusa nella maniera giusta), viene ampiamente raccontato, analizzato dai mass media di ogni tipo e latitudine certo, ed ecco il riferimento a quanto dicevo prima, lo sgomento, il disappunto, di chi verso lo sport ha sempre avuto atteggiamenti positivi.

In questa storia (brutta) dello sport, della salvaguardia dei suoi valori, non è “fregato” niente a nessuno e tanto meno al campione serbo, completamente indifferente all’impatto che provoca, specialmente sui giovani, il comportamento di un idolo sportivo. Quale messaggio ha lanciato Djokovic  se non quello che per raggiungere il proprio scopo, aumentare il già lunghissimo conto in banca, si può tranquillamente fregarsene delle regole, con il beneplacito, ovviamente, di chi queste regole sarebbe tenuto a fare osservare?

D’altra parte in avvenimenti come quelli del circuito del grande Slam di sport si può parlare solo quando i tennisti sono in campo e viene servita la prima palla; fino a quel momento (ma anche per tutta la durate della competizione) si tratta solo di un grande giro di affari, dell’affermazione della logica del profitto sul cui altare tanti, troppi, pensano di poter immolare ciò che vogliono, in questo caso la più completa violazione delle norme sanitarie adottate per contenere e contrastare l’avanzata e il dilagarsi del virus.

Non fa piacere vedere che uno sport così bello, praticato nel mondo da circa 80 milioni di persone, nella sua espressione professionistica è stato tramutato un grande business dove, chi lo manovra, crede di poter tranquillamente fare ciò che vuole.

In tutto il  mondo si sono fatti protocolli, sospesi campionati, spostati corse come il Tour, il Giro d’Italia e altre classiche, interrotte attività sportive di ogni tipo, ridotta l’affluenza di spettatori, l’ NBA, massima organizzazione professionistica mondiale, non ha avuto dubbi  nel sottomettersi alle regole sanitarie, anzi rendendole ancora più rigide, racchiudendo le squadre in una “ bolla” dalla quale nessuno poteva uscire e nessuno poteva entrare, creando un vero e proprio mondo “parallelo” autosufficiente,  ed invece che succede? Che per  disputare l’Australian Open, primo appuntamento del circuito del grande Slam, a un tennista si permette di partecipare nella più completa inadempienza delle regole sanitarie. Ma lui è Djokovic, il numero uno al mondo, e gli altri… come diceva Alberto Sordi?

Per fortuna ci sono anche le storie belle.

Voglio raccontarvene un paio. Inizio da quella che ha come protagonista un ciclista (professionista) perché ha in comune un elemento con la storia precedente: il denaro, ma qui però…..leggete.

Damiano Caruso, atleta di un certo livello, giunto secondo l’anno scorso al Giro d’Italia dietro Bernal,  riceve la proposta di trasferire la residenza a San Marino-ovviamente per pagare meno tasse-avvalendosi di una legge riservata agli atleti. Lui la trova vantaggiosa ci pensa, si decide e fa richiesta.

Arriva il giro d’Italia, lui ne esce protagonista, dopo una lunga carriera da gregario finalmente raccoglie i frutti del suo duro lavoro (pedalare è faticoso, credetemi).

Quando torna a casa, a Ragusa, trova ad attenderlo nello stadio della città duemila persone che gli riservano un’accoglienza trionfale, dopo Cibali,  un altro siciliano fa onore al ciclismo.

Arriva il momento di firmare la pratica per il passaggio di residenza, un atto che gli farà risparmiare diversi “soldini”  ma…….. continuo con le sue parole” Quando ho rivisto la pratica sulla scrivania pronta per la firma definitiva, ho ripensato ai miei tifosi, mi sono detto, che sarei stato incoerente con  il mio percorso di vita e con me stesso  firmandola: l’ho stracciata”.

Così facendo Damiano Caruso ha rinunciato  alla proposta di “ residenza atipica” offerta da San Marino a lui ed altri 15 corridori italiani.

Una proposta non da poco  se si considera che sui primi 100.000 euro di reddito prevede il 7% di tasse contro il quasi 40 % di quelle italiane.

Il Segretario di Stato dello sport di San Marino giustifica tale iniziativa come: ” Proposta nata per premiare i ciclisti che ci scelgono per allenarsi in un territorio sicuro e tranquillo e non solo per il vantaggio fiscale (avete un minuto di tempo per ridere).

La scelta di Caruso brilla ancor di più perché fatta da un un uomo che pratica la sua attività  in mezzo ad altri corridori che non hanno saputo resistere alla tentazione di eleggere domicilio nei vari paradisi fiscali .

Per gli atleti di cabotaggio minore e Caruso con tutto rispetto è tra questi, San Marino si può dire che sia perfetta; volta che si è stati invitati, è sufficiente esibire un preliminare di contratto per l’affitto di una casa.

