VIAGGI DI ME – ( parte 2) Москве (Часть вторая). Кузова священных, светских органов и капусты

 

di NICOLA PORRO 

Corpi sacri, corpi profani e cavoli a merenda

Merita una visita fuori città Sergiev Posad, una cittadina a nord-est di  Mosca dalla quale dista 70 km di autostrada. È una meta obbligata per visitare il grandioso monastero della Trinità di San Sergio, patrimonio Unesco.  Vi arriviamo in una splendida mattina di sole. I colori tenui della campagna fanno da sfondo al luogo di culto, oggetto di un pellegrinaggio ininterrotto. I devoti sembrano provenire da aree rurali. Donne con il capo coperto da veli austeri, uomini anziani rimpannucciati nei vestiti della festa. Siamo tutti storditi dall’intenso profumo d’incenso e insieme colpiti dalle scene che si susseguono man mano che i fedeli raggiungono, dopo una coda estenuante, il sepolcro del santo. C’è chi abbraccia la pietra, chi quasi vi si distende sopra, chi piange, chi recita giaculatorie e chi implora quasi in stato di trance. Sentore di Russia d’antan, forme ingenue e toccanti di ritorno del sacro. Vengono alla mente gli studi condotti a metà Novecento da Ernesto de Martino sulla relazione fra pratiche devozionali e pensiero magico nel nostro Mezzogiorno. Il monastero è ampio e severo, immerso in una campagna ridente. Sulla strada del ritorno un ingorgo autostradale degno della Milano-Laghi la sera di Pasquetta ci riporta bruscamente ai nostri tempi.

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È arrivato il giorno di concentrarci sulle attrattive del centro di Mosca. Visitiamo subito la cattedrale di Cristo Salvatore, riedificata e impreziosita negli anni Novanta dopo un lungo abbandono. Il sontuoso edificio rivaleggia per grandiosità con le maggiori cattedrali di culto cattolico. Offre anche esempi di arte contemporanea felicemente contaminati con lo stile classico dell’interno. Alle pareti grandi mosaici a tinte bizantine, scenografici ma un po’ freddini. Raccontano le persecuzioni sofferte dai fedeli nel tempo dell’ateismo di Stato. I fedeli sono pochi e non si respira certo quell’atmosfera di devozione intensa e un po’ spiritata che avevamo conosciuto il giorno prima al monastero di S. Sergio. La cattedrale costituisce tuttavia uno dei principali luoghi simbolici della nuova Russia. Vi si celebra la ritrovata libertà religiosa, sebbene il materialismo consumistico e la secolarizzazione rappresentino per la Chiesa nazionale una minaccia più insidiosa della propaganda ateistica e delle persecuzioni staliniane. Soprattutto, in questa edificio solenne vicinissimo alla tomba di Lenin e alle guglie del Cremlino, si rende simbolicamente omaggio alla ritrovata influenza delle gerarchie ortodosse. Non casualmente il sagrato della grande chiesa sarà scelto nel 2012 come teatro della dissacrante protesta delle Pussy Riot contro l’oscurantismo clericale e la repressione putiniana. Le femministe punk saranno arrestate e condannate per ”atti di teppismo e istigazione all’odio religioso”. La città, secolarizzata e disincantata come le metropoli occidentali, ha però imparato presto a metabolizzare integralismo mistico, pulsioni autoritarie e persino forme stravaganti di dissenso. Probabilmente la pancia della Russia profonda racconta un’altra storia.

