​SOCIETÁ: LE PAROLE PER DIRLA (PARTE 9)

di NICOLA PORRO ♦

PARTE 9: LO SPORT NEL PROCESSO DI CIVILIZZAZIONE

 

Una lente di ingrandimento del mutamento sociale

Questa dispensa conclude il nostro corso di sociologia generale. Rappresenta però un’appendice tematica dedicata allo sport come fenomeno sociale della modernità e come potenziale lente di ingrandimento sulla più vasta società. La dispensa è indirizzata soprattutto ai miei studenti di Scienze motorie, ma spero possa incuriosire anche gli altri lettori che mi hanno pazientemente seguito nelle peregrinazioni sulla teoria sociale sviluppate nelle corse settimane.

Già in precedenza, peraltro, la questione sportiva è stata lambita. Abbiamo considerato gli aspetti relativi alla personalità modale dei praticanti diverse specialità individuali e come i giochi di squadra costituiscano esempi perfetti di attribuzione e distribuzione dei ruoli. Si è anche sottolineato come le carriere agonistiche producano e riproducano forme di status sociale. Si è ricordato come l’associazionismo sportivo sia divenuto oggetto privilegiato di studio da parte dei sociologi delle organizzazioni ai quali fornisce eccellenti studi del caso e strumenti di approfondimento dei corredi simbolici, delle relazioni gerarchiche, delle risposte a domande di identità e di senso in chiave postmaterialistica. Si è anche accennato all’importanza dello spettacolo mediatico del grande sport professionistico e, viceversa, alla funzione assolta dallo sport per tutti nel promuovere salute, ben-essere, socialità e persino politiche di  inclusione. Le attività competitive, e non solo, costituiscono poi una chiave di lettura preziosa del mutamento sociale e una forma di rappresentazione delle appartenenze culturali, politiche, identitarie e di condizione sociale.

I sistemi sportivi nel loro insieme, inoltre, riflettono con poche variazioni la stratificazione sociale delle comunità. Il panorama si è perciò trasformato significativamente nel tempo. I vecchi sport di élite, come il golf o la vela, compaiono oggi nei programmi dello sport di massa. Anche in esso, tuttavia, si riflettono mentalità, pregiudizi e stereotipi. Le donne, ma anche gli anziani, gli immigrati o i diversamente abili hanno dovuto conquistare non solo il diritto di accesso, ma anche opportunità che prefigurino attività “a misura di ciascuno” e non solo una indiscriminata estensione a tutti della possibilità di pratica in vista di un’aleatoria carriera agonistica. Lo sport per tutti si è radicato più facilmente in società aperte, dove non operano forti disuguaglianze di genere e di censo e dove lo sport si configura come un diritto di cittadinanza. Diritto che, in quanto tale,  deve essere esigibile da tutti e può rappresentare uno strumento di comunicazione fra culture e di integrazione per gruppi e individui. I regimi dittatoriali, ma non solo quelli, hanno invece usato spesso i successi sportivi per legittimare il potere politico ed esaltare il sentimento di appartenenza in una logica propagandistica o apertamente nazionalistica. I successi agonistici hanno però agito anche come veicolo per rivendicazione di minoranze o per rinforzare l’identità delle cosiddette “nazioni senza Stato”. Lo stesso Coubertin aveva d’altronde fornito una versione a suo modo ideologica dell’olimpismo come una sorta di religione laica della modernità.

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Civilizzazione e società delle buone maniere

 La sociologia non si limita a usare il fenomeno sportivo come esemplificazione di casi, situazioni e modelli di analisi. A partire dagli anni Settanta,  infatti, si è cominciato a indagare la relazione fra i vecchi giochi popolari e la formazione dei moderni giochi di squadra come espressione di quel più vasto processo di trasformazione che Norbert Elias e i suoi allievi della Scuola inglese di Leicester hanno chiamato civilizzazione. Con il XVI secolo si era assistito nell’Europa occidentale a una progressiva concentrazione del potere, prima nei ceti aristocratici e poi, con le rivoluzioni di fine Settecento, nella nascente borghesia del denaro. Lo status dei ceti dominanti doveva riflettersi in codici di comportamento, stili di vita e preferenze distintive. Si afferma così il modello del comportamento civilizzato che sarà codificato, per esempio, nel Galateo di monsignor Della Casa (1558) e in altre opere del genere destinate a definire rigorosamente stili di vita e condotte propri delle classi dominanti. Tanto i singoli individui quanto le nazioni e le comunità avrebbero dovuto via via conformarsi ad essi, pena l’esclusione dal novero dei “civilizzati”. È in questa stagione storica che, insieme ai manuali delle buone maniere, prendono forma istituzioni repressive come il carcere panottico. Nel quale si scontano pene misurate in ragione del tempo sottratto alla libertà del reo ed espiate in spazi separati di reclusione, anziché con il ricorso alla punizione corporale, alla pena di morte o all’esilio. I modelli di vita dei colonizzatori decreteranno anche palesemente la loro “distinzione” rispetto ai popoli sottomessi.

