VIAGGI DI ME – Через несколько дней вокруг Москвы, чтобы увидеть, как он делает

di NICOLA R. PORRO

 

Через несколько дней вокруг Москвы, чтобы увидеть, как он делает

Qualche giorno a Mosca, per vedere l’effetto che fa

Non ero mai stato in Russia al tempo del comunismo, quando costituiva la repubblica leader dell’Unione sovietica. Gli unici racconti di prima mano risalivano a molti anni prima del viaggio di cui parlerò. Erano quelli di amici della mia città, vecchi compagni fedeli alla linea che non rinunciavano alla trasferta annuale nella patria del socialismo. Già che c’erano, riempivano le valigie di rossetti, collant, reggiseni e maliziose mutandine. Capienti bagagli che al ritorno avrebbero stipato di barattoli di caviale e persino di qualche sacra icona di misteriosa provenienza. Altri tempi.

Arrivo per la prima volta a Mosca nel giugno 2009 insieme a un gruppetto di colleghi reduci da un congresso di sociologia un po’ speciale. Il primo tenuto a Erevan, in Armenia, una sperduta ex repubblica  dell’Impero sovietico, incastrate fra le montagne e sospesa fra Asia ed Europa.

Arriviamo da Erevan con un volo notturno. Alle prime luci dell’alba lasciamo lo scalo semideserto del grande aeroporto Domodedovo, uno dei cinque (oggi sono sei) che servono Mosca. Personale dai modi spicci. Lavori in corso come ne troveremo un po’ dovunque. Un confortevole van ci attende per accompagnarci all’hotel in centro. Il trasferimento dura quasi due ore. La prima impressione è quella di una città sconfinata: le stime demografiche non sono univoche ma si calcolano fra i 9 e i 12 milioni di residenti nell’area metropolitana. L’equivalente di una nazione come l’Austria o il Portogallo. Percorriamo viali spaziosi, geometricamente perfetti, che sembrano non avere fine. Costeggiamo il Gorkij Park, uno dei parchi di divertimento più estesi d’Europa, dove la fantasia di Martin Criz Smith ambientò l’epilogo del suo thriller. Intorno quel che rimane della vecchia edilizia staliniana insieme a qualche  palazzone di costruzione più recente, circondato da spazi verdi disadorni. Il paesaggio ricorda le periferie meno fortunate delle città nord-europee.

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Foto di Maria Foglino

Lungo i marciapiedi sono disposte file ordinate di persone dall’aspetto dimesso. Molti hanno tratti inconfondibilmente asiatici. Sono immigrati tagiki, uzbeki, turkmeni, azeri, ceceni: quasi tutti provenienti dalle ex repubbliche orientali a prevalenza musulmana. Aspettano pazienti che qualche camion fracassone si accosti e li imbarchi per lavori a giornata pagati con una manciata di rubli. Caporalato postsocialista, simile a quello che affligge le aree più disperate del nostro Mezzogiorno.

All’arrivo constatiamo con piacere che il nostro hotel sorge a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla Piazza Rossa. La si può raggiungere attraversando il più spettacolare dei ponti sul fiume Moscova. A condizione, però, che si sopravviva alla selezione darwiniana imposta dal regime dei semafori e degli attraversamenti che impongono ai malcapitati pedoni interminabili attese intervallate da scatti brucianti. Riusciamo a trasportare in salvo una collega paralizzata dal panico e ci lanciamo alla scoperta della metropoli. Ci fa da guida Svetlana, una professoressa di liceo che arrotonda il magrissimo stipendio accompagnando i turisti italiani. Appartiene a una generazione e a un ambiente culturale che hanno conosciuto il comunismo e ne hanno elaborato la caduta senza nutrire nostalgie e senza rimuovere le tante ombre e qualche luce di quella storia. E senza abbracciare acriticamente il nuovo corso putiniano. Oltre a soddisfare le nostre curiosità di turisti, Svetlana ci aiuterà a capire qualcosa di più di questa città un po’ misteriosa, che al primo approccio appare insieme attraente e scostante.