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Nonostante le dimensioni della megalopoli, il centro di Mosca è relativamente ristretto, compreso com’è fra la Piazza Rossa, con l’imponente Mausoleo di Lenin e le mura del Cremlino, e la variopinta basilica di S. Basilio. Scopriamo che la biografia di quest’ultimo è quella di un personaggio pittoresco, una specie di santo alternativo dal profilo quasi hippy, cui si addicono i colori sgargianti delle cupole della basilica a lui dedicata. Lo scenario che offre la Piazza rossa è di impressionate grandiosità, le file per accedere al mausoleo del fondatore dei soviet, sebbene molto ridimensionate rispetto al passato, sono sempre lunghissime. Visitiamo coscienziosamente i grandi edifici del potere – fra cui un’ala del Cremlino –  aperti al pubblico. Diamo un’occhiata distratta alle sfarzose esibizioni di arredi e preziosità del tempo zarista e ci dirigiamo nella zona non distante dove sorgono i grandi musei d’arte. Vaghiamo sinceramente ammirati fra le meraviglie offerte da questo concentrato spaziale di arte e cultura. All’interno non si possono scattare foto, ma le esposizioni sono perfettamente allestite e ricche di spiegazioni, sebbene non sempre in lingue per noi accessibili. All’uscita ci concediamo una curiosità un po’ frivola: l’esposizione dello sconfinato repertorio di uova preziose partorite dalla fantasia degli orafi della scuola di Fabergé ancora in epoca zarista. Esibizione curiosa, affascina gli appassionati ma si rivela un po’ stucchevole per gli altri visitatori

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Esausti ma non domi completiamo da diligenti turisti l’itinerario programmato. Osserviamo dall’esterno il mitico Teatro Bolshoi in ristrutturazione, transitiamo davanti all’Opera e non resistiamo alla tentazione di una sosta al caffè dell’Hotel Metropol. Qui furono ambientati tanti racconti di spionaggio ai tempi della Guerra fredda e il fastoso salone, con i suoi anfratti riservati, fece sicuramente da scenario a molte intricate vicende diplomatiche del tempo. A noi questo omaggio russo all’Art Nouveau pare un edificio un po’ decadente e mestamente sontuoso. Sarà ceduto pochi anni dopo a una grande catena alberghiera internazionale.

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Il cuore della città si raggiunge preferibilmente con la linea principale della metropolitana, la più antica delle dodici in attività.  Efficientissima, puntuale, ariosa, trasporta ogni giorno non meno di sette milioni di passeggeri. È nota ovunque per essere un capolavoro di eleganza e grandiosità architettonica. Avete presente la fermata Furio Camillo della linea A a Roma? Beh, tutta un’altra cosa. [Dai, amici romani, non ci avviliamo: anche da noi arriveranno grandiosi restyling urbani e la funivia Casalotti-Battistini, tanto a cuore alla sindaca, rivaleggerà presto con la metro di Mosca!].

È curioso come l’arrivo dei treni sia segnalato alternativamente da voci di timbro diverso. La guida ce ne spiega la ragione. La voce maschile indica la direzione verso il centro, quella femminile i treni che dal centro vanno verso la periferia. Ci sbizzarriamo a immaginare cosa succeda nella stazione di mezzo.

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Rientrando in hotel attraverso il ponte sulla Moscova ci scambiamo impressioni e commenti. Siamo tutti colpiti dalla potenza e dall’invadenza dei simboli nella vita quotidiana di questo Paese. Si avverte la presenza di un immaginario invadente, anzi di più immaginari che evocano la storia e rielaborano la memoria della città e della nazione. L’immaginario religioso sembra resuscitato con tutta la potenza iconografica del cristianesimo orientale anche se la pratica devozionale sembra confinata in ambienti socialmente periferici. Non ci vuole molta fantasia, del resto, per cogliere le analogie fra lo sfarzo liturgico della Russia ortodossa e l’iconografia rivoluzionaria del regime (non solo in età staliniana). La democratura postsovietica fa ricorso, in forma più dimessa e con minore enfasi ideologica, allo stesso corredo simbolico. Resistono le liturgie dei luoghi deputati, come il Mausoleo di Lenin.

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Eppure, alla fine della prima decade del Duemila, c’è almeno un’altra figura che si è insinuata nell’immaginario russo mescolando orgoglio nazionale, glamour pubblicitario e sex appeal. A realizzare la silloge è un inedito corpo della Nazione, che incombe nella pubblicità televisiva, nelle foto di copertina delle riviste, dai megaposter che campeggiano a ogni angolo di strada. È il corpo atletico e seducente ,di una giovane donna: la tennista siberiana Marija Sharapova. All’epoca del nostro viaggio la ventiduenne campionessa, all’apice del successo, risiedeva già da anni negli Usa senza che ciò avesse evidentemente alterato il suo rapporto con la madre patria. Era la atleta in assoluto più pagata a scala internazionale e già dal 2005 la WTA l’aveva classificata come migliore tennista al mondo. Nell’arco di pochi anni avrebbe vinto tutti i tornei del grande Slam, malgrado i non rari infortuni, prevedibile conseguenza di un’attività senza soste. Col senno di poi, sappiamo inoltre che la popolarità della campionessa sopravvivrà a qualsiasi prova, compresa l’imbarazzante coinvolgimento nel 2016 in un brutto caso di doping. Con quindici milioni e mezzo di adoratori su Facebook, rimane fra le figure dominanti dell’immaginario social a raggio planetario.

