IL TEMPO DEI GIOVANI E LO SPORT

di SALVATORE   SICA ♦

     Perché i giovani dedicano del loro tempo alla pratica di attività sportive?

     La domanda può risultare retorica per cui la risposta, anche se frettolosa, può essere “perché ai giovani piace fare sport”. Infatti ai ragazzi piace in generale tutto quello che porta loro soddisfazione in termini di miglioramento e quindi di apprendimento.

     Lo sport offre loro una ghiotta occasione.  D’altra parte il bisogno di apprendimento ci accompagna per tutta la vita, e non sempre c’è una gerarchia sincronica fra i vari apprendimenti, però l’età dei ragazzi è un’età particolare dove la dipendenza dagli adulti è indispensabile per la costruzione di una propria autonomia.

        Le domande, allora, che dobbiamo porci sono le seguenti: lo sport rispetta i bisogni di crescita e quindi di sviluppo del ragazzo?  Lo sport è veramente utile al ragazzo?

     Partiamo col dire che il tempo dei giovani è scandito dal soddisfacimento di bisogni specifici appartenenti alle diverse età, cioè fanciullezza, preadolescenza e adolescenza.  E’ quindi doveroso soffermarsi su quanto è importante che lo sport, attraverso chi lo amministra, chi lo dirige, chi lo insegna e chi lo governa, sia rispettoso del tempo dei giovani. Il tempo è un bene prezioso, quindi un dovere dello sport è il permettere ai ragazzi di vivere appieno il tempo della loro gioventù.

     Un’età che non torna più “quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia” con tutte le sue variabili specifiche. 

     Non sempre, però, succede così, purtroppo capita che proprio attraverso la pratica dello sport molti ragazzi si vedano rubare il loro tempo, una ricchezza reale anche se impalpabile, un tempo che chiede solo di investire sull’imparare e l’imparare ad imparare, cioè sul vivere. Un ragazzo non educato, in relazione al tempo che vive, cresce come una bolla che non ha al suo interno una parte della sua vita, un tempo vuoto rubato alla sua evoluzione unica e irripetibile.

    La mia riflessione sul tempo dei ragazzi e lo sport si basa su un principio più generale riguardante il diritto umano, di tutti gli uomini e di tutte le donne, di essere padroni e sovrani del loro tempo.  Il tempo del crescere, il tempo dell’imparare, il tempo dello stare insieme, il tempo dell’innamoramento, il tempo dell’amore, il tempo dell’insegnare, il tempo del curare, il tempo del ricordare, il tempo delle decisioni, il tempo della spensieratezza, il tempo della gioventù, il tempo del ritrovare, il tempo dello sport, il mio e il nostro tempo ecc.

    Il tempo è unico e irripetibile, ma è anche generoso perché, se lo sappiamo usare, ci offre l’opportunità di trovare in esso vissuti, cose ed emozioni che ci hanno visto protagonisti. Essere protagonisti del nostro tempo, il tempo personale, è un diritto, ma anche un dovere che si riconosce nell’essere partecipanti, cioè essere parte e non tutto, di quanto ci riguarda, dai fatti intimi a quelli sociali.

     Uno sport che si appropria a suo vantaggio del tempo delle persone contemporaneamente li schiavizza e quindi le persone di sport quali i tecnici, i dirigenti, gli allenatori, gli improvvisati motivatori ecc. che ubbidiscono a tale cultura diventano di fatto “padroni” di altre persone. Quando la persona non è più parte attiva del proprio processo di cambiamento passa culturalmente da essere cittadino ad essere suddito. 

     Quindi i responsabili dello sport che rispettano il tempo dei ragazzi li educano alla cittadinanza e quindi all’uso della dipendenza come passaggio verso l’interdipendenza; quelli che non rispettano il tempo dei ragazzi, vuoi per interessi personali, per ignoranza, per interessi economici, per bisogni di potere ecc., educano i ragazzi alla sudditanza che poi psicologicamente porta alla perenne oscillazione fra la dipendenza e la controdipendenza. 

     Possiamo dire che lo sport è un’attività presente in tutte le ere evolutive ed appartenuta all’uomo sia nella sua vita soggettiva che nella sua vita sociale. A tal proposito ci viene utile il libro di Bruno Ballardini “Contro lo sport” che partendo dall’esaltazione dell’ozio analizza lo sport nelle interpretazioni culturali e antropologiche di tutti i periodi che lo hanno visto parte delle relazioni umane e quindi delle varie forme di socializzazione spesso a vantaggio solo di chi conduceva le regole del gioco.