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Alla data del nostro viaggio, la Russia postsocialista rappresenta già l’esempio di quella forma politica che lo scrittore Eduardo Galeano qualche decennio prima aveva battezzato democratura. Una repubblica presidenziale al cui vertice è Dmitrij Anatol’evič Medvedev, presidente a scadenza in attesa che Vladimir Putin, il vero uomo forte del regime, sia di nuovo in condizione di candidarsi a Capo dello Stato. Impossibilitato a farlo per aver già ricoperto due mandati consecutivi, ha lasciato pro tempore nel 2008 la poltrona al suo delfino avocando a sé la presidenza del Consiglio. Malgrado la democratizzazione, i russi sembrano un po’ restii a esternare le loro opinioni politiche. Colloquiando con Svetlana e sforzandoci di aguzzare l’ingegno abbiamo però conferma di quanto immaginavamo. Putin piace alla Russia profonda, che lo percepisce come l’uomo di un ritrovato orgoglio collettivo dopo un ventennio di decomposizione del vecchio regime, vissuto dai settori sociali meno dinamici e più timorosi della globalizzazione come un prolungato rito di degradazione. La democratura costituisce una risposta rassicurante. Trasmette l’idea di una vigilanza sociale contro il rischio del disordine, capace di alleviare la paura di essere sommersi dall’oceano della trasformazione. Gli storici ci ricordano, del resto, che siamo in un Paese transitato dal Medioevo alla rivoluzione comunista senza aver conosciuto l’Illuminismo, la divisione dei poteri, la separazione fra Stato e Chiesa e la laica cultura dei diritti. Questa via di mezzo fra democrazia parlamentare e regime personale autoritario – che sarà sperimentata con diverse modalità in altri grandi Paesi come la Turchia di Erdogan e l’India di Modi e che forse costituisce il sogno inconfessabile di Donald Trump – garantisce a buona parte dei russi una parvenza di benessere in un’economia semidirigista, la pacificazione fra lo Stato e l’influente Chiesa ortodossa e un’immagine internazionale che alimenta l’illusione di un ritorno all’antico prestigio.

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Foto da archivio ANSA

Il dissenso si annida nei ceti medi urbani, fra i giovani istruiti, negli ambienti più aperti al mondo. Non può stupire, in questo quadro, come le rare e sporadiche manifestazioni di protesta assumano quasi sempre la forma della provocazione – contro la censura, la cultura patriarcale, il sessismo, l’autoritarismo – messa in atto a uso e consumo dei media. Non di rado ne sono protagonisti figure politicamente eccentriche, come certi geniali smanettoni o imprenditori poco graditi alla nomenklatura. Più ostentata e teatrale è l’azione di gruppi alternativi, come le Pussy Riot, un collettivo di femministe punk che nel 2012 inscenerà una protesta di dubbio gusto, dissacrante ma di scarsa efficacia nella cattedrale del Santo Salvatore. La loro provocazione troverà il sostegno delle immancabili Femen, che ancora nel febbraio 2012 (con 25 gradi sotto zero) opporranno le loro tette libertarie alle politiche energetiche della Gazprom. Le Femen sono modelle professioniste, di nazionalità ucraina, note per inscenare happening, quasi sempre a servizio di buone cause ma probabilmente non estranee a sapienti campagne di marketing. Nell’immaginario in gestazione dei social, già alla fine della prima decade del Duemila la democratura postsovietica rappresenta il bersaglio ideale per questo genere di sfide.

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Foto da archivio ANSA

L’itinerario turistico ha un esordio a sorpresa. La prima tappa è al Novodevič’e kladbiščeuna residenza riservata a ventisettemila ospiti di riguardo. È il più grande cimitero della città: ospita le spoglie di quasi tutte le grandi personalità russe della cultura, della scienza, dell’arte e della politica. Girovagando ci imbattiamo nelle belle tombe dove riposano Cechov e Bulgakov, Stanislawkij e Šostakovič, Ojstrach e Prokoviev. Un po’ defilati i protagonisti della tormentata storia politica del Paese. C’è l’anarchico Kropotkin che mi fa venire in mente un murale anarchico del nostro ’68: ”Bakunin vince! – proclamava un enigmatico collettivo dalle pareti della Facoltà di Lettere – Perché Kropotkin no?!” aggiungevano i militanti di altra fazione lasciandoci in preda a interrogativi laceranti). A pochi metri di distanza riposa Nikita Chruscev, il sanguigno segretario del Pcus che negli anni Sessanta sfidò l’America e avviò la destalinizzazione.

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Non è il primo cimitero del genere che visito, ma fra quelli che ricordo – a Parigi, a Londra, a New York o a Firenze – nessuno trasmette come questo una sensazione di decoro, gentilezza e serenità. È un singolare contrasto con le tragedie, le sofferenze, le profezie millenaristiche e i sogni traditi che hanno scandito le vite di questi uomini e queste donne. È stato giusto iniziare la visita da un cimitero. Non si capisce la Russia se si rimuove la tragica grandiosità del suo passato. Eppure l’alterna onnipotenza delle umane sorti si stempera fra tombe senza enfasi, ricoperte da fiori sempre freschi e aiuole ridenti. Qua e là spuntano sculture minimaliste: figure trasognate, personaggi colti in pose inattese, qualche volta persino irriverenti. Lo sguardo di Gogol, l’ultimo dei grandi a essere traslato qui, si posa compiaciuto e ironico (come poteva essere diversamente?) sull’andirivieni rilassato dei visitatori per i viali ben curati.

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È tempo di prendere possesso del cuore della città. Ma è difficile liberarsi dalle suggestioni della memoria. Il primo grandioso edificio in cui ci imbattiamo è la famigerata Lubjanka, il palazzone della polizia politica dove prima la Ceka staliniana, poi il Kgb, ospitarono visitatori poco entusiasti di soggiornarvi. Al piano stradale, riprodotta in caratteri cirillici, campeggia adesso l’insegna di un grande McDonald’s. Per una sorta di puerile riflesso condizionato mettiamo tutti mano alla fotocamera a fissare l’immagine di quel lugubre luogo della memoria trasformato in icona del mondo globalizzato dagli hamburger.