Costumi e comportamenti in uso nel Medio Evo vennero stigmatizzati come barbarici e si affermarono progressivamente una rigorosa regolazione e un severo controllo delle emozioni. Ciò comportò – come sosterrà la scuola psicoanalitica – una crescente interiorizzazione di norme e divieti che si sarebbe attuata in gran parte attraverso la socializzazione primaria e secondaria. La società delle buone maniere, secondo Elias, generò e diffuse sentimenti di vergogna prima sconosciuti, mise al bando molte espressioni spontanee della corporeità, incentivò un’etica del pudore venata di sessuofobia, scoraggiò la trasformazione di esecuzioni capitali e pene corporali in spettacolo di piazza. Modificò persino gli stili di vita e i gusti relativi al consumo dei cibi, alle forme della convivialità privata, alle relazioni fra i generi e le generazioni. L’affermazione dei ceti borghesi e l’urbanizzazione accelerarono questi processi e diedero vita a istituzioni specializzate che si trasformarono nelle sedi deputate a istruire alle nuove regole del gioco, come scuole di élite, educandati ed accademie militari.

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La sportivizzazione

Per sportivizzazione la ricerca sociale intende il processo di elaborazione, standardizzazione, codificazione e divulgazione di pratiche competitive che discendevano dai vecchi giochi rurali di villaggio, come i folkgame britannici, o dalle abilità aristocratiche definite loisir. I primi diedero vita a una crescente uniformazione di regole nella forma dei nuovi giochi di squadra. I loisir, come espressione della cultura della caccia, del torneo cavalleresco e delle abilità guerriere riservate alla nobiltà (scherma, equitazione ecc.), si trasformarono in pratiche individuali competitive. La sportivizzazione si tradusse perciò inizialmente in codificazione e regolazione standardizzata di abilità già coltivate in altri contesti. Nella transizione dalla società di corte alla modernità e alla formazione degli Stati nazione, i giochi di squadra vennero però sottoposti a regole sempre più prescrittive e a forme di disciplinamento che evocavano la funzione pedagogica e gli apparati di controllo propri del nascente Stato nazione. Sempre Norbert Elias ha parlato in proposito di stilizzazione e miniaturizzazione della guerra. Possiamo ricostruirne la traiettoria mettendo a confronto, nel caso italiano, il passaggio dai giochi non regolati di villaggio al  calcio fiorentino rinascimentale e da questo al rugby contemporaneo. L’invenzione della figura dell’arbitro, che riproduce quella del magistrato pubblico, e la definizione di un regime rigoroso di sanzioni che presiedono alla competizione, rendono bene la relazione sociale che si verrà istituendo fra civilizzazione, cultura delle buone maniere e formazione istituzionale dello Stato. Contemporaneamente, i gesti elaborati nella sfera del combattimento e della predazione si trasformeranno in modalità tecniche di prestazione proprie di molti sport individuali.

La sportivizzazione assolse così una funzione ambivalente. Per un verso sancì e diffuse modelli di vita e di comportamento che riproducevano quelli delle classi dominanti, come intuì Veblen parlando della classe oziosa di fine Ottocento (leisure class).  Per un altro, viceversa, contribuì alla democratizzazione delle società occidentali dell’Ottocento perché sottrasse al monopolio aristocratico attività distintive come quelle legate all’antica tenzone cavalleresca. La competizione sportiva mostrava, infatti, come il talento e l’attitudine agonistica fossero equamente distribuite nelle classi sociali, una volta che se ne fosse liberalizzata la pratica. Non a caso, nel Risorgimento italiano, saranno figure di patrioti combattenti, come Garibaldi e Pisacane, fautori di una rivoluzione sociale che accompagnasse l’unificazione politica nazionale, a fondare le prime organizzazioni propriamente sportive di tiro e di scherma. Nella formazione del cittadino-soldato di matrice napoleonica lo sport avrebbe insomma costituito un fattore di modernizzazione e insieme un modello da imporre ai popoli sottomessi alle potenze coloniali “civilizzatrici”.

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Le transizioni della configurazione

La ricerca storica ha confermato in larga misura le ipotesi degli studiosi della Scuola di Leicester e della cosiddetta sociologia configurazionale. La formula indica una scuola di pensiero interessata ad analizzare le trasformazioni sociali come mutamenti di paradigma e produzione di inediti assetti culturali e sistemi di potere, definiti configurazioni. Dunning e Sheard (1979), allievi e collaboratori di Elias, hanno però messo in guardia dal rischio di eccessive semplificazioni che potrebbero banalizzare l’interpretazione proposta dalla scuola storico-sociale britannica. In particolare, nel passaggio dai folkgame rurali ai giochi di squadra contemporanei, si producono dinamiche molto complesse. Esse chiamano in causa, ad esempio, le eredità identitarie e le tradizioni etnico-linguistiche che hanno permesso la sopravvivenza di molti modelli di competizione in aree periferiche e nelle nazioni senza Stato (si pensi alla pelota basca o al calcio gaelico). E viceversa sarà lo sviluppo di un moderno sistema continentale dei trasporti a favorire la diffusione di giochi come il calcio, che a partire da metà Ottocento si radicherà prima nelle città portuali dove attraccavano i navigli britannici e poi nei centri urbani via via raggiunti dalle linee ferroviarie e perciò preferiti come sedi dei confronti agonistici. Dunning e Sheard ci propongono con la tabella qui riprodotta una comparazione dei due modelli di gioco sportivo, quello degli antichi folkgame e quello dei moderni giochi di squadra. Questi ultimi, a loro volta, gemmeranno negli ultimi decenni del Novecento l’imponente fenomenologia dei giochi spettacolari televisivi, in primis il calcio ma anche il rugby e più tardi il basket, la pallavolo, la pallanuoto, il polo, la pallamano, il football americano e quello Australian Rules ecc.