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Nella Russia contemporanea quello della Sharapova sembra un corpo totemico che non si accontenta della venerazione. Quel corpo, nella narrazione commerciale e pubblicitaria, deve divenire interamente consumabile e gratificare virtualmente tutti i sensi. La Sharapova soddisfa la vista: può essere consumata con gli occhi, indugiando sui 188 centimetri della sue forme sontuose e su quella bellezza un po’ algida che i maestri del look e della posa riescono a trasformare in un’icona sexy. L’olfatto è sollecitato dalla linea di profumi e prodotti cosmetici a lei dedicati. Il tatto dalle sensazioni offerte dal contatto con lingerie e abbigliamento tecnico che portano il suo nome. Nessun problema per il gusto. In ogni edicola di Mosca potete acquistare degli adesivi al sapore di fragola da cui ammicca una Sharapova confidenziale che vi invita a leccarla prima di sigillare lettere o biglietti di auguri. E per l’udito? Ma volete che non si inventassero una suoneria per la telefonia mobile capace di riprodurre, non senza qualche allusione erotica, i proverbiali ‘grugniti’ con cui Marija accompagna i suoi micidiali servizi vincenti? Il corpo interamente consumabile della campionessa sembra suscitare un’antropofagia del desiderio che rinvia a un bisogno fusionale di bellezza, di successo, di vittoria. Surroga funzioni dell’immaginario collettivo che Putin, venti centimetri più in basso, non può certo soddisfare.

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Ci dedichiamo di nuovo ad artistici vagabondaggi. Visitiamo prima il Museo Puskin, che espone opere della grande arte europea con una spiccata predilezione per la scultura. Il grande ritratto di Puskin che campeggia all’ingresso suscita curiosità nei visitatori meno documentati. In effetti, i tratti somatici del poeta ne rivelano la discendenza da un nonno di colore, che nel Settecento aveva raggiunto un grado elevato nelle gerarchie militari dell’Impero. Molto suggestiva è anche la Galleria Tret’jakov che si affaccia sull’elegante via Tretyakovsky. Ne percorriamo un tratto prima di imbarcarci sulla navetta che ci condurrà al delizioso parco di Tsaritsino. Qui sorge un’antica residenza degli zar, immersa in un polmone verde affacciato sul fiume. Il complesso, che comprende residenze storiche perfettamente restaurate e ambienti da parco all’inglese digradanti verso la Moscova, è stato restituito alla cittadinanza alla fine dei Novanta. Ci si imbatte in pittori della domenica, famigliole in cerca di svago, coppie di innamorati un po’ infastiditi dalle declamazioni delle guide turistiche.

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Fra le mete imperdibili di Mosca figura ovviamente l’Arbat, il luogo tradizionale dello struscio moscovita, un chilometro di isola pedonale che dalla Arbatskaya conduce alla Smolenskaya ploscohna. Vi si affacciano boutique, locali alla moda idonei alla movida – per quanto possibile a queste latitudini -, negozi di artigianato non dozzinale (anche i prezzi però sono degni di Via Condotti). Non mancano giocolieri, artisti di strada e i soliti poveri diavoli dipinti da statue viventi e condannati all’immobilità sotto un sole impietoso. L’isola pedonale è popolata di sculture dedicate a personaggi della cultura e del pensiero che in altri tempi hanno frequentato i caffé, le librerie, i luoghi di ritrovo dell’Arbat, lasciandone testimonianza nelle loro opere.