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Ma il panorama dei simboli muta rapidamente. Sull’altra riva della Moscova c’è un’ampia terrazza che digrada verso il fiume. È divenuta un’attrattiva turistica, affollata com’è da povere coloratissime bancherelle che, in una sorta di amarcord proletario, espongono una paccottiglia di souvenir del passato regime. I pezzi sono quasi tutti taroccati ma al repertorio non manca niente: bandiere con falce e martello, colbacchi dell’Armata rossa, sbiadite tessere annonarie, busti delle antiche nomenklature. A uso dei nostalgici persino matrioske ideologicamente corrette con il fazzoletto rosso dei pionieri annodato al collo. Sullo sfondo campeggia una delle sette sorelle, quei simil-grattacieli di stile razionalista, tutti esattamente uguali, che ritrovi a grandezza variabile in ogni città importante della ex Urss e dei Paesi alleati. Qui torreggiano i 36 piani dell’Università centrale. Troppo solenne e distante, però, per suscitare in noi quel moto di amichevole curiosità che solitamente in queste occasioni serpeggia fra accademici in gita.

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Foto da archivio El Pais

Il rientro in hotel ci mette a contatto con il traffico dell’ora di punta. Guidatori rassegnati intenti a contemplare nello specchietto i propri sbadigli, motori imballati, mezzi pesanti che eruttano fumi mefitici. Inganniamo il tempo organizzando la ricerca, che si rivelerà più complicata del previsto, di un locale per la cena dove farci iniziare ai piaceri della cucina nazionale.

Manca qualche stagione al tempo delle app e alla tirannia di Trip Advisor. Sfogliamo ancora voluminose guide cartacee e sottoponiamo a brevi interviste Svetlana, gli addetti alla reception e il più gioviale dei tassisti che stazionano davanti all’ingresso dell’hotel. La sconfortante conclusione è che a Mosca la cucina russa non esiste. O, se esiste, che si nasconda assai bene. Solo diversi giorni dopo, alla vigilia della partenza, riusciremo infatti a cenare in un localetto decente che propone la saporita zuppa chiamata borsht e poche altre portate. Interpellata sull’argomento, Svetlana ci spiega l’arcano. Sostiene che il Paese vanti una straordinaria tradizione culinaria, resa più ricca dall’influenza di altre gastronomie come quella georgiana, baltica ed ebraica. Peccato che per farne esperienza si debba far rotta verso Helsinki o a Parigi. Le città dove emigrarono i cuochi dello zar dopo la rivoluzione del ’17, aprendo locali di élite che avrebbero preservato nel tempo le antiche delizie della tavola imperiale. Piatti che il popolo – e noi con esso – non avrebbe mai gustato, né prima né dopo la rivoluzione. Qualcosa del genere, d’altronde, era già accaduto nella Francia di fine XVIII secolo, quando i leggendari cuochi della corte di Luigi XVI, costretti all’esilio dalla rivoluzione giacobina, si garantirono la sopravvivenza inventando l’istituto borghese del moderno restaurant, destinato a diffondersi presto in tutta Europa.

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Un po’ delusi, scopriamo tuttavia che Mosca pullula di eccellenti birrerie “praghesi”, di trattorie falso-ungheresi che propongono un discreto goulasch, di locali vietnamiti che evocano sapori esotici e antiche storie di emigrazione politica. Ma la città sopravvissuta alla conquista napoleonica e al devastante incendio del 1812, la metropoli rossa che resistette all’offensiva hitleriana, sembra essersi arresa a un’altra invasione. Ha i colori della pizza margherita, icona dell’immaginario partenopeo. Come tutti i grandi imperi della storia, l’Impero neoborbonico della pizza non disdegna il compromesso culturale e onora il meticciato. A due passi dal teatro Bolshoi ti servono un bel calzone all’ananas, accompagnato da prosecco e carciofini. E per assaggiare la zuppa borsht, la salsa smetana, i ravioli pel’meni di grano tenero? A Helsinki…

A ridosso della Piazza rossa ci avventuriamo nella kasbah postmoderna che ha fagocitato gli storici magazzini Gum. Interamente ricostruiti, i vecchi malinconici empori di regime sono divenuti il tempio del catering di qualità, la basilica del caviale e dello storione, la vetrina di mille qualità di vodka. Costituiscono anche il luogo canonico per gli appuntamenti in centro. Dovendo eleggere un punto di incontro serale dove ricompattare le truppe prima di consumare la liturgia comunitaria della cena, optiamo patriotticamente per una specie di tolda di nave che si protende su un dehors elegantemente ritagliato nella galleria principale. Siamo all’Illy caffè, il più snob dell’intero centro commerciale: la classe non è acqua. Le nostre peregrinazioni moscovite  però, sono appena cominciate…

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