     Lo sport è socializzazione in quanto nasce su accordi che stabiliscono lo statuto di ogni sport all’interno del quale vanno perfezionate le qualità psico-socio-motorie così come avviene nella vita. Lo sport fonda il suo regno sull’analogia e la simulazione in un mondo ludico dove ci allena alla vita. Ma non basta praticare lo sport per essere sicuri che lo sport sia utile e faccia bene, occorre che lo sport sia fatto bene e questa è una precisazione non di poco conto.

     In una ricerca fatta dalla F.I.P. ( Federazione Italiana Psicologi ) agli inizi degli anni ’90 emerse che la gestione dei ragazzi nel mondo del calcio era simile a quella di  “polli d’allevamento”.  La allora presidente della F.I.P., Vera Slepoy, intervenne in una nota trasmissione televisiva per spiegare cosa nascondersi dietro tale frase, ma la cultura prevalente del mondo dello sport dimostrò di non essere capace di fare tesoro di tale indicazione e negò tutto. 

     Ma un’analisi degli aspetti caratterizzanti lo sport come il confronto, il traguardo, il predominio, le regole, la parità, il contesto, la competizione, l’agonismo ecc. ci serve per rafforzare il valore educativo ed evolutivo dello sport e ci induce non solo a usarlo come metafora , ma anche a definirlo con una metafora: “lo sport è come .…..” e qui ognuno di noi si può allenare, secondo un rapporto di analogia, in un esercizio di creatività.     

     Lo sport è nella sua parte nascente gioco, cioè veicolo di un potere immenso di ristrutturazione personale e sociale di chi lo pratica. Il gioco spontaneo, infatti, è il pilota automatico della tranquillità esistenziale ed il pronto soccorso della felicità ferita dalle cose della vita. Nonostante tutto, le scienze umane hanno dovuto sempre fare i conti con il gioco.

     Infatti lo sport può essere considerato nell’adolescenza come un prolungamento del gioco infantile, un prolungamento che ha tuttavia delle caratteristiche più strutturate e complesse del gioco, compreso un agonismo che identifica lo sport stesso. 

     L’agonismo, infatti, è la risultante di forze interne alla persona che, in parte strutturate e in parte da strutturare , servono per difendere da qualcosa che riteniamo possa procurarci del male o esserci pericoloso.

     Partiamo con l’affermare che l’agonismo si basa sul nostro atteggiamento aggressivo che altro non è che un meccanismo di difesa appreso per non permettere a certe emozioni e conseguenti azioni di procurarci danni e frustrazioni.

      Per spiegare meglio le connessioni fra agonismo e aggressività dobbiamo muovere dall’analisi della psiche umana che ci rivela una spinta naturale allo conquista del suo stato sovrano, riconosciuto da noi e dagli altri, ritenuto idoneo, in un particolare momento, per raggiungere un oggetto d’amore rappresentativo di un benessere per noi adeguato.   

     Educare all’agonismo per raggiungere il suddetto benessere vuol dire insegnare ai giovani a saper usare ed utilizzare , all’interno di regole e contesti codificati, anche la propria parte aggressiva.   Un sano agonismo si basa su di una sana aggressività, cioè su aggressività concentrata sullo scopo da raggiungere e non sull’umiliazione dell’avversario o peggio sul gratuito danneggiamento fisico dell’avversario stesso.

     Quindi è fondamentale riconoscere questa nostra parte aggressiva che poi ritroviamo nella competizione come nell’agonismo come primo passaggio verso il riconoscimento e l’accettazione della nostra evoluzione personale orientata al confronto.

      È dovere degli allenatori, degli educatori, degli adulti in generale fare in modo che ogni ragazzo, ogni atleta, riesca a misurarsi con se stesso e con gli altri con un agonismo che riempia dentro e non lasci tracce di vuoto malinconico.  

      Lo sport smette di essere sport quando, rispetto ai bisogni di apprendimento delle varie fasce d’età, esce dai binari della credibilità, quando cioè sbanda o sul fianco del grottesco o sul fianco del rischio reale. 