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Fra una cosa e l’altra si è fatto tardi e abbiamo saltato il pranzo. Ci accampiamo in un  bar all’aperto, ma per le inflessibili regole locali non è più consentito avere fame. In effetti sono quasi le cinque del pomeriggio: l’ora della merenda di quando eravamo bambini. Ripieghiamo su una specie di spritz accompagnato da ciotole di cavoletti in agro. Questo cibarci di cavoli a merenda, tuttavia, stuzzica riflessioni non banali. Perché il pensiero occidentale non contempla i cavoli a merenda, quasi sfidassero il principio aristotelico di non contraddizione? Forse una qualche nemesi ci ha condotti sin qui, per dimostrarci che si possono mangiare cavoli a merenda? Ah, saperlo, saperlo…

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È il giorno del ritorno, che ci vedrà involontari protagonisti di un epilogo curioso. Arriviamo in aeroporto con largo anticipo, ci liberiamo rapidamente dei bagagli da imbarcare e ci avviamo al nostro gate. Al controllo passaporti c’è una lunga fila, distribuita per quattro colonne che procedono con lentezza. Nostalgia di Schengen e dell’Europa senza frontiere. Finalmente arriviamo a una decina di metri da una matrona in divisa impegnata a stampare con violenza sui passaporti un ingombrante timbro di uscita. All’improvviso, però, una comunicazione in russo, dai toni perentori, provoca un’ondata di nervosismo fra i passeggeri in grado di comprenderla. Riusciamo a intuire cosa sta accadendo quando veniamo travolti da una folla di viaggiatori accaldati. Sono appena sbarcati da un volo interno in ritardo e provano ad acciuffare una coincidenza in partenza. Ruminando silenziosi improperi il popolo della fila cede la precedenza. Il guaio è che i ritardatari si affollano tutti sulla stessa fila, la prima che incontrano, dove bivacchiamo anche noi. Così, mentre le altre tre colonne bene o male procedono, i malcapitati imbottigliati nella prima fila rimangono inesorabilmente bloccati. Intorno a noi tutti si lamentano emettendo a occhi bassi ringhiosi bisbigli, senza trovare consolazione nelle forme della Sharapova che incombono si di noi dall’ennesimo poster.

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Una poliziotta di ragguardevole stazza osserva la scena senza intervenire. Sguardi inferociti, ma nessuno fiata. Finché la nostra pazienza è colma e a levarsi sono  italiche voci di protesta (più coraggiose e determinate, a onor del vero, quelle femminili). L’energumena in divisa all’improvviso si scuote dal torpore e, fendendo la folla, punta diretta verso di noi. Mentre ci prepariamo al peggio (la Lubjanka? il gulag?) il viso della poliziotta improvvisamente si illumina d’immenso. Ci sorride, borbotta qualche scusa in un inglese approssimativo, transenna la nostra fila e comanda di dirottare gli ultimi arrivati solo verso le altre. Pochi minuti e sfiliamo davanti alla martellatrice porgendole con sguardo di sfida il visto d’ingresso. Se abbiamo fatto così presto è perché molti di quelli davanti a noi ci hanno lasciato il passo, lanciandoci sguardi di gratitudine e complicità. Un signore compassato strizza l’occhio al più anziano di noi, forse scambiandolo per una specie di capo delegazione. Siamo sorpresi e divertiti da tanta improvvisa popolarità, però man mano il senso dell’episodio si chiarisce. In questo Paese, e soprattutto per le generazioni più anziane, alzare la voce per rivendicare un diritto violato non è affatto usuale e banale. La divisa e i simboli del potere incutono ancora una forma di timore reverenziale, al punto che la nostra innocua rimostranza deve essere parsa una coraggiosa e liberatoria ribellione al principio di autorità. Chissà se otto anni dopo è ancora così. Materia prima comunque ghiottissima per una comitiva di sociologi. Galvanizzati diamo vita in sala imbarchi a un seminario autogestito su “Rappresentazione dei diritti e interiorizzazione del potere in società di democrazia incompiuta”. Discussione appassionante, che ci risparmia la liturgia compulsiva del duty free. Finalmente ci imbarchiamo. L’ultima cena sarà a bordo. Ci attendono deliziosi tramezzini spalmati di una pasta verdognola al sapore di voltaren. E gli immancabili cetriolini.

 

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