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In un altro volume, scritto nel 1986 insieme a Eric Dunning e dedicato alla genesi sociologica del movimento sportivo europeo, Elias critica la scuola funzionalistica e i modelli strutturalisti che non sanno spiegare fenomeni fondamentali come la guerra, le emozioni, la sessualità e, per l’appunto, il gioco e lo sport. Il disinteresse per lo sport delle sociologie tradizionali ha impedito a lungo di rappresentarlo adeguatamente tanto come un grandioso fenomeno demografico, culturale, organizzativo e storico-politico quanto come una genuina metafora della civilizzazione. Pochi fenomeni come lo sport possiedono infatti la capacità di riprodurre nitidamente il conflitto noi/loro che attraversa la storia umana e di illustrare didascalicamente i rapporti di interdipendenza, cooperazione e tensione delle relazioni sociali a vasto raggio.  Si può sostenere, insomma, che lo sport non costituisce soltanto un oggetto interessante per la ricerca, ma che, a suo modo, è una sociologia. In quanto tale aiuta a mettere in luce la trama intricata dell’universo globalizzato e a individuarne tendenze e sensibilità culturali.

 

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Lo sport nelle Grandi Narrazioni

Le moderne discipline di competizione, come anche le pratiche individuali non competitive e a elevato contenuto tecnico – si pensi alle attività subacquee, all’alpinismo d’alta quota, alle stesse specialità no limits contemporanee –, rappresentano in questa prospettiva altrettanti esempi di configurazioni sociali. Essi evadono dalle dicotomie “cartesiane” che oppongono lavoro e tempo libero, attività della mente e pratiche del corpo, serio e divertente, produttivo e improduttivo. Lo sport è tante cose diverse e difficilmente scindibili: intrattenimento principe dell’umanità digitale, poderoso circuito di affari, riserva simbolica per appartenenze minacciate dalla globalizzazione e dalla commercializzazione, movimento di solidarietà e potenziale strumento di una pedagogia civica, esaltazione dell’affermazione di sé e occasione di riscatto per i meno fortunati, celebrazione narcisistica e impegno sociale, fucina di mitologie e palestra di rigoroso disciplinamento. Per riprendere l’argomento di Lyotard, è forse l’ultima Grande Narrazione della modernità sopravvissuta alla fine delle Grandi Narrazioni.

Come per gli antichi giochi comunitari, soprattutto l’analisi degli sport di squadra della tarda modernità mette in discussione quel riduzionismo intellettuale che aveva liquidato il fenomeno sportivo come pura metafora oppure come modello comportamentale astratto, privo di consistenza storica e di interni dinamismi. Quest’ultima critica fu avanzata proprio dalla scuola configurazionale che si ispirava a Elias e rivolta alla teoria dello scambio proposta, fra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, dallo psicologo sociale di George C. Homans (1910-1989). Tale teoria si concentrava sulle presunte determinanti individuali delle condotte di gruppo, analizzandone le logiche costi-benefici a scapito di una ricostruzione storico-critica di antefatti, dinamiche e ragioni latenti. Il pensiero comportamentista pregiudicava così, secondo Elias, la possibilità di risalire alle trame di conflitto e potere che sottostanno alla apparente futilità sia del gioco sia della competizione retta da regole, come lo sport moderno. Il conflitto attraversa invece, per la sociologia configurazionale, ogni forma di azione sociale e, come il potere, presenta una natura relazionale. Conflitto e potere costituiscono perciò processi sociali in costante trasformazione, mai riducibili a una condizione statica e bisognosi di essere interpretati alla luce di un’accurata ricostruzione dei contesti storico-culturali.

Il riconoscimento del pieno diritto di cittadinanza degli studi sullo sport nel consesso della ricerca sociale ad ampio raggio è un obiettivo non ancora pienamente conseguito, specie in contesti culturali e accademici come quello italiano. Sarebbe però altrettanto ingiusto negare i passi avanti compiuti a partire dagli anni Novanta, anche grazie all’istituzione dei corsi laurea di Scienze motorie.

Belgium's Adrien Deghelt prepares to start his men's 110m hurdles round 1 heat at the London 2012 Olympic Games at the Olympic Stadium

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NICOLA PORRO