      Lo sport è credibile quando risponde all’affermazione “mi riguarda”, cioè quando il ragazzo trova un’occasione, impegnandosi, per soddisfare le componenti interne che gli permettono di progettare il proprio benessere individuale e sociale, che passa anche da un apprendimento della cultura di gruppo e quindi del saper stare insieme. 

      Il riconoscimento del “sé”, che poi comporta anche un passaggio di consapevolezza del “non sé”, vede nell’età della gioventù una particolare fase di pluralità di apprendimenti.  Questi apprendimenti possono realizzarsi con la pratica di una solo attività come appunto lo sport, ma vale anche per la musica, lo studio, la pittura, la fotografia, il teatro, la scultura ecc.  Anche una sola attività, che però si sviluppa con la complicità della globalità complessa della persona nella sua interpretazione olistica, può essere utile.  

Non basta, però, che i ragazzi pratichino lo sport pere essere considerati al riparo da ogni sviluppo errato, bisogna che gli apprendimenti che avvengono tramite lo sport siano utili ai bisogni che strutturano la persona. 

Anche l’ultima selezione di un atto motorio/sportivo specialistico, che situazionalmente produce i suoi effetti positivi in una gara sportiva, deve riconoscersi in un abito culturale soggettivo che solo il suo attore può indossare.  Un abito che gli appartiene.

     Troppo spesso gli adolescenti, indossando abiti di altri, sono vittime inconsapevoli di genitori che finiscono con l’identificare nei figli la possibilità di rivincita delle proprie aspirazioni frustrate, la propria inconfessata speranza di aver allevato un futuro divo dello sport.

     Gli adulti che gravitano intorno ai ragazzi devono sollecitarli, invece, a raggiungere mete compatibili con le loro possibilità, a mettersi alla prova ma senza investire tutto nel risultato immediato.

     Ai ragazzi deve essere insegnato il linguaggio della sconfitta e dell’autoironia, ma anche il linguaggio della vittoria per rendere meno fragile e aleatoria la valutazione e la stima di sé.  Altro aspetto interessante, ma spesso sottovalutato nel mondo dello sport, è il parallelismo di soddisfazioni cognitive che il ragazzo trova a scuola e nello sport.

     Fra la scuola e lo sport sarebbe utile una complicità culturale che permetta di trasferire allo sport quanto di sviluppo cognitivo il ragazzo porta in dote dal tempo trascorso a scuola.  Infatti il fanciullo pensa concretamente e affronta i problemi uno per volta, man mano che si presentano, non avendo ancora la necessità di collegare le proprie soluzioni a tesi o a principi generali.  

      L’adolescente, invece, sente il bisogno di uno schema di riferimento per interpretare il suo comportamento nei confronti degli altri, ama elaborare teorie generali e s’interessa a discipline che richiedono l’uso delle facoltà astrattive.

      Il passaggio dalla fase mentale delle operazioni concrete della fanciullezza alla fase mentale delle operazioni formali dell’adolescente non è brusco e improvviso, avviene gradualmente, se metodologicamente e didatticamente seguito. 

      Quindi, con la fine della preadolescenza il ragazzo è capace di sviluppare riflessioni astratte con conseguenti veri e propri ragionamenti di tipo ipotetico elaborando riflessioni e analisi astratte. Comincia ad essere in grado di compiere operazioni mentali senza partire da situazioni concrete, ma avvalendosi delle semplici descrizioni verbali rappresentative della matrice costitutiva di quello che comunemente chiamiamo “mondo delle opinioni e delle soggettive valutazioni”.

      L’adolescente non vede più soddisfatto il proprio bisogno di crescita attraverso l’apprendimento solo di tipo riproduttivo delle tecniche sportive, ma esige di confrontarsi con tipi di apprendimenti che stimolino analisi e sintesi, intuizioni e invenzioni. 

Massimo Baldacci, nel suo libro “L’educazione motorio-sportiva”, fa riferimento ad una metodologia didattica che vede un’ integrazione culturale fra le varie agenzie di formazione che gravitano intorno ai ragazzi. 

      La cultura dello sport, che passa attraverso i suoi educatori e allenatori, non può più fare a meno di essere attrezzata di conoscenze adeguate che soddisfino le necessità degli apprendimenti delle fasce d’età anche da questo punto di vista. Però, sebbene lo sport possa essere utilizzato come avvicinamento alla vita, può anche diventare soggetto determinante di allontanamento dalla vita stessa in particolare con una convivenza impropria con mezzi innaturali e artificialmente creati in laboratorio come il doping.