“Non voglio giudicare le scelte dei mie colleghi perché credo che ognuno, purché legale, sia legittima. Io pago le tasse in Italia e sono felice di farlo, però ho un desiderio: vederle investite anche nella mia Sicilia dove la situazione di certi servizi pubblici è disastrosa”.

Non sarà il numero uno al mondo, per lui non ci saranno deroghe sanitarie, continuerà a fare il gregario, ma con lui sarei orgoglioso di farmi vedere in giro.

La seconda storia che sto per raccontarvi ha il sapore di una fiaba e la dedico a tutte le amiche del blog, perchè è una storia  tutta al femminile.

Due ragazze, Erin Jackson  e Brittany Bowe nascono, a distanza di qualche anno, nella stessa città, Ocala in Florida, le accomuna la stessa passione per il pattinaggio a rotelle. Nasce una bella amicizia, entrambe poi rivolgono la loro attenzione al pattinaggio sul ghiaccio dove ottengono brillanti risultati.

Erin, 29 anni nera, e Brittany, 33 anni bianca, hanno buone chance di partecipare alle prossime olimpiadi invernali di Pechino nella specialità in cui eccellono:  i 500 metri, gara di estrema velocità.

Erin, si può dire, che abbia la certezza di andare in Cina; è la numero uno al mondo, lo scorso novembre nella prima tappa del circuito di coppa  disputatasi in Polonia ha vinto quattro delle otto gare sui 500 metri, prima donna di colore a raggiungere questo risultato. Ma negli Stati Uniti per  andare alle olimpiadi non bastano titoli e vittorie, bisogna superare le qualificazioni, i cosiddetti Trialls;  se per Erine  problemi non ce ne sono, per Brittany il compito è più difficile perché si qualificano solo le prime due, la concorrenza è agguerrita  ed un posto come dicevo è già occupato , si tratta solo di una formalità.

Arriva il giorno delle qualifiche, ci si chiede chi sarà la seconda che si qualificherà per Pechino ma, come un ospite non desiderato, arriva l’imprevedibile.

Erin nel corso della sua gara improvvisamente in una curva scivola, quando si rialza è ormai lontana dai posti che danno diritto alla qualificazione, mentre  Brittany arriva prima; la più forte, la numero uno al mondo non andrà alle olimpiadi per via di una scivolata! Potrà essere richiamata solo se qualcuna degli aventi diritto rinuncia.

Figuratevi! Chi  è che rinuncia al risultato di quattro lunghi anni di lavoro, al sogno di una vita.

Ma ancora una volta l’imprevedibile, questa volta sotto altre vesti, entra in scena.

“Quando ho visto che non si è qualificata per via di una scivolata, il cuore mi si è spezzato, non potevo immaginare di andare ai giochi senza di lei ”sono le parole di Brittany Bowie,l’amica del cuore che continua: ”Sentivo che avrei dovuto fare qualcosa per la mia amica, la situazione andava oltre la mia persona, il mio essere atleta”.

Una precisazione Brittany ha già un posto nella squadra ma come partecipante alla gara dei 1.000 e 1.500, che non sono le sue specialità mentre nei 500 metri avrebbe molte possibilità di conquistare  una medaglia.

Ma  bisogna attendere la convocazione ufficiale, quando questa arriva il pensiero dell’assenza di Erin l’addolora ancor più.: ”Non posso vivere quel momento, al quale rivolgevamo i nostri pensieri, che riempiva i nostri discorsi, senza averla vicino. Oltretutto lei è più brava e sicuramente avrebbe vinto l’oro facendo onore al nostro Paese”.

Brittany ci pensa una notte, poi al mattino chiama l’amica e le comunica la decisione: ”Rinuncio alla prova dei 500 metri, andrai tu al posto mio”. Amici, amiche: sta rinunciando ad una quasi sicura medaglia olimpica  per amicizia, perché ha compreso il dolore dell’amica. Non è una fiaba, ne   un film, ma potrebbe benissimo essere una storia da raccontare ai nostri bambini (ma anche a tanti adulti).

Il Team Usa mette in rete il video nel quale l’atleta annuncia il suo passo indietro.

Brittany Bowe correrà i 1.000 e i 1.500 metri per amor di patria, senza grandi possibilità di successo, questo poteva arrivare nei 500 metri ed era questa la sua ultima possibilità;

ma lei, Brittany Bowie,  ha preferito arrivare prima sul traguardo dell’amicizia.

Djokovic , Caruso, Brittany Bowie, storie brutte….. storie belle.

La mia speranza è che le storie belle prevalgano  sempre sulle storie brutte.

Ne abbiamo tanto bisogno.

STEFANO CERVARELLI

P.S. La storia brutta si è conclusa bene. Proprio come nelle fiabe.