     Quando il ragazzo-atleta perde il controllo della gestione del sé l’eventuale assunzione di sostanze dopanti può prendere il sopravvento con la drammaticità che i danni irreversibili possono creare. Purtroppo c’è una piaga da non trascurare che spesso vede coinvolti coloro che gravitano intorno agli atleti che fanno uso di sostanze dopanti; mi riferisco a quei genitori, a quei dirigenti, a quei medici, a quei massaggiatori e a tutti quei personaggi che non possono non sapere.

     La cultura del doping è una cultura basata sull’omertà, nessuno parla. 

     Una conferma ce la dà il compianto Carlo Petrini nel suo libro, mai smentito pubblicamente, “Nel fango del dio pallone” dove ci spiega come già ai suoi tempi (anni ‘60) alcuni atleti si sottoponessero all’uso di medicinali o di altra roba per migliorare le loro prestazioni fisiche senza che se ne sapesse nulla fuori dagli spogliatoi.

     Quando i ragazzi-atleti vengono incalzati da adulti che usano lo sport per fini propri o per il miglioramento del loro status sociale e del loro livello economico, non riescono a vivere più il loro tempo di crescita.

     Lo sport, se non bene organizzato, rischia di perdere quel qualcosa di magico che lo fa distinguere dalle altre attività umane ed un ragazzo ancora non consapevole del suo spazio sovrano individuale e sociale, può perdere nel praticare uno sport  organizzato impropriamente dagli adulti, la coscienza dei propri limiti. 

     Lo sport da positivo e arricchente diventa per lui un nemico invisibile negativo e povero.  Tutto intorno al ragazzo particolarmente dotato per lo sport, ma che non ha imparato a vivere consapevolmente con il proprio sé i propri limiti, diventa impalpabile, gigantesco ed eterno. Le sue reazioni agli eventi esterni che ricadono su di lui contribuiscono a fargli vivere entusiasmi forti ma non profondi.

     Il valore prevalente diventa l’immediato così che il presente si mescola con il futuro dando luogo ad una concezione atemporale delle proprie emozioni, sfociando in una forma incontrollabile di onnipotenza narcisistica.  

      Al ragazzo dotato atleticamente, al quale viene fatto vedere solo il suo risultato sportivo, non viene permesso di maturare i contenuti della globalità delle sue potenzialità e capacità. 

      I ragazzi che praticano sport ad alto livello spesso realizzano bisogni senza la consapevolezza dello sforzo di una maturazione necessaria per realizzarli.  Questa fase rischia di passare indolore senza così mai realmente realizzarsi.

     L’entusiasmo prodotto da un successo veloce e non maturato in una fisiologica crescita autonoma oscura il consolidamento di una evoluzione secondo le regole di un sano sviluppo che vede e deve vedere passaggi di crisi utili. 

      Quando il successo sportivo è troppo veloce, è come se l’orologio dello sviluppo in parte si fermasse lasciando un buco con cui l’atleta dovrà fare i conti a termine carriera ripartendo, quando va bene,  da dove era rimasto.  Quando i giovani vengono inglobati in strutture di qualunque organizzazione, in cui il dovere non trova mediazione con la loro consapevolezza e crescita, subiscono di fatto un blocco.     

     Concludendo possiamo dire che l’evoluzione olistica dei ragazzi viene senz’altro aiutata dallo sport nella misura in cui quest’ultimo sia in stretta relazione con lo sviluppo degli stadi dei ragazzi stessi e quindi con il rispetto dei loro tempi.  Oggi abbiamo sempre più bisogno di uno sport che non sia solo buono ma anchebello.

      Solo lo sport bello permetterà, nel vedere rispettati tutti gli elementi umani in gioco, uno stato di benessere presente e futuro.

SALVATORE   SICA

 

demarca paragrafoBIBLIOGRAFIA
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Salvatore Sica, psicologo e psicoterapeuta, è esperto di psicologia applicata allo sport. Ha insegnato Sociologia e Psicologia delle Attività Sportive presso la Laurea Magistrale di Management dello Sport della Facoltà di Chirurgia e Medicina dell’Università degli Studi di Firenze.